Visita a sorpresa quest’oggi, almeno per lavoratori e sindacati, del Ministro dell’Economia, Daniele Franco, presso lo stabilimento siderurgico di Taranto. Accolto e accompagnato dal presidente di Acciaierie d’Italia, Franco Bernabè, e dai dirigenti del siderurgico con in capo l’ad Lucia Morselli, top secret i dettagli dell’incontro, ma non certo il senso della visita. Basti semplicemente considerare il fatto che Invitalia, la società pubblica per l’attrazione degli investimenti che ad aprile dello scorso anno, in virtù dell’accordo di co-investimento con ArcelorMittal Italia sottoscritto nel dicembre del 2020, attraverso un versamento di 480 milioni di euro, è entrata nel capitale di Acciaierie d’Italia con un ruolo di minoranza pari al 40%, fa capo proprio al ministero guidato da Franco. Che ha dunque un peso non di secondo piano all’interno del dossier sull’ex Ilva che è e resta di competenza del ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, e vede coinvolti per la parte ambientale il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, e per la parte occupazionale e relativa all’utilizzo degli ammortizzatori sociali del ministro del Lavoro, Andrea Orlando. 
Dopo l’incontro dello scorso 23 giugno a Roma al MiSE, lavoratori e sindacati sono in attesa di novità importanti sul futuro della grande fabbrica. Innanzitutto sul versante finanziario, visto che il problema del finanziamento del circolante per affrontare la grave crisi di liquidità dell’ex Ilva, non è più un mistero per nessuno. Proprio durante il vertice romano, il Ministro Giorgetti ha ipotizzato un intervento (diretto o indiretto) del governo (qualora si trovino le garanzie e gli strumenti adatti e la Commissione Ue lo consenta all’interno del perimetro degli aiuti di Stato) pari ad un miliardo di euro. Perché certamente non può bastare la garanzia SACE per un prossimo finanziamento da parte di Unicredit (la cui entità e fattibilità economica non sono ancora chiare), né la cartolarizzazione di crediti commerciali da 1,5 miliardi di euro siglata nei mesi scorsi con Morgan Stanley, che garantisce 80 milioni di euro al mese sino al massimo alla fine del 2023. Servono ben altre risorse finanziare per tenere in piedi il siderurgico di Taranto e di questo ne sono consapevoli, da anni e ancor di più oggi, tutti gli attori della vertenza.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/06/23/dal-governo-1-miliardo-per-lex-ilva/)
Perché il problema è lo stesso di sempre: senza liquidità continua e diretta, l’intera attività produttiva, da Taranto a Genova sino ad arrivare a tutti gli impianti del gruppo, sarà sempre fortemente limitata come in questi anni (ultimo esempio le tante navi nella rada di Mar Grande, in attesa di poter scaricare le materie prime, ferme perché l’azienda non è nelle condizioni di pagare gli ordini). Cosa che al momento allontana l’obiettivo dei 5,7 milioni di tonnellate da produrre nel 2022. Nonostante la crescita dell’output produttivo di Acciaierie d’Italia nel 2022 ad oggi è del 22%, come sostenuto dall’ad Lucia Morselli nel vertice romano.
Liquidità che da un lato serve a finanziare un mastodontico progetto di riconversione che impegnerà oltre 5 miliardi di euro e durerà 10 anni e sarà suddiviso in quattro fasi. Per la fase, relativ all’avvio del progetto di decarbonizzazione (per il quale nel Dl Aiuti sono stati previsti 150 milioni di euro del Patrimonio Destinato del gruppo Riva in dotazioni ai Commissari straordinari di Ilva in AS), sarà centrale il lavoro del Centro di Ricerca e Sviluppo inaugurato nel 2021 con l’obiettivo di dare supporto alla transizione energetica ed ecologica, con la collaborazione di Università e Centri di Ricerca pugliesi e non solo. L’azienda ha inoltre un tavolo aperto presso il MiTE per l’utilizzo delle misure previste dal PNRR. Fondamentale in questo senso sarà il passaggio ai soli forni elettrici entro il
2032, che saranno alimentati a gas naturale in una prima fase e successivamente a idrogeno. Il primo dei forni elettrici sarà introdotto nel triennio 2024-2027 e necessiterà di un investimento di 2 miliardi e 300 milioni di euro. Secondo obiettivo è quello
occupazionale, seguito dalla crescita in termini di verticalizzazione delle produzioni e di diffusione della cultura dell’acciaio. Infine, l’obiettivo della sostenibilità economica.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/06/24/ex-ilva-senza-altiforni-nel-2032/)
Tutto questo però, dovrà andare di pari passo con altri investimenti legati alle manutenzioni ordinarie e straordinarie, e ad un confronto con i sindacati metalmeccanici che riporti il dialogo aziendale su un livello che anche il ministro Orlando ha ritenuto ad oggi tutt’altro che accettabile, tanto da aver indotto il titolare del dicastero ad inviare gli ispettori del Lavoro, per approfondire e verificare sia l’utilizzo della cassa integrazione che la sicurezza dello stabilimento. I sindacati si aspettano novità concrete entro questo mese, così come promesso durante l’incontro dello scorso 23 giugno. Staremo a vedere.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/06/23/ex-ilva-sindacati-nessun-passo-avanti/)
Periodicamente vengono a raccontarci favole su un carrozzone che sarebbe meglio riconvertire subito sfruttando il rottame e non aspettare alle calende greche l’era dell’ idrogeno. I 5 miliardi, ammesso che ci siano , potrebbero essere utilizzati per un mega contratto commerciale con la stessa Mittal in riguardo all’ approvigionamento di bramme, preridotto e materie varie fino all’ultimo giorno di riconversione compiuta. In Italia come con Alitalia si preferisce tenere in piedi carrozzoni controproducenti ,sperperando denaro pubblico pur di soddisfare i soliti speculatori di sistema.