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  • Le due anime di Manuel Agnelli

    Le due anime di Manuel Agnelli

    A volte è solo una questione di colore, come quando il video di “Life on Mars” ritraente un David Bowie dipinto d’ogni tinta e il video rigorosamente in bianco e nero di “Venus in Furs” di The Velvet Underground si incrociano su un palco, tentando di ritrarre l’anima dell’artista presente in sala, perché spogliarsi davanti al proprio pubblico è un atto ricercato al fine di entrarci più in empatia. Un Manuel Agnelli senza peli sulla lingua (come sempre, direbbe lui), ha chiuso i talk di Medimex 2024 al Teatro Comunale Fusco, nel pomeriggio di domenica 23 giugno, tornando a Taranto a meno di un anno di distanza dal suo ultimo concerto in loco, per conversare con il giornalista Carlo Chicco fra i ricordi di giovinezza e un intonso desiderio di Rock’n’Roll.

    Le due anime di Manuel Agnelli sono David Bowie e Lou Reed, se non si era capito: da un lato un performer fra i più straordinari mai apparsi sulla Terra che ha cambiato stile mille volte; dall’altro un cantautore intimista dalle atmosfere cupe e riflessive che è sempre rimasto fedele al verbo che precede il suono. Nel mezzo il cantautore, polistrumentista (e tanto altro) che con i suoi Afterhours ha contribuito alla diffusione di un’attitudine Rock in Italia.

    Manuel Agnelli da ragazzino studiava pianoforte classico e ascoltava Progressive Rock, quindi gruppi come Genesis e Jethro Tull, ma grazie ai suoi compagni di classe delle scuole superiori impattò con il Punk e il Post Punk, prendendo per sempre con sé l’aggressività di The Clash e le ombre dei Joy Division. Soltanto dopo, attraverso i Joy, Agnelli scoprì The Velvet Underground, mentre era sul retro di un bar (lascia presumere, nel racconto, che fosse fatto come un carciofo), e il mix di melodia e rumorismo cacofonico di “Heroin” a un volume pazzesco trapassava le luci che invadevano l’ambiente, superando le finestre. Questo fu il marchio di fabbrica di Agnelli: “l’accostamento mostruoso degli estremi che si toccano”. Lou Reed, il frontman di The Velvet Underground, gli piaceva perché era “disturbante, per cazzi suoi, coerente con se stesso”.

    L’incontro con David Bowie avvenne, poi, ad opera del primo bassista degli Afterhours, che fece ascoltare ad Agnelli “Five Years”, e quel lentissimo crescendo emotivo, nella sua semplicità, lo colse sul fatto. A prescindere dal tipo di musica, il giovane Manuel e i suoi amici erano, innanzitutto, attratti dagli artisti che parevano loro sinceri dal punto di vista espressivo. Reed e Bowie sono stati due incorreggibili “diversi” nel senso dell’indipendenza, perorando la loro personale lotta sociale senza tutte queste differenze. Agnelli, però, è stato assertivo su un punto: “Lou Reed inventa, David Bowie potenzia”. Questo perché mentre il Duca Bianco pescava tutti i suoi periodi da qualcun altro, non inventando mai niente da zero (lo stesso Ziggy Stardust era ispirato al frontman di The Stooges, Iggy Pop), Lou, invece, restava al palo della musica da lui stesso ideata, inserendo la poesia nel Rock, cosa che a Manuel Agnelli piace in assoluto. Resta il fatto che Bowie, a livello musicale, era di un altro livello.

    La sonorità di The Velvet Underground coincide con gli albori degli Afterhours, perché il Punk dei Velvet arrivò prima del Punk: “se sei speciale entri di diritto nella mia band, anche se non sai suonare”, ha detto Manuel Agnelli a Carlo Chicco sul palco del Fusco. L’idea delle sonorità senza partiture; dell’emotività precedente alla tecnica, portò i primissimi Afterhours ad interpretare proprio “Venus in Furs”, in un sistema che per Agnelli è apparso riassumibile in aggettivi come: “liberatorio, creativo, nuovo, fresco”. La sua introversione e quella del cantante americano sono sempre state legate da un filo invisibile: “nel mondo dello spettacolo è inaccettabile essere introversi e noi ci riconoscevamo in lui; è un difetto ma anche un pregio… Il pregio di dire la verità; il difetto di sapere di stare antipatici dopo averla detta! Questo mi ha reso una persona libera, magari non simpaticissima. Non vado in giro a raccontare frottole al pubblico che vuole essere preso per il culo e ingannato perché ha degli ideali che non devono essere toccati”.

    Poi, la confessione: “Ho visto dal vivo Lou Reed tante volte, “Berlin” è il mio disco preferito di tutti i tempi, ma lui live non mi è mai piaciuto. I suoi concerti erano abbastanza pallosi e la reunion di The Velvet Underground fu una merda”, ha affermato l’uomo che non ha paura di risultare antipatico. “Ebbi la fortuna di aprire un suo concerto con Cristina Donà e sentii un’intervista di Reed a un metro di distanza, mentre il giornalista lo provocava in merito alla sua più recente produzione musicale. Lui gli rispose qualcosa come: «Quando ti muoiono degli amici ti rendi conto di cosa importa veramente nella vita. Sono un essere umano; mi importa vivere. Tutto il resto è dopo»”.

    Il cantautore meneghino, per quanto riguarda Bowie, ha fatto sapere che: “Penso fosse una persona molto intelligente e super talentuosa; teatrale in modo inglese, e il teatro fatto bene è più reale della vita. Puoi essere qualsiasi cosa; l’importante è che il pubblico ti creda… E lui ci ha fatto credere di essere il messaggero degli alieni!”

     

    Nel siparietto del Fusco, Agnelli ha anche suonato quattro cover, lasciandosi un amare per un po’ dal pubblico che era lì tutto per lui. Il mini show avvenuto fra un botta e risposta e l’altro con Carlo Chicco, è iniziato con Agnelli alla chitarra acustica, che per la prima volta nella vita ha eseguito “Five Years” di Bowie, per poi ripercorrere i varchi emotivi che si riaprono riascoltando certi pezzi con vecchi amici. E pensare che da grande avrebbe voluto fare l’archeologo (sicché a Taranto avrebbe avuto un’infanzia felice), in ragione della sua grande passione per la storia e le civiltà del passato, ma è meglio così: “Il mio Dio è il Rock’n’Roll”, ha affermato, facendo il verso a Lou. Dopodiché, una “I’m Waiting for The Man” dei Velvet al piano, con una ricerca compulsiva di dissonanze, ha preceduto la proiezione di video di “Let’s Dance” di Bowie e di una “Sweet Jane” live con un featuring da multiverso: Lou Reed + Metallica.

    “Usare la musica e non essere usati dalla musica” è il trucco, secondo Manuel, come quando dedicò al padre scomparso il disco “Folfiri o Folfox” del 2016; l’ultimo lavoro in studio con gli Afterhours, che arrivò primo in classifica. Ciò significa usare la musica “per risolverci” ma, soprattutto, “è il privilegio di usare la musica per scoprirsi, analizzarsi ed elaborare un lutto grave e pesante. Questa è una cosa che ho imparato da Reed e Bowie che raccontavano vicende personali nelle canzoni, senza vergogna, rivendicando di essere veri umani e non saltimbanchi”. Poi la stoccata al mercato discografico di oggi: “Come disse Bowie poco prima di andarsene, agli artisti dico fate quello che volete. Sembra una banalità, ma non lo è. Oggi come oggi c’è una situazione terribile nel mercato musicale; gli artisti non si assumono più rischi: sono imprenditori”.

    Il video testamento “Lazarus” di Bowie, ha anticipato la doppietta di piano e voce ad opera di Manuel Agnelli con “Where Are We Now?” del Duca e una struggente “Perfect Day” di Lou. Fa sorridere la chiosa di Medimex 2024, edizione interamente dedicata al compianto giornalista Ernesto Assante, che abbassa il sipario citando, fra le righe, l’inaugurazione della mostra fotografica dell’anno precedente al MArTa: “Perfect Day, Lou Reed e la New York di Andy Warhol”, in cui era esposta anche una meravigliosa foto con Iggy Pop fra David Bowie e Lou Reed. Quel pomeriggio, come riportato in questo articolo, fu proprio Ernesto Assante ad intervistare davanti a tutti Steve Hunter, lo storico chitarrista di “Rock N Roll Animal”. Il resto, se c’è un resto, riposerà per sempre sui più profondi fondali del Rock.

    *Tutte le foto di Simone Calienno