Partiti, movimenti, associazioni e chi più ne ha più ne metta si stanno affaticando pur di scegliere le migliori strategie per vincere le prossime elezioni amministrative a Taranto. Raggruppamenti più o meno consistenti, composizioni di tutti i generi, intrecci colorati che, in passato, avrebbero sollevato polemiche e fatto gridare al tradimento, oggi corrono per lo stesso obiettivo: conquistare Palazzo di città. Insomma, a osservare quel che accade, formazioni ibride che prediligono il sacrificio di valori e bandiere sull’altare di una poltrona. Tanto l’elettore è in secondo piano: recandosi alle urne sceglierà l’amico, il conoscente, l’amico dell’amico, l’appartenenza a corporazioni, magari restituiranno nell’urna qualche favore di qualunque genere ed entità. Dimenticando, tutti, che nell’urna si celebra il più alto valore repubblicano: la democrazia diretta e partecipata.
Ma tant’è… si va avanti. E in questi giorni leggiamo di promesse, di risemine, di proclami, progetti, idee, ‘battaglie’ pseudo morali: il solito mix di demagogia e paroloni. Nella speranza, invece, che con l’avvicinarsi della scadenza, al cittadino elettore siano ben chiari candidati e programmi veri. Senza fumo, con tanto arrosto.
E se, come al solito, le truppe cammellate rispetteranno i patti allorquando barreranno le caselle sulla scheda elettorale, c’è un grande partito da conquistare: quello dell’astensionismo. Chi degli attuali contendenti ne sarà capace? E soprattutto: chi degli attuali contendenti avrà la capacità di convincere questa larga fetta di cittadini che non crede alle favole ormai da anni? Già, perchè a volte si ha la sensazione che più di qualcuno sottovaluti questa forma di protesta silenziosa: tanto, è il pensiero di costoro, quelli che non votano non servono per conquistare una poltrona, anzi peggio per loro. Eppure, convincere questo grande partito sarebbe il più grande esercizio di democrazia e di servizio per il bene della città.
Del resto, basterebbe leggere i numeri delle due ultime tornate elettorali a Taranto (elezioni comunali, naturalmente).
Nel 2012, secondo mandato per Ippazio Stefàno. Gli elettori furono più di 108mila al primo turno, quasi 75mila al secondo: gli aventi diritto quasi 174mila. Dunque, si recarono alle urne nel primo turno il 62,45%, mentre al secondo il 43,22%.
Nel 2017, eletto Rinaldo Melucci. Gli elettori furono quasi 99mila al primo turno, poco più di 55mila al secondo: gli aventi diritto quasi 169mila. Dunque, si recarono alle urne nel primo turno il 58,52%, mentre al secondo il 32,88%.
In sostanza, tra l’elezione di Stefàno e quella di Melucci – considerando questi numeri – è facile trarre le conclusioni: una larga parte di tarantini, per varie ragioni, non crede alla politica oppure se ne sente del tutto estraneo. Ripetiamo: per varie ragioni e per mille motivi.
Riusciranno perciò i nostri eroi a convincere questa fetta consistente di città che il futuro dipende anche e soprattutto dalle scelte nell’urna? E per conquistare gli scettici sapranno tirar fuori motivi validi e concreti, che non siano selfie, attacchi velenosi, post sui social e accuse di basso cabotaggio? Attendiamo fiduciosi.
ELEZIONI 2012
ELEZIONI 2017
