“Vicenda Ilva complessa, via d’uscita c’è”

 

Il presidente di Acciaierie d'Italia, Bernabè, audio dalla commissione Industria del Senato
Posted on 31 Gennaio 2023, 21:03
13 mins

Proseguono le audizioni nell’ambito dell’esame del ddl n. 455 (d-l 2/2023 – Impianti di interesse strategico nazionale) presso la Commissione Industria e agricoltura del SenatoQuest’oggi è stato il turno, tra gli altri, del presidente di Acciaierie d’Italia, Franco Bernabé. Il quale ha iniziato il suo intervento ringraziando il governo per aver deciso di affrontare con un decreto la difficile situazione del siderurgico di Taranto. Che nel ruolo di presidente ha fatto presente ai soci di Acciaierie d’Italia a partire dallo scorso novembre nelle varie assemblee che si sono svolte sino a dicembre.

“A seguito degli aumenti di prezzo, il costo dell’energia per l’azienda è passato da 200 milioni circa in un anno normale come il 2020 o il 2019 a un miliardo e 550 milioni in termini finanziari, che sono stati compensati in parte dal meccanismo di tax credit che hanno portato l’effettivo onere a un miliardo e 100 milioni: si tratta con tutta evidenza di un onere insostenibile che ha generato arretrati di pagamento nei confronti di tanti fornitori, soprattutto dell’energia”. “In particolare – ha aggiunto – del fornitore Eni che ha deciso di rescindere il contratto di fornitura e della Snam che è intervenuta in ragione delle norme che prevedono la fornitura di gas di default per le attività per le quali la fornitura non è interrompibile. Se l’arretrato non verra’ saldato a Snam, le forniture si interromperanno e l‘attività produttiva dello stabilimento di Taranto verrà irrimediabilmente compromessa“. Bernabé ha ricordato i “due eventi straordinari” degli ultimi anni: la pandemia e il conflitto russo-ucraino che “hanno causato effetti shock sia sulla produzione che sui prezzi”. Per quanto riguarda il gas, il prezzo “è aumentato di oltre sei volte rispetto al livello medio di circa 20 euro a MWh con anche una grande variabilità perché ha raggiunto in alcuni momenti ad agosto 2022, addirittura 350 euro MWh. Fortunatamente il gas è tornato a livelli di 50-55 euro a MWh che non sono livelli normali, sono ancora molto cari ma rispetto ai 350 euro che ha toccato in luglio-agosto ’22 e’ a livelli più accettabili. Ma per una società che ha fatturato 3,5 miliardi un aumento dei costi di circa 1 miliardo è assolutamente insostenibile“.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/01/31/ex-ilva-in-arrivo-i-680-milioni-da-invitalia/)

“Credo che questo provvedimento attenui una parte dei problemi ma in realtà consente di ripristinare condizioni produttive. Quindi potremmo pensare a riprendere, però il problema e’ che fino adesso la società si è finanziata con il giro di cassa autonomo, cosa che per società di queste dimensioni è quasi impossibile” ha detto ancora il presidente di Acciaierie d’Italia, ricordando che su questo “si e’ innestata anche la crisi energetica”. Bernabè ha affermato che “va dato atto all’amministratore delegato di avere condotto l’azienda in una situazione veramente di estrema drammaticità” ed ha aggiunto che “la situazione di Acciaierie d’Italia è infinitamente più complessa di quelle che io ho vissuto in qualsiasi altra esperienza, come la chimica o il minero-metallurgico. Devo dire che, anche rispetto a quelle vicende di enorme complessità, questa e’ una situazione molto molto più complicata e devo dare atto all’amministratore delegato che ha fatto molto per tenere la società in una situazione molto molto complicata”. Nonostante questo, ha ricordato, l’attuazione del piano ambientale è proseguita: “Acciaierie d’Italia Holding ha speso 800 milioni di euro per interventi che hanno drasticamente ridotto l’impatto ambientale dello stabilimento, oggi probabilmente tra i più compatibili al mondo”. Bernabè ha voluto ricordare ai presenti alcuni tra gli interventi più importanti realizzati negli ultimi anni, come la copertura del parco minerali e del sistema di trattamento delle acque meteoriche, la copertura dei parchi OMO e AGL, la realizzazione delle barriere frangivento, la copertura dei nastri trasportatori e degli edifici e la dismissione dell’altoforno 3 (interventi che gli altri siderurgici in Europa non credo abbiano in questa misura).

Parlando della grave crisi finanziaria di Acciaierie d’Italia, Bernabè ha spiegato che l’uscita della società dal perimetro della multinazionale, “ha tolto l’azienda dal campo di consolidamento di ArcelorMittal”. Quest’ultima, ha aggiunto, “forniva di fatto il finanziamento del circolante” ed Adi “che dipendeva da ArcelorMittal per il finanziamento del circolante, si è trovata improvvisamente senza la possibilità di finanziare il circolante. Che, nel caso di AdI, società che fattura oltre 3,5 miliardi di euro, e che ha un ciclo di lavorazione di almeno sei mesi, comporta l’esigenza di un castelletto bancario di almeno 1,5 miliardi. La società – ha detto ancora Bernabè – non è bancabile, non ha accesso al credito, se non in misura limitatissima, e non ha un’azionista che la sostenga finanziariamente con l’uscita di ArcelorMittal perché lo Stato non può intervenire se non in condizioni molto particolari e strumenti di tipo legislativo per il sostegno finanziario della società. Ma non può certamente finanziare il circolante”. AdI quindi, ha spiegato Bernabè, “si e’ ritrovata senza la possibilità di accedere al credito bancario ed ha dovuto gestire tutto il processo produttivo e commerciale per cassa, utilizzando la cassa generata dalla vendita per finanziare soprattutto l’acquisto di materia prima che va pagata all’atto del carico della nave. La cassa che genera l’azienda la parte più importante, quella immediatamente disponibile, deve essere destinata all’acquisto di materie prime senza le quali il ciclo produttivo si interrompe. Questa è la ragione della sofferenza dell’indotto che purtroppo ha pagato costi molto elevati” ed ha portato “insieme ad Acciaierie d’Italia un peso abnorme rispetto a questa straordinaria situazione di non bancabilità dell’azienda” ha evidenziato Bernabè in riferimento alla situazione delle imprese di Taranto.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/01/24/decreto-ilva-morselli-si-a-modifiche-4/)

Sul rifacimento dell’altoforno 5 a Taranto, Bernabé ha detto che nel piano societario “prevede un graduale inserimento di forni elettrici in sostituzione degli altiforni. L’idea di ripristinare il forno 5, uno dei più performanti di Europa, deriva dalla necessità di chiudere progressivamente tutti gli altri forni e quindi di consentire un mantenimento occupazionale ed un livello produttivo tale da garantire la generazione di cassa” ma anche i posti di lavoro a Taranto. “La scelta tecnologica fatta per i forni elettrici non è la scelta standard ma una che consente di utilizzare parte dell’infrastruttura produttiva a valle, cioè parte delle acciaierie, che consente un mantenimento importante dei livelli occupazionali“. Gli altiforni occupano 1000 persone per tonnellata prodotta, i forni elettrici “ne occupano 400. Quindi – ha detto Bernabè – il problema della transizione occupazionale ce lo siamo posti con grande serietà”. Sono così state “cercate quelle soluzioni che minimizzassero l’impatto occupazionale e allo stesso tempo, attraverso il supporto del Governo e di operatori privati, con i quali siamo in collaborazione, abbiamo cercato di individuare delle operazioni di reindustrializzazione del polo che consentissero di assorbire l’occupazione eccedente nel sito industriale”.

Il “piano di decarbonizzazione” prevede “nell’arco di un decennio la completa eliminazione delle emissioni climalteranti dello stabilimento di Taranto, centrando quattro obiettivi fondamentali: il rispetto dell’ambiente, l’occupazione, la sostenibilità economica e la crescita. Il problema principale – ha osservato – è quello di rendere compatibili questi quattro fattori, l’ambiente in primo luogo ma l’occupazione, lo sviluppo e il carattere strategico del sito. Il piano di decarbonizzazione prevede una road map articolata in quattro fasi successive in un periodo decennale. Un periodo decennale perche’ la complessità del programma che deve essere realizzato è immensa: per ogni modifica serve fare caratterizzazioni del terreno, fare bonifiche e chiedere permessi“. Bernabè ha ricordato che la prima fase comporta “un ulteriore rilevante miglioramento della sostenibilità ambientale dell’area a caldo nel periodo ’23-’25” e “l’investimento stimato di questa prima fase è di oltre un miliardo ma è destinato ad aumentare in seguito al processo inflattivo che ha caratterizzato a partire dal ’22 l’economia internazionale”.

La seconda fase che consiste “nell’introduzione di un primo forno elettrico alimentato con pre-ridotto e la sperimentazione dell’utilizzo di idrogeno come vettore energetico nel periodo ’24-’27 (e riduzione delle emissioni di CO2 anche con la loro cattura)” prevede un investimento di 2,4 miliardi. La terza fase è quella della “estensione della elettrificazione dell’area a caldo nel ’27-’29 con la introduzione di un secondo forno elettrico con un investimento previsto di 1,2 miliardi. Sono tutte cifre che – ha rimarcato ancora – sono destinate ad aumentare in seguito all’inflazione che si è verificata nell’ultimo anno e mezzo”. Infine la quarta fase è “il completamento della elettrificazione dell’area a caldo nel periodo ’29-’32” e “anche questo investimento è previsto in circa un miliardo“. Bernabè ha quindi ricordato che “l’obiettivo finale del 2032 è l’alimentazione degli impianti con solo idrogeno verde“. Anche per questo è stato inaugurato nel 2021 il Centro di Ricerca e Innovazione dove operano decine di lavoratori che collaborano con diverse aziende ed enti vari.

Per quanto riguarda il progetto industriale di DRI d’Italia sulla decarbonizzazione dell’ex Ilva, che prevede la costruzione a Taranto di un impianto per la produzione di preridotto anche attraverso i fondi del PNRR (“che non alimenterà solo l’impianto tarantino, ma anche le altre acciaierie italiane per ridurre la dipendenza della siderurgia nazionale dal rottame estero”), il presidente di AdI ha dichiarato che “abbiamo completato la fase di progettazione e a giugno verrà assunta la decisione finale di investimento. In quel momento, sarà necessario l’avvio contestuale da parte di Acciaierie d’Italia del processo che porterà alla realizzazione del primo forno elettrico“. Per consentire una valutazione dell’intero processo di produzione dell’acciaio verde, Bernabè ha ricordato che nel sito di Taranto verrà realizzato un impianto di scala ridotta che servirà a valutare ogni aspetto di ogni singola componente: un progetto pilota chiamato HYDRA e finanziato dall’IPCEI (Important Projects of Common European Interest) promosso e coordinato dal gruppo genovese RINA che “consentirà di produrre una valutazione su tutta la scala del processo che parte dalle rinnovabili, arriva al DRI e infine all’acciaio verde”, oltre ad essere state avviate collaborazioni con Snam ed Eni per la cattura, lo stoccaggio e la riduzione della CO2 e con NextChem sull’economia circolare.

Ciò nella speranza che quanto descritto potrà essere davvero realizzabile, con l’impegno di tutte le parti in causa.

(leggi tutti gli articoli sull’ex Ilva https://www.corriereditaranto.it/?s=ilva&submit=Go)

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

3 Commenti a: “Vicenda Ilva complessa, via d’uscita c’è”

  1. VECCHIONE GIULIO

    Febbraio 1st, 2023

    Caro Dott. Bernabè
    finalmente vediamo la luce che è in fondo
    al tunnel della crisi ILVA.
    Ma per arrivare alla luce in fondo al tunnel, è
    necessario il Vs impegno a non far mancare
    le risorse economiche per affrontare gli anni
    2023-2025, in cui la Società ADI non avrà la
    forza economica di autofinanziarsi.
    Vi ringrazio per l’impegno a promuovere
    l’acciaio green, ma come da Vs intervento
    è necessario affiancarlo con l’acciaio pro-
    dotto con gli altoforni tradizionali.
    E’ improcrastinabile il revamping dell’AFO 5
    per sostituire gli altri più piccoli e per affiancare
    gli impianti green con nuove tecnologie.
    Non ammette alcuna deroga il completamento
    degli interventi AIA entro il 23-08-2023, essendo
    la “conditio si ne qua non” per il dissequestro
    dell’area a caldo di Taranto.
    Saluti
    Giulio Vecchione

    Rispondi
  2. Gico

    Febbraio 1st, 2023

    Ennesima favola che rimanda ” la luce in fondo al tunnel ” alle calende greche poi in altre testate giornalistiche stranamente critica in parte la Sig.ra ; da profano facendo due conti sul valzer dei miliardi sarebbe stato meglio trasformare il siderurgico in centro europeo del rottame da riciclo metallico (naviglio, auomotive, aereo)creandooccupazione dalla relativa cantieristica, continuare esiguamente la produzione a caldo come allo stato attuale, triplicare i forni elettrici ed anticipare il tutto di 5-6 anni: Il resto dell’acciaio primario mancante l’ avrebbe fornito MITTAL dall’estero a patto di un contratto ventennale low cost. Purtroppo come Egli stesso ribadisce la questione rimane molto complessa quasi difficile per un manager di vecchia esperienza perchè gli speculatori di professione hanno da sempre inquinato l’ambiente finanziario, politico ed amministrativo dell’annosa vicenda siderurgica italiana. Infine a prescindere dalle mie constatazioni profane tra una decina di anni ( ammesso che il cronoprogramma venga rispettato : dubito non è mai successo ) del Sig. re anziano di marcata esperienza si perderanno le tracce.

    Rispondi
  3. VECCHIONE GIULIO

    Febbraio 2nd, 2023

    Caro Gico e Cari Lettori
    Ho già discusso sull’argomento in merito.
    Resto sempre dell’idea che l’Italia e L’Europa
    devono produrre da sé almeno una parte
    dell’acciaio primario, dei sotto-prodotti petroliferi,
    dei fertilizzanti, delle fonti di energia, dei microchip,
    dei prodotti agricoli e zootecnici e di
    tante altre cose che consumiamo.
    Non possiamo dipendere dal Putin di turno.
    Né dobbiamo subire le conseguenze economiche
    nefaste dovute a politiche aggressive della Cina,
    dell’India ed anche degli Stati Uniti.
    Non può l’Europa essere solo un continente di
    servizi e grande acquirente di tutto.
    Dobbiamo ritornare a produrre merci.
    E le produzioni dovranno rispettare le norme
    sulle emissioni nocive (produzioni green).
    Ma non potranno mai diventare ad impatto “zero”.
    Facciamocene una ragione.
    L’inquinamento ci sarà, ma nei limiti di Legge.
    Saluti
    Giulio Vecchione

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