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  • Ex Ilva, Consiglio comunale a porte chiuse

    Ex Ilva, Consiglio comunale a porte chiuse

    Il Consiglio comunale monotematico che si terrà la prossima settimana a Palazzo di Città, sarà interdetto al pubblico per motivi di sicurezza. Lo ha comunicato il presidente del Consiglio, Gianni Liviano, richiamandosi al regolamento sul funzionamento della massima assise cittadina. Accogliendo così le richieste che sono arrivate da diversi consiglieri comunali e anche dalla Prefettura.

    Una risposta a chi, quindi, proponeva che la seduta del Consiglio comunale si svolgesse in piazza, alla presenza della cittadinanza, senza tenere conto delle tensioni che sarebbero emerse durante il dibattito e che avrebbero impedito di fatto al Consiglio di svolgere la seduta con la serietà e la sobrietà che il momento richiede. Ciò non toglie che ai cittadini e alle associazioni sarà consentito il diritto a manifestare le proprie idee e rimostranze, ed è stato già organizzato un presidio all’esterno di Palazzo di Città: resta da capire se lo svolgimento del presidio sarà autorizzato a piazza Castello o nelle vicinanze. Certamente sarà garantito l’accesso a 30 persone (il numero massimo per regolamento): tra queste vi saranno esponenti del mondo sindacale, dell’associazionismo e degli enti di controllo.

    Al momento, non è stato reso noto l’ordine del giorno, ma è scontato che il Consiglio comunale sarà chiamato ad approvare o meno il via libera per dare mandato al sindaco Bitetti di firmare l’Accordo di Programma Interistituzionale con il governo. Sul quale anche in settimana sono proseguiti i confronti, con le due riunioni del comitato tecnico, volto a definire fabbisogno energetico e possibili modalità di approvvigionamento in relazione ai due percorsi alternativi di riconversione, prospettati nell’Accordo, per la piena decarbonizzazione dell’ex Ilva di Taranto.

    Il nuovo Consiglio comunale appena insediatosi

    Stando a quanto dichiarato dal primo cittadino ieri, dal ministero delle Imprese e del Made in Italy sarebbe arrivata una bocciatura rispetto alla nuova proposta (ribattezzata “opzione C”) prospettata dal Comune: ovvero la realizzazione nell’ex Ilva di un solo impianto DRI (Direct Reduced Iron) per la produzione del preridotto e l’installazione di tre forni elettrici (la sola realizzazione di quest’ultimi senza impianti DRI è l’opzione B dell’Accordo). Un unico impianto che però da solo non basterebbe ad alimentare i tre forni: un piano che quindi dovrebbe individuare una soluzione per l’approvvigionamento degli stessi, anche se ci sarebbe in extremis anche un’ipotesi che guarderebbe a due impianti DRI.

    Il governo, attraverso il ministro Urso, continua invece a spingere per la realizzazione a Taranto non solo dei tre forni elettrici (ed eventualmente di un quarto a Genova), ma anche e soprattutto di almeno tre impianti DRI (se ne vorrebbe realizzare un quarto). Per rendere operativa questa proposta però, c’è bisogno di una nave gasiera nel porto o in rada, che alimenti con il gas gli impianti di produzione del DRI (l’opzione A dell’Accordo). Questo perché se i tre forni elettrici hanno bisogno di energia derivante dalla combustione di 2,5 miliardi metri cubi di gas all’anno, un solo impianto DRI necessita di 900mila/1 miliardo di metri cubi di gas annui: questo significa che per realizzare il piano di decarbonizzazione proposto dal ministro Urso e dall’azienda, servirebbero 5,5 miliardi di metri cubi di gas all’anno.

    Una nave gasiera simile a quella che dovrebbe essere utilizzata per l’ex Ilva

    Un’enormità, che se abbinata al corso di trasporto dalla rete, potrebbe diventare insostenibile per le casse dell’azienda. Ecco perché il governo spinge per la nave gasiera, sulla quale però gli enti locali continuano a manifestare profondi dubbi. Per due ordini di motivi che andranno comunque analizzati, chiariti e scongiurati. Il primo è legato alla sicurezza dell’intera area, stante la vicinanza della raffineria Eni, dello stesso siderurgico (escludendo o evidenziando la possibilità di un incidente rilevante realizzando uno studio specifico tenendo conto della normativa vigente), oltre che della base navale di Chiapparo, dove sono presenti molte unità navali della NATO: un obiettivo sensibile nel palcoscenico geopolitico attuale. Il secondo è invece di tipo economico: ovvero evitare che la presenza di questa nave possa danneggiare il traffico portuale e l’aspetto turistico dello scalo ionico legato alle navi da crociera.

    Anche per questo gli enti locali (Comune di Taranto, Provincia e Regione Puglia) in queste settimane hanno cercato di mettere sul tavolo delle proposte alternative. Due delle quali, l’utilizzo del gas del giacimento petrolifero Tempa Rossa in Basilicata e il futuro raddoppio del gasdotto TAP, sarebbero state giudicate non praticabili dal comitato tecnico. Ecco perché si continua a puntare sulla possibilità di recuperare almeno parte del gas necessario per far partire il processo di decarbonizzazione nel più breve tempo possibile, via terra. Il che però, come detto, farebbe lievitare i costi oltremodo, rischiando di rendere di fatto insostenibile economicamente l’intero progetto. 

    Certo, non sfugge a nessuno che con una nave gasiera, sarebbe anche più semplice acquistare il gas in momenti di mercato favorevoli e stoccarne grandi quantità, per restare all’interno dei costi. Visto che al momento continua a mancare un eventuale gruppo imprenditoriale che metta sul tavolo un piano industriale in cui si indichi breakeven e marginalità per recuperare gli investimenti (visto che nel piano del governo i forni elettrici saranno a carico del privato) oltre che un piano occupazionale realistico, visto che sino ad oggi numeri non ne sono stati fatti (con il tavolo sulla cassa integrazione rinviato a fine agosto).

    Un momento del Consiglio di Fabbrica del 25 luglio

    Non è un caso infatti se anche i sindacati spingano per il piano di decarbonizzazione proposto dal governo, come hanno spiegato agli enti locali durante il Consiglio di Fabbrica (presenti il governatore Emiliano, i sindaci Bitetti e Spada per Statte e il presidente della Provincia Palmisano): senza la realizzazione degli impianti DRI a Taranto, l’intero progetto non sta in piedi. Organizzazioni sindacali che hanno chiesto responsabilità, serietà, invitando le istituzioni ad evitare di rincorrere il caos mediatico del momento, visto che è oramai chiaro a tutti come ci si trovi di fronte ad un momento storico cruciale per il futuro del territorio.

    Tra l’altro, ancora una volta tutti si sono dichiarati contrari alla chiusura della fabbrica (che continuerà a produrre con gli altiforni a carbone seppur in maniera ridotta per i prossimi anni, stante il rinnovo dell’AIA che ha assunto i crismi dell’ufficialità). Ma se il governatore Emiliano ha mostrato ‘i muscoli’- lasciando intendere di essere favorevole anch’egli all’opzione prospettata dal governo e dai sindacati (restando a metà strada sulla questione della nave “a mio parere non è così rilevante. Dovesse essere dirimente, se ne può anche fare a meno”) – il sindaco Bitetti e il presidente della Provincia sono apparsi provati da queste settimane di incontri e di tensioni, oltre che preoccupati per i tanti aspetti che questa vicenda include: l’impatto sanitario, le ripercussioni ambientali e le ricadute occupazionali. Il solito incastro micidiale che negli anni la politica non è mai riuscita a risolvere.

    Il presidio di protesta dello scorso 24 luglio organizzato da Giustizia per Taranto

    Anche per questo, lasciarsi andare a dichiarazioni garibaldine senza conoscere la materia (alimentando speranze e tensioni nei cittadini) e scegliendo di passare dal Consiglio comunale, sono state due mosse politiche azzardate che rischiano di trasformarsi in un boomerang dalle proporzioni e dalle conseguenze difficili da immaginare.

    Ma la politica è soprattutto questo: gestione del potere nel prendere decisioni fondamentali che incidono sulla vita di migliaia di persone (da un punto di vista occupazionale e sanitario), sull’economia e l’ambiente di un territorio. Ci vogliono coraggio e visione a lungo termine, sia che si decida di prendere l’una o l’altra strada. Non si può restare sempre in mezzo al guado, aspettando che sia il tempo a fare il suo corso o un potere terzo a prendersene l’onere (leggasi magistratura). Ci vuole l’umiltà di farsi affiancare da esperti, tecnici, che possano supportare con dati scientifici alla mano le scelte migliori e che allo stesso tempo possano consigliare le soluzioni più realistiche per evitare che uno dei tre diritti in campo (ambiente, lavoro, salute) possa soffocare irrimediabilmente gli altri due.

    (leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2025/07/21/non-giocate-con-il-futuro-di-taranto/)