L’ultima parolina magica nell’ennesima tragicomica crociata sul futuro dell’ex Ilva è ‘nazionalizzazione‘. Nelle ultime settimane l’hanno pronunciata, seppur declinandola in forme diverse, i sindacati dei metalmeccanici di Taranto e quelli nazionali, così come parlamentari, senatori, partiti politici, con il velato avallo del comune e della provincia di Taranto oltre che della Regione Puglia. Di fatto però, la parola in questione così pronunciata non significa assolutamente nulla. Così, poco dopo, gli stessi protagonisti hanno iniziato ad utilizzare l’espressione ‘cambio della governance‘ che potrebbe avere un senso più appropriato, sebbene sia una possibilità al momento alquanto remota.

Non staremo qui a ricapitolare le vicende squisitamente economiche, che abbiamo affrontato in un articolo pubblicato nei giorni scorsi e che potrete rileggere cliccando sul link postato qui sotto. Quello che oggi ci interessa è sgomberare ancora una volta il campo dalla confusione generale in cui viene avvolta consapevolmente la vicenda ex Ilva, per dare al lettore una bussola con la quale orientarsi, senza cadere nella solita e sempre più insopportabile demagogia.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/11/16/ex-ilva-tutta-una-questione-di-soldi3/)

Non che la questione sia semplicissima. Ma proveremo a renderla tale. Dunque, tornando alla più stretta attualità, l’obiettivo dei sindacati e di parte della politica locale e nazionale sarebbe quello di estromettere dalla governance di Acciaierie d’Italia la componente privata, ovvero ArcelorMittal Italia (rappresentata dall’amministratore delegato Lucia Morselli). Ma attraverso quali modalità ciò dovrebbe avvenire, stranamente, non l’ha spiegato nessuno. Perché farlo è, quasi, impossibile.

Lo scorso 31 maggio, nel giorno del primo anniversario della sentenza di primo grado del processo ‘Ambiente Svenduto‘ e nelle ore in cui la Corte d’Assise di Taranto rigettava l’istanza di dissequestro degli impianti dell’area a caldo presentata dai commissari straordinari di Ilva in AS, Acciaierie d’Italia Holding S.p.A. firmava un accordo con Ilva S.p.A. in A.S. per la proroga di due anni (fino al 31 maggio 2024) dell’affitto dei complessi aziendali di Ilva, al fine di consentire alla stessa di chiedere la revoca dei provvedimenti giudiziari che gravano sullo stabilimento di Taranto. Nelle stesse ore, gli azionisti di AdIH, il gruppo ArcelorMittal e Invitalia S.p.A., firmavano una proroga del loro accordo di investimento e parasociale, che confermava l’assetto proprietario e di governance di AdIH per i prossimi due anni.

L’accordo, lo ricordiamo, è quello del dicembre del 2020, che aveva stabilito l’ingresso di Invitalia nel capitale sociale di AM InvestCo Italy S.p.A. (la società veicolo attraverso la quale ArcelorMittal aveva vinto la gara del 2017 per la gestione dei rami d’azienda dell’ex Ilva), con una partecipazione del 38% del capitale sociale (cui corrisponde il 50% dei diritti di voto in assemblea). La restante partecipazione del 62% restava in capo al gruppo ArcelorMittal. Ingresso ufficiale sancito il 15 aprile 2021 con il versamento di 400 milioni di euro, che avrebbe visto un secondo versamento di 680 milioni di euro, da effettuare nel maggio di quest’anno, attraverso il quale Invitalia (l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa S.p.A.avrebbe ottenuto il 60% del capitale sociale. Ed è proprio questo secondo versamento che è stato rinviato al maggio del 2024, visto e considerato soprattutto il mancato dissequestro degli impianti, tra le clausole imprescindibili dell’accordo sottoscritto nel dicembre 2020.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/10/28/registro-tumori-incidenza-in-lieva-calo2/)

Attenzione però. Perché subito dopo l’ingresso di Invitalia nell’aprile 2021, ArcelorMittal (che per accordi avrebbe versato appena 70 milioni di euro) comunicava di non esercitare più attività di direzione e coordinamento su AM InvestCo Italy S.p.A. ArcelorMittal chiariva il concetto ancora meglio in comunicato stampa: “In futuro, Acciaierie d’Italia Holding opererà in modo autonomo, e come tale avrà propri piani di finanziamento indipendenti da ArcelorMittal. Di conseguenza, ArcelorMittal de-consoliderà le attività e le passività”. La società italiana (ArcelorMittal Italia) usciva dunque in maniera totale dal perimetro strategico e dalla responsabilità del potere del gruppo indiano, un regalo da non credere per la famiglia Mittal. Questo andrebbe ricordato a tutti quei politici e sindacalisti che ancora oggi lamentano il fatto che la multinazionale indiana investa altrove nel mondo e non in Italia. Eppure tutto questo dovrebbero conoscerlo eccome.

Basterebbe quindi ricordare quanto avvenuto pochi mesi fa, per comprendere che per cambiare la situazione attuale andrebbe firmato quanto meno un nuovo accordo che andrebbe ad annullare quello dello scorso maggio. Eventualità che né ArcelorMittal Italia é i nuovo esecutivo intendono fare. Come dimostra l’ennesimo rinvio odierno dell’assemblea dei soci.

Tutto ciò però, non risolve i gravi problemi di liquidità patiti dalla società, a causa dell’accesso al credito bancario oramai ridotto ai minimi termini. Che come abbiamo spiegato dettagliatamente nell’articolo di cui sopra, sono quasi del tutto di responsabilità dello Stato, che non ha mantenuto fede agli impegni sottoscritti nel dicembre 2020.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/11/07/e-realistico-un-porto-senza-ilva/)

E proprio per far fronte a quegli impegni, il governo Draghi ha dovuto approvare due diversi interventi negli ultimi mesi del suo mandato. Il primo, al momento il più importante, con il dl Aiuti Bis, autorizzando Invitalia asottoscrivere aumenti di capitale o diversi strumenti, comunque idonei al rafforzamento patrimoniale, anche nella forma di finanziamento soci in conto aumento di capitale, ulteriori rispetto a quelli previsti ai precedenti periodi e fino ad un importo non superiore a un miliardo di euro”. Il tutto con una finalità che non lascia adito a fraintendimenti: “a copertura degli oneri derivanti dall’intervento da parte di Invitalia al fine di assicurare la continuità del funzionamento produttivo dell’impianto siderurgico di Taranto della società ILVA S.p.A., qualificato stabilimento di interesse strategico nazionale”.

L’aver però inserito la doppia possibilità di utilizzo del miliardo di euro, ha creato il corto circuito degli ultimi mesi. Già il governo Draghi aveva infatti provato a destinarlo all’aumento di capitale per ottenere la maggioranza delle quote in società, mentre il socio privato spingeva e spinge affinché venga utilizzato nella forma di finanziamento soci in conto aumento di capitale, per far fronte al cronico problema della carenza del finanziamento del circolante. Ma utilizzare queste risorse economiche per avere la maggioranza delle quote vorrebbe dire disconoscere la proroga dell’accordo siglata lo scorso 31 maggio, il che aprirebbe quasi certamente le porte ad un contenzioso con la componente privata. Non solo. Perché il problema vero è, come sempre, un altro. Perché anche qualora la componente pubblica ottenesse il 51% delle quote societarie, Acciaierie d’Italia potrebbe fare poco o nulla, visto che non avrebbe comunque il possesso degli impianti (restando una società priva di alcun asset industriale): sia perché gli stessi sono ancora sotto sequestro giudiziario, sia perché quegli impianti sono di proprietà di una società privata, l’ex Ilva, attualmente in Amministrazione Straordinaria. Con le banche che hanno chiarito da mesi di non aver alcuna intenzione di esporsi a favore della società, magari sottoscrivendo una garanzia SACE che potrebbe non avere alcun valore.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/09/30/ex-ilva-utilizzo-idrogeno-sara-possibile/)

L’unica, reale alternativa per fare fuori ArcelorMittal, sarebbe percorrere una strada altamente accidentata. Ovvero portare anche Acciaierie d’Italia in Amministrazione Straordinaria. Questo potrebbe avvenire soltanto a fronte di un certificato stato di insolvenza verso terzi da parte della società (esattamente quanto accaduto con l’ex Ilva spa), con l‘applicazione della famosa legge Marzano. A quel punto si dovrebbe trovare una nuova società affittuaria, questa sì a maggioranza o del tutto statale, che potrebbe utilizzare le risorse economiche stanziate con il dl Aiuti Bis per riportare in bonis la società Acciaierie d’Italia.

Il tutto, ovviamente, in attesa di entrare in possesso degli impianti sotto sequestro. Eventualità che potrebbe verificarsi non prima di un anno a voler esser ottimisti. Visto che i commissari straordinari di Ilva presenteranno nuova istanza di dissequestro soltanto dopo il 23 agosto 2023, termine ultimo per l’attuazione del Piano Ambientale del 2017 di cui vi abbiamo parlato ieri. Ed allora toccherà alla Corte d’Appello valutare il tutto.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/12/01/2ilva-piano-ambientale-in-dirittura-darrivo/)

La strada, più che stretta, sembra obbligata. Visto che in ballo ci sono migliaia di posti di lavoro, tra diretti e indiretti (leggi ditte dell’appalto e dell’indotto). Ed è quindi molto probabile, se non scontato, che alla fine il miliardo in questione venga utilizzato come finanziamento soci per dare liquidità alle casse della società consentendole di restare ancora a galla.

Discorso più semplice appare invece, quello riguardante il secondo miliardo stanziato sempre dal governo Draghi con il decreto Aiuti Ter, un decreto-legge che introduce ulteriori misure urgenti in materia di politica energetica nazionale, produttività delle imprese, politiche sociali e per la realizzazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). Risorse destinate al progetto DRI d’Italia Spa, la società totalmente controllata da Invitalia che ha l’obiettivo di realizzare, per la prima volta in Italia, un impianto di produzione del “preridotto” (Direct Reduced Iron), il bene intermedio utilizzato per la carica dei forni elettrici per ridurre la produzione di acciaio a ciclo integrato con il carbon-coke. Che nelle intenzioni dell’accordo del 2020 dovrebbe sorgere proprio a Taranto.

La cifra prevista dal decreto Aiuti ter infatti, non è casuale. Anzi. Perché per la realizzazione di un impianto di preridotto in loco, l’investimento si aggira sui 900 milioni di euro: lo stesso dovrebbe poi essere alimentato a gas (e qui sarà da vedere come si garantirà un prezzo calmierato per un utilizzo economicamente conveniente dello stesso visti anche i prezzi attuali), visto che la produzione del preridotto è legata in modo indissolubile alla disponibilità di gas (o di shale gas) a prezzi competitivi.

Con il preridotto si dovranno alimentare i forni ad arco elettrico (uno o due al momento non è ancora chiaro visto che il piano industriale pensato nel dicembre 2020 è ancora lungi dal potersi realizzare vista la situazione odierna) che dovrebbero portare alla progressiva chiusura di Afo 1, Afo 2, Afo 4 ed alla dismissione di una linea dell’acciaierie e dell’agglomerato e alla maggioranza delle cokerie, ossia gli impianti di distillazione del carbon fossile, che ancora oggi rappresentano il vero bubbone ambientale dell’ex Ilva. Ma con il preridotto si potrebbero alimentare anche i converitori ed in parte l’altoforno 5, il cui intervento economico per il revamping (sempre previsto dall’ultimo piano industriale) prevede una spesa non inferiore ai 4-500 milioni di euro. Il tutto per riportare il siderurgico di Taranto, non prima dei prossimi 5-10 anni, alla produzione massima di 8 milioni di tonnellate (2,4 da forno elettrico e 5,6 da Afo 5), sempre che tale produzione ottenga il via libera dagli enti preposti alla Valutazione del Danno Sanitario.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/09/19/un-miliardo-per-il-preridotto-a-taranto/)

Il quadro è questo. Ed è fin troppo chiaro. Continuare a parlare di altro lo troviamo francamente incomprensibile, oltre che irrealistico. Può piacere o meno, ma così stanno le cose.

Bastano questi pochi ma essenziali dati per comprendere come le affermazioni rilasciate nelle ultime settimane, per non dire degli ultimi anni, siano lontane anni luce dalla realtà. Ciò non toglie che chi più, chi meno, in tutto questo caos ci sguazzi o tenda a tutelare maggiormente i propri interessi seguendo logiche non propriamente delle migliori o delle più accettabili. Ecco perché oggi più che mai tocca alla politica, con l’ausilio dei sindacati e dei dati scientifici forniti costantemente da ISPRA, ARPA Puglia e Asl Taranto, indicare una volta e per tutte la strada che s’intende intraprendere. Smettendola con questo continuo scaricabarile e affrontando con serietà, competenza e sano realismo una vicenda dai contorni oramai surreali. Per non dire grotteschi e ridicoli.Ad maiora.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/07/26/ex-ilva-dieci-anni-trascorsi-invano/)

9 risposte

  1. C’ è qualcuno in grado di far arrivare questo articolo al presidente di Invitalia dr. Bernardo Mattarella e per conoscenza al Presidente della Repubblica?

  2. C’è qualcuno in grado di far pervenire questo articolo al presidente di Invitalia Bernardo Mattarella? e al presidente Bernabè?

  3. Questa favola la conoscono ormai anche i topi purtroppo il sistema siderurgico italiano viene tenuto proprio per i soliti speculatori nonostante sia controproducente e fallimentare e soprattutto nocivo per la città di Taranto. Da profano in contabilità e finanza basterebbe stringere un contratto ventennale con Mittal per l’approvvigionamento delle bramme e semilavorati del ciclo integrale, spegnere gli altiforni e proseguire in minima parte con i nuovi forni elettrici: 1 miliardo credo che basti .In riguardo all’ occupazione bisognerebbe convertire l’attuale area a caldo in una gigafactory per l’elettronica del rinnovabile ( in Cina hanno convertito una ex area siderurgica in mega centrale elettrica basata sullo stoccaggio e produzione fotovoltaica ). Infine favorire l’insediamento di multinazionali nell’ area portuale o direi interportuale ( Grottaglie) ed implementare la logistica. Tutto questo in Italia sarebbe fantascienza,si figuri poi per Taranto, ultima colonia dove le solite lobby che la ricordano solo come cavia da pattumiera industriale.

  4. Devo precisare quanto segue:
    1° E’ pura utopia produrre preridotto in Italia a prezzo idoneo, perché ci vuole tanto gas ed a buon mercato;
    ed in Italia il gas costa di più che in tanti altri stati in Europa e perché lo importiamo al 90%.
    2° Se lo Stato italiano concedesse un prezzo “politico” del gas per il preridotto, la Comunità europea ci condan-
    nerebbe per “Aiuti di Stato”.
    3° I forni elettrici funzionano con l’energia elettrica che in Italia è costata per le imprese sempre di più che in
    altri stati d’Europa, perché non disponiamo di centrali nucleari e perché siamo importatori netti di energia
    elettrica (soprattutto dalla Francia che la produce con le centrali nucleari):
    4° Per il prezzo “politico” all’energia elettrica vale quanto detto per il gas.
    5° Quindi si produrrebbe acciaio ad un prezzo proibitivo e non avrebbe alcun mercato.
    Secondo me l’unico modo per produrre acciaio primario a prezzi competitivi a Taranto (almeno con gli altri Stati
    europei, perché non potremo mai competere con Cina e India) è produrlo in maniera tradizionale con gli Altoforni
    partendo dal minerale di ferro, dal carbone fossile e dal calcare e, utilizzare i gas d’altoforno per produrre l’energia
    elettrica per l’autoconsumo (e per i filtri).
    Oggi, la tecnologia degli impianti filtranti, ci permette di produrre acciaio in maniera tradizionale e di rispettare
    i limiti alle emissioni nocive stabiliti dalle Leggi vigenti.
    Ma rispettando determinate condizioni:
    1° Rispetto dei piani di Manutenzione ordinaria e straordinaria di tutti gli impianti filtranti;
    2° Copertura e manutenzione dei Parchi, dell’impianto AGLO, dell’impianto OMO e di tutti i relativi nastri trasportatori;
    3° Rispetto dei cicli e dei tempi di produzione delle batterie-coke;
    4° Perfetto funzionamento delle ACC 1 & 2:
    5° Impianti di depurazione delle acque industriali perfettamente funzionanti;
    6° Impianti di recupero delle acque meteoriche per ridurre i prelievi di acqua da AQP e dalle prese a mare in Mar Piccolo.
    Quindi reputo inutile destinare danaro per il preridotto e per i forni elettrici, ma dobbiamo concentrare le
    risorse sul ripristino dell’ AFO 5 (500 milioni di Euro), sul completamento dell’ambientalizzazione (altri 300) e sulle
    manutenzioni di tutti gli altri AFO e impianti (gli ultimi 200).
    Perché fra un anno o due rischiamo di aver completato l’ambientalizzazione, ma non aver manco un alto-
    forno efficiente. Gli altoforni invecchiano, AFO 1, 2 & 4 non dureranno in eterno e per ricostruire AFO 5 ci vogliono
    36 mesi dall’inizio dei lavori. Naturalmente pagando con puntualità teutonica le ditte appaltatrici e non come oggi
    “a quando ci sono i soldi”.
    A dimenticavo il “Sequestro delle Aree a caldo”.
    Conoscete qualcuno che metterebbe gli infissi nuovi ad una casa sottoposta a sequestro ?
    Io un “cretino simile” non ho avuto il piacere di incontrarlo.
    Quindi il Governo Meloni ed il MISE Urso devono risolvere prima il problema del “Sequestro delle Aree a caldo”
    e poi troveranno un privato disposto a metterci i soldi.
    E torniamo al discorso della Governance, all’intervento di Arcelor Mittal, all’intervento di Invitalia, chi deve
    comandare (Pubblico o Privato), che deve gestire la produzione (Pubblico o Privato), chi deve mettere i soldi e
    chi deve mettere le competenze.
    Saluti
    Giulio Vecchione

  5. Inutile fossilizzarsi sul ciclo integrale perchè tra pochi anni il mercato globale offrirà semilavorati, bramme e prodotti primari a prezzo conveniente e la siderurgia integrale europea ed italiana chiuderanno battenti lanciando nei territori disoccupazione e bombe ecologiche; Quindi prima di restare con il cerino in mano dovremmo subito pianificare un ” piano B ” di reidustrializzazione e riconversione di una grande area che già allo stato attuale rappresenta una bomba ad orologeria.

  6. Caro Gico
    I produttori di semilavorati a livello mondiale solo Cina e India.
    Per i prossimi due o tre anni non si potrà contare sulla produzione dell’Ucraina perchè
    le Acciaierie AZOVSTAL sono da ricostruire.
    L’ Unione Europea continuerà ad applicare le sanzioni alla Russia, e quindi anche il mercato russo
    è per Noi precluso.
    Ma se per caso noi Italia avessimo un contenzioso con la Cina o con l’India? (vedi i marò)
    Se dovesse scoppiare una guerra convenzionale per Taiwan?
    Se dovesse scoppiare una guerra convenzionale fra Cina ed India per il Tibet o per il Kashmir?
    Come potremmo alimentare le aziende italiane che trasformano i semilavorati in prodotti finiti?
    Possiamo continuare ad alimentarli solo conservando una limitata autonomia nella produzione di
    acciaio primario dagli Altoforni italiani di Taranto.
    Ecco perchè Taranto è strategica.
    Ci permette di essere, in parte, autonomi per l’acciaio primario come la Raffineria ENI di Taranto ci permette
    di essere, in parte, autonomi per la produzione di gasolio, benzine & altri prodotti petroliferi.
    E’ molto semplice dire: “smantelliamo le grandi industrie”. E poi????
    Riflettiamo.
    Saluti
    Giulio Vecchione

  7. Carissimo Giulio, forse sarebbe il caso di ridimensionare il ciclo integrale del siderurgico tarantino ammesso e concesso non sia controproducente ed oneroso per le tasche dei cittadini comunque la stesura di un” piano B ” che includa sperimentazione e riconversione produttiva credo non sia proibitiva anche per alleviare i sacrifici della salute dei tarantini; Il problema che molto facilmente tra 5,6 anni possiamo ritrovarci con una seconda Bagnoli e Taranto ,una volta che gli industriali manifatturieri del Nord reperiranno i prodotti primari a buon mercato, assisterebbe ad una desertificazione industriale, sociale ed economica. Praticamente non si tratta di smantellare le grandi industrie ma di programmare per riconvertire, rilevare, alternare magari con il riciclo, rinnovabile e la filiera del sostenibile.

  8. Caro Gico
    viviamo in un mondo che si è destabilizzato.
    Quindi oggi abbiamo la crisi Russo-ucraina.
    Domani possiamo avere una crisi indo-cinese, una crisi indo-pakistana,
    il problema di Taiwan, la Corea del Nord. l’Iran, una nuova crisi israelo-palestinese,
    la riduzione della produzione di petrolio dall’OPEC, l’emigrazione forzata di milioni di
    africani ed asiatici verso l’Europa, il terzo mondo che è sempre più preda di regimi
    totalitari, la spartizione dell’Artico e dell’Antartico.
    Quindi in Italia ed in Europa dobbiamo ritornare a produrre tante cose che
    avevamo smesso di produrre, e queste produzioni dovranno essere bastevoli
    per affrontare le varie crisi che si succederanno.
    Quindi dobbiamo ritornare a produrre acciaio primario, a raffinare petrolio,
    a produrre cementi e derivati, chimica, computer e micro-chips, ma ritornare a produrre
    anche cereali ed olio, ortaggi e frutta, allevare bovini, suini ed ovini in quantità.
    Dobbiamo installare tante pale eoliche e pannelli solari, centrali nucleari e
    dobbiamo incentivare tutte le forme di risparmio energetico.
    Dobbiamo ricostruire le nostre Forze Armate in una ottica di reale integrazione
    europea, e non a livello NATO, perchè gli interessi del Canada e degli U.S.A.
    non sono gli stessi dell’Europa.
    Dobbiamo smetterla con le speculazioni finanziarie e il predominio delle banche
    sulla produzione.
    Il mio può sembrare un ritorno all’AUTARCHIA.
    NO è l’unico modo che abbiamo per difenderci.
    Noi europei siamo pochi e saremo sempre di meno rispetto ai cinesi, agli indiani
    ed agli africani.
    Con cosa vuoi opporti?
    Con le azioni, i derivati, lo spread????
    Puoi opporti soltanto dimostrando un buon grado di autonomia dalle loro pro-
    duzioni e/o dalle loro materie prime.
    Saluti
    Giulio Vecchione

  9. In Italia non esiste una classe politica in grado di programmare o di agire strategicamente in base a delle situazioni geopolitiche . I nostri governanti sono a capo di un sistema clientelare ( partitocrazia) ed operano in maniera da soddisfare i propri affari non di certo per il bene economico di una nazione; del resto non esiste più una classe imprenditoriale o presunta tale in grado di occuparsi di un sistema industriale semplice o complesso che sia. In Italia di certo esiste una popolazione anziana che a differenza del resto d’ Europa necessita di un adeguata assistenza perché carente di un terziario semplice ed avanzato. A mio avviso chi si occupa di grande industria opera in maniera tale solo per ” fregare ” denaro pubblico ed accaparrarsi la clientela (MITTAL) ,di quelle che erano le nostre multinazionali (FIAT, ILVA,MASERATI etc.).Quindi finché la nostra classe politica non si occuperà di nuovi programmi industriali adeguati con i tempi che corrono come in Giappone ,oppure nelle migliori delle ipotesi ,dovremmo occuparci solo di servizi, assistenza alla persona , ambiente ,ecologia, turismo insomma terziario e terziario avanzato.

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