Non solo un giorno di commemorazione, ma il momento in cui il passato torna a interrogare il presente. Sono questi gli elementi al centro della cerimonia per il Giorno della Memoria, dedicato allo sterminio del popolo ebraico e alle persecuzioni dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti. Un momento denso di significati, costruito attraverso parole, musica, testimonianze e soprattutto attraverso lo sguardo dei giovani.
Il cuore della celebrazione, che si è svolta questa mattina nel salone di rappresentanza della Prefettura, è stata la consegna della Medaglia d’Onore concessa dal presidente della Repubblica alla memoria di Luca Chiego, deportato in un lager nazista durante il secondo conflitto mondiale. A riceverla è il nipote Gianfranco Pisconti, visibilmente emozionato, davanti a una platea composta dall’arcivescovo Ciro Miniero, dal vicesindaco Mattia Giorno, da sindaci e amministratori della provincia, dai vertici delle forze dell’ordine e da una nutrita rappresentanza di studenti.
«Questa medaglia restituisce dignità e valore a una persona che ha servito la Nazione e ha pagato il prezzo più alto», ha raccontato Pisconti. «Mio zio non scelse quella guerra, gli fu imposta. Era partito in Marina, imbarcato su una nave di cui si persero le tracce sulle coste greche. Fu deportato e dichiarato disperso, poi morto. Oggi la sua storia non è più silenzio».
Il prefetto Ernesto Liguori ha affidato alla memoria un compito che va oltre il ricordo: «Lo sterminio di un’intera popolazione richiama fortemente la nostra coscienza civile. È una tragedia nata da un’ideologia totalitaria, ma resa possibile anche dall’indifferenza». Un passaggio che assume un valore attuale: «Il Giorno della Memoria – ha insistito il prefetto – invita tutti a rifiutare ogni forma di razzismo, antisemitismo e sopraffazione. È una giornata che parla anche di pace».
Particolare attenzione è stata dedicata al ruolo delle scuole, presenti con studenti provenienti dai licei Archita, Battaglini e Ferraris, dagli istituti Liside-Cabrini, Pitagora, Maiorano di Martina Franca, Lentini-Einstein di Mottola e dagli istituti comprensivi Giovanni Bosco, Alessandro Volta, Renato Moro e XXV Luglio-Bettolo. «Celebriamo questa giornata con tanti studenti – ha spiegato Liguori – perché i valori della democrazia, della libertà e della nostra Costituzione devono passare attraverso l’educazione e la formazione civica. Non è mai una giornata abituale: ogni volta sollecita la coscienza di ciascuno di noi».
A rafforzare la riflessione storica è stato il contributo del professor Stefano Vinci, docente di Storia del diritto medievale e moderno al Dipartimento Jonico dell’Università di Bari, che ha concentrato il suo intervento sul tema dei linguaggi dell’odio e sulle loro radici storiche. «Qual è il confine tra antisionismo e antisemitismo? È un confine antico», ha affermato, ricordando come «il problema del sionismo fu già nel Novecento parte di una pubblicità negativa costruita nei confronti degli ebrei».
Vinci ha richiamato uno degli esempi più noti di propaganda antisemita: «I Protocolli dei Savi di Sion furono un’opera diffusa falsamente per attribuire agli ebrei una cospirazione internazionale». Una narrazione che, ha spiegato, contribuì a saldare l’odio razziale all’idea di un nemico politico: «Da una parte c’è l’antisemitismo, cioè l’odio razziale nei confronti degli ebrei, dall’altra l’antisionismo, che veniva presentato come reazione a una presunta cospirazione internazionale antinazista e antifascista».
Secondo il docente, si tratta di dinamiche che non appartengono solo al passato. «Il problema dell’odio razziale è un problema che ritorna», ha sottolineato, invitando a guardare agli stermini più recenti: «Se pensiamo a quanto è avvenuto in Ruanda o agli eventi del Darfur, comprendiamo quanto questo tema sia ancora attuale». Da qui il richiamo al ruolo della comunità internazionale: «Oggi il principio della sovranità nazionale viene superato dal diritto internazionale, che diventa invasivo e consente di superare i confini».
Vinci ha citato infine gli strumenti di giustizia sovranazionale: «La Corte penale internazionale e la condanna di Al Bashir per la strage del Darfur sono esempi di come la comunità internazionale debba intervenire per colpire i crimini umanitari, anche quando gli Stati non vogliono farlo direttamente».
La memoria si fa anche documento e conoscenza con la presentazione della mostra «1938-1945. La persecuzione degli ebrei in Italia. Documenti per una storia», promossa dalla Prefettura, dal Comune di Manduria e dalla Fondazione Elisa Springer. L’esposizione sarà visitabile dal 3 al 13 febbraio al Castello Aragonese e rientra nel programma del Ministero dell’Interno per l’81° anniversario della liberazione di Auschwitz. Un percorso arricchito dal contributo dell’Archivio di Stato, della Biblioteca civica e dal supporto logistico della Provincia per favorire la partecipazione delle scolaresche.
L’inno nazionale e le note struggenti di Schindler’s List, eseguite dagli studenti della sezione musicale del Liceo Archita, hanno accompagnato i passaggi più intensi della cerimonia.
A chiudere idealmente il cerchio è la voce dei ragazzi. «Oggi – ha sottolineato a margine della cerimonia una studentessa dell’Istituto Pitagora – non deve essere solo un atto di riflessione. Noi giovani dobbiamo scegliere di essere responsabili del nostro futuro». Una frase semplice, che ha sintetizzato il senso dell’iniziativa: fare della memoria non solo un ricordo, ma uno strumento di consapevolezza civile.