L’attuazione del Piano Ambientale, il DPCM del 2017 per l’adeguamento degli impianti del siderurgico (interventi in capo ad Acciaierie d’Italia S.p.A.), procede senza particolari intoppi. A certificarlo è l’ISPRA, che dopo le verifiche e i controlli effettuati nel primo semestre del 2022, parla di avvenuta realizzazione di quasi tutti gli interventi, tra cui quelli di riduzione delle emissioni convogliate e diffuse di polveri fini (in particolare provenienti dall’area a caldo, ossia area cokeria, agglomerato, altoforno e acciaieria).

In particolar modo è stata evidenziata l’importanza dell’installazione e l’entrata in esercizio (dal 27/12/2021) di due dei quattro filtri a maniche per il trattamento delle emissioni al camino E312 sulla prima linea (linea E) dell’impianto di sinterizzazione, quello per intenderci da cui viene emessa la tristemente famosa diossina. Secondo quanto dichiarato sempre da ISPRA, l’andamento delle emissioni di polveri dal citato camino E312 dal 2018 a giugno 2022 segnalerebbe una drastica diminuzione di tali emissioni a seguito dell’entrata in esercizio dei due filtri a maniche. Mentre proprio lo scorso giugno si è conclusa l’installazione del terzo filtro a maniche al camino E312.

Sempre in tale ambito, lo scenario emissivo post-operam, comprensivo della riduzione degli inquinanti rispetto allo scenario ante-operam, trasmesso al Ministero l’11 luglio 2022, evidenzierebbe in particolare, una significativa riduzione delle emissioni di polveri, sia convogliate che diffuse.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/10/28/registro-tumori-incidenza-in-lieva-calo2/)

Informazioni che sono state al centro delle ultime due riunioni dell’Osservatorio Ilva (21-22 giugno e 20 luglio 2022) e che rientrano nell’ambito dell’articolato procedimento di riesame dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (disposto nel 2019 su istanza del Sindaco di Taranto) che prevede un preliminare aggiornamento dei precedenti rapporti di valutazione del danno sanitario (VDS), prendendo in esame gli scenari emissivi del siderurgico prima e dopo la realizzazione degli interventi del Piano ambientale (ossia gli scenari ante e post-operam). In particolare, lo ricordiamo ancora una volta, tali attività hanno riguardato la definizione dello scenario emissivo connesso agli impianti oggi in esercizio, ambientalmente adeguati, e ipotizzando una produzione annua pari a 6 milioni di tonnellate di acciaio (c.d. scenario post-operam). Al riguardo ISPRA sempre lo scorso 11 luglio 2022, ha trasmesso al ministero dell’Ambiente i dati relativi al citato scenario emissivo post-operam, che a sua volta sono stati trasmessi al Ministero della Salute, dando avvio alla fase finalizzata ad aggiornare le valutazioni sanitarie dello scenario emissivo post-operam, le quali consentiranno di verificare se oggi (ad esito della realizzazione degli interventi del Piano ambientale) sono ancora presenti situazioni di rischio sanitario.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2021/07/12/la-politica-ascolti-la-scienza-e-segua-la-ragione/)

A tal proposito vogliamo ancora una volta qui ricordare che il 18/05/2021 ARPA Puglia, AReSS, ASL TA, hanno trasmesso Rapporto VDS-VIIAS (Valutazione Integrata di Impatto Ambientale e Sanitario) con riferimento allo scenario emissivo ante-operam per una produzione di acciaio pari a 6 milioni di tonnellate/anno, il quale teneva conto di un certo numero di opere di ambientalizzazione. Da tale Rapporto emergeva la permanenza di un rischio sanitario residuo non accettabile.

Anche in questo caso urge fare una precisazione. Il documento in questione ha tenuto conto soltanto di alcune opere di risanamento, non di tutte quelle previste dal Piano Ambientale quindi si tratta di una valutazione ante operam. Questo significa che una volta terminati tutti i lavori più importanti, si potrà procedere alla valutazione definitiva degli impatti ambientali e sanitari derivanti dalla produzione a 6 milioni di tonnellate. Dunque non si capisce come faccia la Corte d’Assise di Taranto a sostenere, all’interno delle motivazioni delle condanne in primo grado nel processo ‘Ambiente Svenduto‘ e con le quali, in parte, ha negato il dissequestro degli impianti dell’area a caldo lo scorso 31 maggio (nel primo anniversario della sentenza di condanna) che “neppure l’adempimento completo dei lavori Aia rappresenterebbe condizione sufficiente per il dissequestro“. Cioè prima ancora che si pronuncino gli enti preposti e gli esperti in materia, i giudici di Taranto sono già in grado di anticipare il loro verdetto. Altro conto sarebbe sostenere che a valle di tutte le prescrizioni attuate e dopo aver ricevuto i pareri attesi, ci si pronuncerà definitivamente sul dissequestro degli impianti, che resta il viatico imprescindibile per consentire al siderurgico di assurgere a ‘nuova vita’. A meno che qualcuno in via Marche e non solo abbia deciso già nel lontano 2012, che quella fabbrica dovrà morire così: in tal caso sarebbe doveroso ammetterlo e poi sostenerlo tramite studi e dati scientifici alla mano.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/05/31/dissequestro-ex-ilva-no-della-corte-dassise2/)

ARPA Puglia, AReSS, ASL TA hanno invece ritenuto di non partecipare alle attività di definizione dello scenario emissivo post-operam, in quanto non è contemplato nel DD 188/2019 (il decreto direttoriale con cui è stato disposto il riesame dell’AIA) e non corrisponde alle due fasi previste dall’AIA; il DD citato, risalente ormai a oltre tre anni fa, era preordinato all’eventuale apertura del riesame, il cui termine naturale ormai è prossimo (febbraio 2023).

Ciò detto, soltanto grazie ai dati raccolti da ISPRA sullo scenario emissivo post-operam a 6 milioni di t/a di acciaio e alle relative valutazioni sanitarie che saranno svolte dal Ministero della Salute, si potrà avere un quadro effettivo sia sull’efficacia della realizzazione degli interventi di adeguamento previsti dal Piano ambientale sia rispetto all’ipotesi di apertura del riesame dell’AIA. Dopo di che probabilmente si procederà a definire lo scenario post-operam a 8 milioni di tonnellate annue di acciaio.

Le suddette, preziosissime informazioni, potrebbero arrivare già il prossimo 6 dicembre, quando tornerà a riunirsi l’Osservatorio Ilva.

(leggi l’articolo sull’ultima riunione dell’Osservatorio Ilva https://www.corriereditaranto.it/2022/06/22/conclusa-la-due-giorni-dellosservatorio-ilva2/)

5 Responses

  1. Beh, l’orientamente dei giudici è sempre stato di “Precauzione”, lo si è visto anche nelle tante cause sull’amianto, sui campi elettromagnetici etc.. Ha senso, secondo lei, parlare di “Drastica riduzione” ? Che vuol dire? Anzichè sparare con un cannone con un calibro di 80 cm, si spara con uno da 40 cm ? E’ ovviamente un discorso relativo. La certezza scientifica NON ESISTE, e non ci sarà mai. Quale è la giusta emissione, quale è il limite, quale è la distanza, quale è la combinazione di diversi inquinanti, e non dei singoli? Dimentica forse i famosi limiti di emissione regionali cambiati ? o i limiti sui campi elettromagnetici nazionali ( legge gasparri se non erro)? La realtà è che uno stabilimento del genere non è compatibile con una città. I giudici hanno già deciso? No, è una accusa grave ed ingiusta. I giudici fanno il loro mestiere, che talvolta prevede, anche, il buon senso.

    1. Gentile lettore,
      la scienza non si basa sul buon senso, meno che mai il diritto. Se così fosse, questo pianeta non vedrebbe più da secoli il genere umano presente. Esistono dei paraemtri precisi, stabiliti da chi da sempre si occupa di salute, al di sopra dei quali il danno sanitario non è accettabile. Se è vero che il rischio zero non esiste in scienza come in nessun altro contesto reale, è altresì vero che esistono parametri, regole, leggi, stabilite proprio per consentire che il tutto possa continuare ad esistere, nel rispetto di tutto e tutti. Che si voglia prendere i parametri stabiliti dal dl.155/2010, che li si voglia cambiare e ridurre, che si voglia prendere per buoni quelli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel campo della scienza come in quello del diritto, il buon senso non esiste. Se la Asl di Taranto, l’ARPA Puglia, l’ArESS, l’ISPRA, i tecnici del ministero dell’Ambiente e della Salute, stabiliscono alcuni parametri, basandosi sulla scienza, perché hanno studiato e analizzato il tutto, quello è e quello deve essere. A meno che non vogliamo sostenere la tesi, assolutamente demagogica e populistica, che sono tutti d’accordo, sono tutti corrotti, sono tutti a favore della continutà produttiva del siderurgico in barba ad ogni regola e in barba al rispetto dell’ambiente e della salute del territorio ionico.
      I giudici fanno il loro mestiere applicando il diritto, il codice penale, il codice civile, quindi le leggi. Non il buon senso. E quindi se tutti gli enti di controllo diranno, dati e studi alla mano, che quello stabilimento con tutti gli interventi realizzati e con una soglia produttiva di tot milioni annui, non presenta più un rischi inaccettabile, dovranno inevitabilmente dissequestrare quegli impianti. Perchè il loro campo è quello del diritto, non un altro. Se vorranno chiedere consulenza a loro periti, lo faranno, e poi ci si confronterà sempre sul campo della scienza, non del buon senso.
      Se poi invece, si vuol chiudere per sempre quella fabbrica, lo si dica, si presenti un piano serio e credibile di riconversione industriale che tuteli l’ambiente, il lavoro di tutti, l’economia di un intero territorio, lo si faccia, ma seriamente, e non attraverso idee strampalate e tesi precostituite come avvenuto negli ultimi dieci anni almeno.

      Cordiali Saluti
      Gianmario Leone

      1. Ma non è vero, non esisterebbe altrimenti la giurisprudenza! E’ tutta una questione interpretativa. Gli organismi citati, hanno sicuramente un ruolo importante nella, guardi un po’, interpretazione dei dati . Perchè è questo il punto, la scienza non dà risposte esatte, sono interpretazioni di dati, ma le variabili sono troppe ed i dati troppo pochi! A parità di dati, ci possono essere 2 o più risultati. Quindi ci saranno sicuramente contro-perizie che sosterranno il contrario. Dovrà decidere il giudice comunque, la scienza NON PUò. Ed esistono dei paletti costituzionali, sopra ogni legge, ovvero della tutela della salute. E non è nemmeno così semplice, perchè i diritti si scontrano, e chi stabilisce quale deve essere la gerarchia? Indovini un po’, il buon senso. Poi mi perdoni, anche accusare i giudici di aver già deciso è demagogico e populista, non trova ?

        1. Gent.le lettore, mi spiace contraddirla ma le cose non stanno così. Proverò a risponderle punto per punto, anche se non è certo questa la sede più opportuna per aprire un dibattito su questi temi così delicati.

          Punto primo: a stabilire non la gerarchia (e già nell’uso di questo termine vi segnalo che avete un concetto del diritto quanto meno di parte) il bilanciamento tra i diritti è la Costituzione italiana. Non a caso la Corte Costituzionale (quindi né io, né lei, né gli enti di controllo o la Procura di Taranto) nell’aprile del 2013 con la sentenza n.85 aveva inizialmente risolto il conflitto tra questi diritti parlando di «un ragionevole bilanciamento tra diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione, in particolare alla salute (art. 32 Cost.), da cui deriva il diritto all’ambiente salubre, e al lavoro (art. 4 Cost.), da cui deriva l’interesse costituzionalmente rilevante al mantenimento dei livelli occupazionali ed il dovere delle istituzioni pubbliche di spiegare ogni sforzo in tal senso», precisando, subito dopo, che «tutti i diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione si trovano in rapporto di integrazione reciproca e non è possibile pertanto individuare uno di essi che abbia la prevalenza assoluta sugli altri. La tutela deve essere sempre “sistemica e non frazionata in una serie di norme non coordinate ed in potenziale conflitto tra loro” (sentenza n. 264 del 2012). Se così non fosse, si verificherebbe l’illimitata espansione di uno dei diritti, che diverrebbe “tiranno” nei confronti delle altre situazioni giuridiche costituzionalmente riconosciute e protette, che costituiscono, nel loro insieme, espressione della dignità della persona». Occorre, invece, secondo la Corte del 2013, garantire «un continuo e vicendevole bilanciamento tra princìpi e diritti fondamentali, senza pretese di assolutezza per nessuno di essi. La qualificazione come “primari” dei valori dell’ambiente e della salute significa pertanto che gli stessi non possono essere sacrificati ad altri interessi, ancorché costituzionalmente tutelati, non già che gli stessi siano posti alla sommità di un ordine gerarchico assoluto».

          Lei a questo giustamente obietterà che l’art. 41 della Costituzione, in realtà, quando si parla di salute, non privilegia alcun bilanciamento e afferma, senza ombra di dubbio, che le esigenze economiche e produttive non possono mai prevalere sul diritto alla salute.
 E che la Costituzione qualifica la salute come «diritto fondamentale dell’individuo» (art. 32, comma 1) ma non usa questo aggettivo quando parla del «diritto al lavoro» (art. 4, comma 1) o di altri diritti pur costituzionalmente garantiti.

          Proprio per questo esistono dei parametri ambientali entro i quali le aziende devono operare per tutelare la salute di chi ci lavora e di chi vive all’esterno di esse. E’ all’interno di quel perimetro che bisogna stare se si vuol produrre senza arrecare danno ad ambiente e salute. Ed è per questo che in ambito europeo sono state pensate le BAT e le BREF, le migliori tecnologie disponibili che le aziende devono adottare. E’ per questo che esiste l’Autorizzazione Integrata Ambientale, la Valutazione del Danno Sanitario e così via. Che si basano su dati oggettivi che non possono essere interpretati come dice lei. Se la scienza stabilisce che l’ambiente e la salute umana possono coestistere con un inquinamento inevitabile, vista la presenza del genere umano su questo pianeta, è all’interno di quel perimetro che bisogna stare. C’è poco da inerpretare. Inoltre vorrei ricordarle che i giudici che lei cita, hanno potuto indagare e condannare (al momento in primo grado) la gestione passata del siderurgico proprio e soltanto grazie ai dati raccolti da ARPA Puglia e Asl Taranto nel corso degli anni: senza quei dati, che in diversi casi superavano i limiti imposti dalla legge, l’inchiesta del 2009 non sarebbe nemmeno partita. Senza la perizia chimica e quella epidemiologica, che si basano solo su dati scientifici, la Procura avrebbe avuto poco e niente in mano. E perché quei dati si sono rilevati così importanti per i Pm? Proprio perché mostravano un eccesso sia rispetto ai parametri stabiliti dalla legge, sia sull’atteso (ovvero sul dato che ci si attende rispetto a malattie e morti che vorrei ricordarle esistono di per sé nella realtà e non sono inevitabili, sono quelle evitabili che bisogna appunto evitare attraverso la prevenzione in ogni ambito).

          Se e quando i giudici si troveranno a dover valutare la prossima istanza di disseuqestro degli impianti, come sempre accade, dovranno valutare ciò che dicono gli esperti e i loro dati e decidere in tal senso. Ecco perché appare quanto meno strano affermare in una sentenza che non serviranno nemmeno tutti gli interventi del Piano Ambientale, prima ancora che quest’ultimi siano portati a termine e prima ancora che su questi si siano espressi gli esperti. La mia provocazione si basava su questo. Tra l’altro sono proprio i guidici ad affermare che i Riva non avrebbero svolto gli interventi ambientali che avrebbero potuto evitare tutto quello che poi si è verificato. E quindi ora che facciamo? Dopo che quei lavori sono stati realizzati adesso diremo che non bastano nemmeno quelli? Non le sembra un controsenso?

          Infine, un’ultima considerazione. In scienza non esiste il rischio zero, come in nessun ambito della nostra vita. Secondo il vostro assunto, a fronte del fatto che nessuno può garantirci che l’aereo che prenderemo non precipiterà, non dovremmo prenderlo perché ce lo suggerisce il buon senso? Oguno di noi accetta inconsciamente il rischio, visto e considerato che l’esempio dell’aereo vale per qualunque mezzo di trasporto e in qualunque situazione ci troviamo a prendere una decisione, ovvero praticamente quasi ogni istante della nostra esistenza come diceva Kierkegaard, non il sottoscritto. La scienza ci dice che esiste un rischio accettabile e un rischio non accettabile. E ce lo dice in base a dei criteri matematici ben precisi (nel caso della VDS del 2021 di ARPA, ASL e ArESS non più di un ammalato ogni 10mila abitanti). E per far si che quel dato non si superi, bisogna attuare tutte le prescrizioni presenti nel Piano Ambientale. E molto probabilmente, in un futuro non troppo lontano, magari riusciremo anche ad evitare quell’uno ogni diecimila, proprio grazie alla scienza, e non al buon senso.

          Come scrivo da 20 anni, discorso diverso è invece quello di affermare che quella fabbrica, anche con le migliori tecnologie possibili, anche con i parchi coperti (cosa che non risulta essere stato fatto da nessuno in Europa), anche con i forni elettrici, anche con l’idrogeno un domani, semplicemente non la si vuole più. E allora bisogna avere il coraggio di dirlo una volta e per tutte e mettere da parte la scienza, la politica, l’economia, il lavoro, e tutto il resto. E lavorare affinché sia possibile per questo territorio e per tutti quelli che lavorano dentro e fuori da quell’azienda, per tutto un sistema che da esso si rifornisce, vivere dignitosamente lo stesso. Ma finché questo non si verificherà, la strada da seguire per tutelare l’ambiente e la salute la indicherà la scienza e la politica dovrà seguirla di rimando, così come le aziende. E quando ciò non si dovesse verificarsi, solo allora dovrà nuovamente ed inevitabilmente intervenire la magistratura.

          Le rinnovo cordiali saluti e mi scuso per la lunghezza della risposta.
          Gianmario Leone

  2. Buongiorno Sig. Leone
    i presunti ambientalisti tarantini sono convinti che chiudendo l’ILVA il problema
    è risolto.
    Invece proprio così il problema può solo riesplodere.
    Perché alla chiusura dello stabilimento, ci sarà solo l’abbandono a loro stesse
    di tutte le aree.
    Lo Stato non potrà mai metterci tutto il danaro necessario per bonificare e a noi
    resteranno le macerie inquinanti.
    L’unico modus operandi deve essere l’ambientalizzazione ed il rilancio produttivo
    del sito di Taranto.
    Quindi abbinare la convenienza economica alla salute o, se vi piace di più,
    la salute alla convenienza economica.
    Ma senza preconcetti.
    Le norme AIA sono state scritte da persone competenti.
    I moderni impianti di depurazione sono stati progettati proprio per il pieno
    rispetto delle norme anti-inquinamento.
    Ma dobbiamo essere onesti.
    Produrre acciaio, raffinare petrolio, produrre energia elettrica con centrali
    tradizionali, produrre cemento, produrre fertilizzanti sono tutte attività che
    non sono a “zero” impatto ambientale.
    In conclusione una acciaieria, dopo tutti gli interventi previsti di ambientalizzazione,
    inquinerà comunque, ma entro i limiti previsti dalle Leggi vigenti.
    Concludo con un paragone.
    Guidare un’auto a 90 KM/H, su una strada con limite di velocità a 90 KM/H,
    non esclude a priori di poter essere coinvolti in un incidente; anche se si stanno
    rispettando le norme del C.d.S.
    Per escludere ogni incidente non dovremmo proprio circolare con l’auto, ma
    anche con la bicicletta ed anche a piedi.
    Saluti
    Giulio Vecchione

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