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  • Fabbrica occupata e città in ostaggio

    Fabbrica occupata e città in ostaggio

    Fabbrica occupata e città imprigionata a causa dei blocchi stradali. Con una tensione crescente tra i lavoratori del Siderurgico che, dopo le assemblee nella sede del consiglio di fabbrica e nel piazzale della portineria imprese, hanno deciso di far scattare la mobilitazione con lo sciopero fino alle 7 di domattina, occupazione di reparti, cortei e strade invase per impedire la circolazione. La protesta non resta più confinata oltre i cancelli del siderurgico: invade le strade, travolge la città, imprime un ritmo di emergenza a una comunità già stremata.

    I blocchi sulla statale Appia, sulla 106 e sulla strada per Statte trasformano il traffico in un imbuto immobile. La città è in ostaggio, mentre dentro lo stabilimento monta una rabbia che non trova più argini.

    Poco dopo le 8, dopo assemblee infuocate, è scattata l’occupazione. Al grido di «vergogna, vergogna» gli operai puntano il dito contro governo e commissari, accusati di voler chiudere l’acciaieria mascherando la decisione dietro formule tecniche e transizioni ambigue.

    La richiesta è una sola: ritiro del piano. I lavoratori chiedono garanzie su decarbonizzazione, futuro produttivo e tutela occupazionale.

    A raggiungere il presidio è stato il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, che ha scelto di schierarsi pubblicamente al fianco dei lavoratori. «Io – ha esordito – sono qua a manifestare che Taranto è una città resiliente, io sono qua e ci resterò sino a quando riterremo che dobbiamo restare. Noi abbiamo sempre pensato che fosse stato messo in campo un bluff per provare a scaricare la responsabilità su qualcuno. È stato detto benissimo dai rappresentanti sindacali, ci sono delle competenze precise, ci sono delle politiche che vanno intestate a chi di competenza”. Un’accusa diretta, che chiama in causa le scelte politiche e la gestione della vertenza. «Io stamattina – ha riferito il primo cittadino – ho scritto direttamente al presidente del Consiglio Meloni invitandola a Taranto e dove la sua agenda non dovesse consentire una venuta in tempi brevissimi chiaramente sono disposto a raggiungerla in qualsiasi momento a Roma. Noi abbiamo bisogno di chiarezza, noi abbiamo bisogno di certezze, noi abbiamo bisogno di verità. Tanto il sindaco di Taranto con la sua comunità, tanto il sindaco Salis di Genova con la sua comunità, tanto tutti gli altri sindaci con le loro comunità».

    Sulla gestione della vertenza Bitetti è stato netto: «È arrivato il momento che ciascuno si assuma le proprie responsabilità, è arrivato il momento che si punti a un piano industriale vero perchè mai abbiamo detto che vogliamo la fabbrica chiusa, ma sempre abbiamo detto che vogliamo una fabbrica decarbonizzata, rispetto di salute, ambiente e lavoro, dove i cittadini che ci lavorano sono esposti due volte». Per il sindaco «qualcuno tenta di strumentalizzare le nostre posizioni, ma sono state chiare dal primo minuto e per fortuna le abbiamo anche messe per iscritto. Io credo che a volte qualcuno vuole esagerare è perché non vuole fare niente, noi non saremo assolutamente disponibili ad accettare questa macelleria sociale».

    «Stiamo occupando le strade dello stabilimento di Taranto perché i lavoratori non accetteranno mai un piano di chiusura», ha spiegato Valerio D’Aló, segretario nazionale Fim Cisl con delega alla siderurgia, che rilancia: «Non strumentalizzate la manifestazione, non è contro nessuno: è a favore del lavoro e delle persone che vogliono continuare a operare in un ambiente salubre».

    Il clima è teso, carico di incertezza, con l’ombra della cassa integrazione e della fermata degli impianti che incombe sul futuro di migliaia di famiglie.

    Francesco Brigati, segretario Fiom Cgil Taranto, parla di «piano di chiusura mascherato da transizione» e denuncia una «presa in giro nei confronti dei lavoratori», sottolineando che spegnere le cokerie e ridurre i forni significherebbe segnare un punto di non ritorno.

    “Il disegno del governo – ha incalzato Vito Pastore della Uilm – è chiaro: si fermano le batterie, qui e in altri siti, e si procede verso lo stop. Noi siamo per un piano di rilancio con strumenti straordinari per salvaguardare tutti i lavoratori e dare futuro a un territorio martoriato. La dignità non si dà con la cassa integrazione”.

    «Se tutto il sindacato è qui oggi – ha avvertito Francesco Rizzo dell’Esecutivo confederale Usb – è perché dobbiamo rispondere immediatamente al diktat del governo. Il ministro Urso in questi mesi ha tentato in tutte le maniere di scaricare le colpe di volta in volta sul Comune, sulla procura della Repubblica. I fatti dicono che il piano, a partire dal primo marzo, prevede la fermata di tutti gli impianti di Taranto. Gli impianti del nord si fermano da subito, non c’è soluzione».

    Ed ancora: «Ci mettono gli uni contro gli altri. Noi siamo assolutamente contro lo spezzatino, il Gruppo è uno e dobbiamo essere tutti compatti, ci dobbiamo salvare tutti. Lo slogan è: tocca uno, tocca tutti». Il dirigente Usb respinge le tesi sull’impossibilità di un intervento pubblico: «Il ministro continua a dire che non si può nazionalizzare. Per il Monte dei Paschi di Siena 6 miliardi di euro in una notte li hanno trovati. Noi dobbiamo pretendere che lo Stato metta i soldi, il ritiro del piano e l’apertura della discussione sulla legge speciale per i lavoratori di questo stabilimento».

    Anche Genova e Novi stanno vivendo ore di mobilitazione altrettanto dure. A Cornigliano gli operai restano in presidio, dormono in strada, allestiscono tende davanti allo stabilimento. Il primo incontro istituzionale è previsto in prefettura, ma la sindaca Silvia Salis chiede che il confronto serva a «fare definitivamente chiarezza sul piano del governo per rilanciare, in tempi rapidi, lo stabilimento di Cornigliano e preservare occupazione e salari dei lavoratori».

    Le proteste si intrecciano, il malessere diventa nazionale. Nel frattempo resta alta la tensione anche per la decisione del ministro delle Imprese Adolfo Urso di convocare separatamente i rappresentanti degli impianti del Nord, scelta contestata duramente dai sindacati territoriali. «È una grave forzatura – affermano Fim, Fiom e Uilm di Taranto – la vertenza ex Ilva è unitaria e tale deve restare».

    Secondo le sigle ioniche, «qualsiasi convocazione deve coinvolgere tutti i territori, senza divisioni che rischiano solo di indebolire i lavoratori».

    Il mondo politico entra a gamba tesa. Bombardieri attacca: «Il lavoro fatto dal ministro Urso sta portando l’Ilva alla chiusura». Renzi parla di «fallimento del governo Meloni» e invoca le dimissioni del ministro. Calenda avverte: «Ilva così chiude in pochi mesi. Perdere così il primo impianto industriale del Sud è una follia». E dalla Cisl Daniela Fumarola alza l’allarme: «C’è poca chiarezza e noi abbiamo bisogno, invece, di avere ben chiari i contorni dell’azione che si è messa in campo».

    Nel cuore della protesta riecheggiano le parole dei lavoratori, crude e definitive: «Basta chiacchiere. Basta rinvii. Oggi non usciremo da qui con un piano B». E ancora: «Non difendiamo soltanto un posto di lavoro, difendiamo un patrimonio industriale del Sud». La voce che si alza dai reparti racconta una determinazione che non lascia spazio a mediazioni facili: «La tensione è alle stelle e la rabbia è incontenibile in Acciaieria».

    Taranto, oggi, è il simbolo di uno scontro che va oltre il perimetro dell’ex Ilva.

    È la fotografia di un Paese che si interroga sul proprio futuro industriale, sul valore del lavoro, sulla possibilità di coniugare sviluppo e ambiente. Se il piano resta quello attuale, la frattura rischia di diventare irreversibile.

    Se non si riapre il dialogo, lo scenario è quello di un conflitto destinato a radicalizzarsi.