Questa retorica dei presidi culturali che chiudono i battenti, che è colpa di Amazon, che la politica dovrebbe fare di più, che un tempo i giovani leggevano invece ora stanno tutto il giorno al telefono, ha sinceramente stancato, non regge, ed è giusto che sia confinata alle atmosfere boomeristiche dei social network o alla spalla scandalistica di qualche blog di periferia, dove il buonsenso si ricorda di emergere soltanto dinnanzi al disastro compiuto. Quando un’attività commerciale di profondo interesse culturale come una libreria smette di esistere, ciò accade per gli stessi motivi che, grossomodo, riguardano tutte le altre saracinesche che si abbassano in contingenza ad essa. È corretto rilevare la desertificazione economica di un territorio come accade per Taranto nel suo Borgo Umbertino, sino ad approntarne le possibili cause ed, auspicabilmente, le relative soluzioni, ma è inconcepibile voler invertire una generalizzata tendenza che privilegia le multinazionali del consumo e l’esistenza usa e getta dell’umanità contemporanea, relegando la rivoluzione a una nenia saccente e lordamente imbellettata che, tradotta al quarto stato, ha il sapore di un: “che ne sapete voi, poveracci, cretini e ignoranti che non siete altro, qui chiudono le librerie perché non le sostenete acquistando i libri e leggendo; è colpa vostra”. Tutto con il benestare di chi riesce a trarre profitto dalla tragedia, come la “lobby dei pizzaioli” (si fa per dire), che sembra aver conquistato quasi ogni angolo del territorio comunale, in barba a tutte le crisi economiche che si sono succedute nei decenni: la pizza è la pizza; la pizza è resistenza (da oggi anche gourmet). Gli altoforni di ex Ilva hanno un futuro assicurato e persino saporito.
Volendo scavalcare i dilettevoli sarcasmi, soltanto negli ultimi mesi Taranto ha perduto la Libreria Ubik di Via Nitti e, adesso, si avvia a salutare l’insegna storica della Libreria Mandese di Via d’Aquino, che splende su una delle principali vie cittadine dal 1936. In verità, nell’articolo di Angelo Diofano pubblicato sulla presente testata, è ben spiegato che Nicola Mandese, noto titolare dell’esercizio, ha inviato una lettera al Sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, al fine di “trasformare” gli spazi della libreria in «un centro di lettura e di aggregazione per il Borgo, carente di simili attività, considerata anche la localizzazione decentrata della Biblioteca “Acclavio”, a piazzale Bestat», specificando che «arredi e scaffalature, assieme ai libri, sarebbero messi gratuitamente a disposizione».

Un “addio”, quindi, addolcito da una perifrasi di “arrivederci” che fa ben intendere, a differenza di quant’è accaduto negli scorsi anni per altre importanti realtà libraie della città ormai riposte in soffitta come Gilgamesh e Filippi. Certo per l’amministrazione comunale, da tempo al centro di correnti conflittuali che la trascinano progressivamente al di là delle Cheradi, sarà difficile impilare il “Dossier Mandese” nell’immenso faldone affaccendato, ma i buoni auspici non vanno mai soffocati sul nascere. La proposta di Nicola Mandese, invero, risulta di una modernità dissonante con il piagnisteo generalizzato di cui si riferiva testé, messianicamente reiterato e prediligente dell’ennesima occasione di personal branding sull’account personale di Facebook o di Instagram dell’instante, quale veicolo primario di indignazione e incredulità, quasi a voler tirar fuori la propria faccia dalla correità di uno sfacelo che, da Via Principe Amedeo a Corso Due Mari, non risparmia niente e nessuno.
Ai lamentosi – peraltro endemicamente diffusi non in ragione della cittadinanza reale quanto di quella digitale – ci sarebbe da ricordare che acquistare libri non significa altresì leggerli e che le librerie, salvo casi eccezionali, non sono Onlus ma vere e proprie imprese. C’è una diffusa tendenza, nella società “bene”, a credere che le copertine con sopra scritto un cognome famoso come “Dostoevskij”, “Eco” o “Bukowski” funzionino in modalità wireless, riuscendo a permeare le meningi del de cuius attraverso una fotografia da postare sui social, o spolverandoli con una certa frequenza dopo averli assurti a pregevoli complementi d’arredo nella funzione esclusiva di suppellettili del soggiorno, affinché accolgano la middle class del venerdì sera – similitudine di sé – al cospetto di un calice di vino a buon mercato di cui poter affermare, impavidamente: “ha un finale persistente” (ma del finale dei libri, nisba). Lapalissiano ribadire che non sia così, ma come al solito bisogna sottolineare che la cultura non è questione di “quantità”, quanto di “tempo” e “qualità”: due variabili imprescindibili per la crescita interiore dell’individuo.
Tralasciando la definizione fredda e codicistica delle cause di scioglimento di una società, per l’uomo medio l’immagine di un negozio che chiude, specie se storico, è di una bruttezza inopinabile. Impossibile dargli torto, oltre ogni ragionevole nichilismo butterato di disillusione, in quanto l’Italia bella del Secondo Dopoguerra e quella affascinante che è scampata alle bombe, sta tutta nelle piccole botteghe che, come in una fiaba, trasmettono di generazione in generazione una sapienza che costituisce la nazione immateriale di cui il Tricolore è stato massimo ambasciatore in tutta Europa e in tutto il globo a partire dalle grandi migrazioni verso gli Usa, come raccontato in questo articolo. Ma la toponomastica commerciale del Paese si sta aggiornando e i negozi “storici” di tutta Italia, inclusi quelli di Taranto, diventeranno man mano negozi “storicizzati”, per la medesima ragione sottesa alla decisione di non usare più le Terme di Caracalla nella destinazione d’uso originaria di terme, per l’appunto, bensì come parco archeologico e venue deputata ad importanti spettacoli.

Chiaro è che l’intelligibile soverchia il romanticismo, esprimendo da sé che fra la costruzione delle Terme di Caracalla avvenuta tra il 212 e il 216 d.C. e la data di apertura della Libreria Mandese riportata ut supra c’è qualche annetto di distacco. Ma la provocazione è utile a voler dirimere la matassa che conduce a un pensiero sacrosanto nell’era dello sviluppo sostenibile: “reinventare”; “rinnovare”; “restaurare”; “riposizionare”; “riqualificare” e un altro fracco di parole che iniziano per “erre”. In verità, il mercato dell’editoria è parecchio mutato negli ultimi anni. Nessuno degli Alberto da Giussano delle librerie che chiudono, probabilmente, ha mai pensato che così com’è cambiata la concezione delle terme antiche, sta cambiando quella delle librerie.
La beffa delle beffe è che il mercato del libro è più vivo che mai, in antitesi alla chiusura delle librerie “indipendenti” che interessa l’intero Paese. Il luogo “fisico” dove, idealmente, si consuma la compravendita del supporto altrettanto materiale composto da pagine di carta legate da un dorsetto e sporcate di storie, idee e sentimenti, è sempre più affiancato dagli audiolibri, dagli e-book e dalla miriade di e-commerce che offrono la possibilità di ottenere i testi desiderati restando comodamente seduti in poltrona. Un fenomeno spalleggiato dal veemente self-publishing attraverso case editrici di dubbia legittimità che realizzano la massima aspirazione flaubertiana del “nulla”, esacerbandola in perversione letteraria. Internet avrebbe dovuto rendere la cultura più democratica; invero l’ha resa più egocentrica: tutti, ma proprio tutti, oggi possono pubblicare un libro. Chi non sa leggere, scrivere e far di conto può rivolgersi a una qualsiasi società online che si spaccia per “casa editrice” e che, dietro compenso, è pronta a pubblicare finanche un pamphlet a supporto del Mein Kampf. Chi, invece, è già “qualcuno”, come avviene per politici, personaggi dello spettacolo e influencer, è bersagliato quasi quotidianamente da languide proposte editoriali con tanto di fedele ghostwriter esperto di brand reputation e personal branding in trincea, pronto a caricare il calamaio di cretinate da vendere a chi vuol crederci. E guai se le librerie non rivendessero anche tutta questa poltiglia, che con la letteratura ha ben poco a che fare: se è utile al conseguimento dell’oggetto sociale e non è contrario alla legge, va bene. Le librerie non sono governate da leggi morali, ma da flussi monetari, e poi la censura effettuata a seconda delle proprie convinzioni finirebbe per risultare comunque foriera di ingiustizia. Al netto del fatto che in segno di disapprovazione per la vendita di un determinato libro, il lettore morale può, quanto meno, adottare delle rocambolesche contromisure, come burlarsi delle pubblicazioni sul fascismo girando le copertine sugli scaffali a testa in giù; pratica che si è alquanto consolidata nel periodo di uscita del testo “Io Sono Giorgia” a firma dell’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri, ripetutamente accusata di strizzare l’occhiolino ai neofascisti.

Risolta questa questione morale, ve n’è una ulteriore secondo cui “l’esperienza di andare in libreria è insostituibile”, fatto che può comprendere solo chi ha vissuto sulla propria pelle il fragore dei tascabili e con il proprio naso l’acume acidulo della stampa fresca in blocchi incellofanati ai margini degli espositori. Ma c’è un mondo che sta divenendo e non necessariamente in meglio. Un mondo dove i librai che ascoltano, interpretano e consigliano si stanno ridimensionando al ruolo di commessi e addetti alle vendite. Molte librerie che riportano i colori delle major, tendono a operare in via esponenziale un riposizionamento merceologico volto non solo alla sopravvivenza delle label, ma anche alla realizzazione dell’utile netto di fine esercizio. Articoli di cancelleria e cartolibreria all’ultimo grido, strumenti musicali, bambolotti Funko Pop!, oggettistica da regalo e, sovente, grosse quantità di paccottiglia, si insinuano fra gli scaffali dove Pavese, Calvino e Carducci riposano magnanimi, in attesa dell’ardore che conduce alla letteratura sino a sprofondare nell’abisso del cogitare.
Invero, tale riposizionamento è chiaramente frutto di una strategia di marketing che ha iniziato molto tempo fa a osservare le nuove generazioni senza giudicarle troppo, andando incontro a correnti come il K-Pop (musica popolare della Corea del Sud molto ascoltata dai Gen Z italiani) e, addirittura, non facendosi trovare impreparata alla risalita di CD, audiocassette e dischi in vinile. Questi ultimi rappresentano l’iperbole perfetta di una società bulimica che non muta i suoi animal spirits neppure nel reparto “musica” di una libreria, dove oggi una persona nata fra gli anni ’90 e i primi ’10 del Duemila è disposta a sborsare senza troppo dolore una cifra media fra i 20 e i 40 euro per una ristampa degli album che hanno fatto la storia del Rock (e non solo) dello scorso secolo. Sì, ma con un vizio sostanziale non indifferente: la stragrande maggioranza di queste nuove “copie” è stata generata da un’incisione proveniente da una matrice musicale rimasterizzata in digitale, che poco ha a che vedere con i suoni registrati negli anni ’70. Una cinesata, si direbbe in volgare, con tutto il rispetto per la popolazione cinese.

Fanno male le librerie, allora, a vendere questi “falsi d’autore”? No, se questo riposizionamento sul mercato avviene al fine di mantenere vivo un comparto destinato a vendere “anche” libri e non “solo”. Sono i consumatori a chiedere, in questo caso, di essere “ingannati”, e le case discografiche non aspettavano altro che addivenire a questo nuovo modo di intendere il fast fashion. Postare sui social l’experience del 33 giri di “Abbey Road”, “The Velvet Underground & Nico” o “The Dark Side of The Moon”, ascoltato su un giradischi da cinquanta euro con un chiodo al posto della puntina e due pernacchie in vece dei diffusori, non ha prezzo per un giovane occidentale senza una personalità formata.
Di certo non si intenda quel che si è scritto come una sorta di “bacchetta” alla Libreria Mandese per non aver venduto vinili trendy negli ultimi dieci anni; il punto non è questo e il ragionamento non deve rischiare di essere ridotto alla categoria merceologica, evitando di prestare ulteriormente il fianco all’indignazione collettiva sulla tragedia delle librerie che chiudono, perorata dai soliti duri e puri che usano i libri come sottopentola, pur di far sapere a tutti di averli acquistati. Ma a una libreria può far piacere anche questo: vendere sottopentola al fine di aumentare la marginalità di guadagno. Nessuna morale, nessuna pietà: è la società del consumo, baby. Il nodo cruciale, invece, sta nell’interpretare una libreria come luogo di condivisione dell’esperienza di lettura e non come classico “negozio” dove chiedere all’esercente: “Mi fa due etti di poesie? Poi un chilo e mezzo di romanzi, ma vanno bene quelli in offerta. E se magari poi ha qualcosa di arancione da consigliarmi… Sa, si intonerebbe a pennello con i nuovi mobili del soggiorno. Purché non sia saggistica, la prego, quella proprio non la sopporto; ogni volta che la vedo mi rattrista!”.
La depressione economica, sociale e culturale di Taranto è la causa; la chiusura massiva delle attività commerciali, fra cui le librerie, è il sintomo visibile. Il male si chiama “capitalismo”, e finché farà comodo anche alle librerie capaci di cavalcarlo, se ne troveranno tante aperte. Un discorso, questo, che potrebbe allargarsi all’intero Paese, considerando che già nel lontano gennaio 2020 – ben prima che l’ecatombe Covid modificasse l’andamento delle imprese nazionali – l’Associazione Librai Italiani denunciava la chiusura di 2300 librerie nel precedente quinquennio. Secondo i dati Istat provenienti dall’“Indagine sulla Produzione Libraia”, nel 2022 in Italia fra prime edizioni, edizioni successive e ristampe, sono stati pubblicati più di 236 libri al giorno (86.174 nell’intero anno solare). Dalle medesime tabelle Istat si evince che, nel 2022, la quota di popolazione over 6 che ha letto almeno un libro si attesta intorno al 39,3% (il cui 44,4% non supera i tre libri l’anno). Ne consegue che, facendo pari e dispari, in Italia vengono pubblicati più libri di quelli che realmente si leggono (togliendo le copie vendute alla zia che ci vuole bene e al collega che ci deve un favore). Il Belpaese non è più terra di “santi, poeti e navigatori” (non lo è mai stata, sic!), ma di scrittori; come se il semplice atto di scrivere la lista della spesa potesse condurre a una sorta di salvacondotto esistenziale per assicurarsi una piccola fetta di Paradiso Terrestre.

La proposta indirizzata alle istituzioni dalla Libreria Mandese è di grande rilievo poiché raffigura l’immortalità della circolazione del sapere. Ne è prova esemplare la continua e grande partecipazione di fan, curiosi e lettori alle presentazioni dei libri pubblicati dai loro beniamini. Risultano numerosi, infatti, i sold out che si sono succeduti nel 2023 presso la Biblioteca Comunale “Acclavio” e in occasione di tanti eventi promozionali organizzati da soggetti privati e librai del territorio, certificando una sete di libri che esiste eccome, ma la modalità di fruizione cui sono soggetti è arrivata a un punto di svolta epocale che non deve spaventare, quanto spronare gli operatori a guardare in una nuova direzione. È “giusto” che le librerie chiudano purché ciò contempli un contraccolpo del settore, affinché esso sia capace di reinterpretare il mercato senza l’egoriferita afflizione del dolore, sovente ricoperta da un alone di spocchia che lo ottenebra, prevenendo di risarcirlo della sua primaria aspirazione ideologica: diffondere cultura, bene di per sé mutevole con l’incedere del tempo. Stante l’etimologia di questa parola, dal latino “cultura”, derivato di “colĕre”; cioè «coltivare», la funzione sociale – oltre a quella economica – di una libreria, deve essere quella di accettare e, finanche, valorizzare la fioritura del seme. Sul profitto di questi ultimi nella loro eterna incompiutezza il capitalismo ha già vinto, guardandosi bene dall’annaffiarli. Ma il popolo torni a coltivare i campi.
*Nella foto in evidenza la Livraria Ler Devagar di Lisbona presso LX Factory, uno storico complesso industriale riconvertito in centro commerciale e culturale polivalente. Foto di Simone Calienno
**Il Portogallo, triplicemente citato con le fotografie presenti nell’articolo, non è un buon esempio di editoria socialmente sostenibile, in quanto i libri costano più che in Italia a dispetto di un reddito medio inferiore. Tuttavia, i tre luoghi menzionati concorrono a smuovere un considerevole giro d’affari


