Alla fine l’incontro, prima smentito e poi confermato nel giro di qualche ora ieri e da noi anticipato, ha avuto luogo. Ma al centro del confronto, secondo quanto trapelato, non c’è stata la questione legata all’Accordo di Programma o all’attualità del siderurgico, ma soltanto il futuro produttivo dello stabilimento siderurgico.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/02/10/benrbe-a-taranto-da-melucci-e-emiliano/)
E’ stata quindi l’occasione, per i vertici della società pubblica Dri d’Italia che fa capo ad Invitalia, rappresentata dal presidente Franco Bernabè, che è anche presidente di Acciaierie d’Italia, e l’ad Stefano Cao di presentare il progetto dell’impianto di preridotto che sarà costruito nella città dei Due Mari. Alla riunione erano presenti il Comune di Taranto, col sindaco Rinaldo Melucci e alcuni assessori, e i rappresentanti dell’Autorità portuale di Sistema del Mar Ionio, la struttura commissariale della Zona economica speciale (ZES), Asset Puglia e Arpa Puglia. In collegamento da Bari il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano.
Assenti invece i sindacati dei metalmeccanici perché non invitati: una scelta francamente incomprensibile e soprattutto anacronistica, visto che la transizione produttiva comporterà non pochi problemi proprio sul fronte occupazionale.
Come ampiamente risaputo l’impianto di preriduzione di Taranto sarà il primo in Italia e sarà strutturato in due moduli. Entrambi da 2-2,5 milioni di tonnellate. Il primo modulo alimenterà di preridotto i due forni elettrici previsti da Acciaierie d’Italia (ex Ilva) nell’ambito della riconversione produttiva e della decarbonizzazione (già finanziato con il miliardo del decreto Aiuti Ter) e dovra’ essere alimentato da idrogeno proveniente da fonti rinnovabili; l’altro modulo, invece, fornirà i produttori privati del Nord Italia che hanno già i forni elettrici ma ora li approvvigionano con rottame di ferro, in buona parte importato, che sarà sostituito dal preridotto (per questo secondo modulo servirà un altro miliardo che potrebbe arrivare da un decreto ad hoc da parte del ministero dell’Ambiente). A tal proposito lo scorso 18 gennaio, nella sede dell’associazione di categoria Federacciai, alla presenza del Presidente Antonio Gozzi, il presidente di CEIP Scarl (Consorzio Elettrosiderurgici Italiani per il Preridotto), Giancarlo Quaranta, e l’amministratore delegato di DRI d’Italia, Stefano Cao, “nel quadro delle iniziative finalizzate alla transizione verde del settore dell’acciaio italiano e al raggiungimento degli obiettivi europei di riduzione delle emissioni climalteranti, hanno firmato un memorandum di intesa allo scopo di verificare le opportunità di cooperazione relativamente alla realizzazione di impianti di produzione, commercializzazione e vendita di direct reduced iron (preridotto)”. Non è stata ancora decisa l’ubicazione dell’impianto del preridotto a Taranto. Si fara’ una ricognizione a tal proposito anche tra le aree del porto e quelle della Zes.
Ricordiamo che Il ciclo del preridotto riguarderà una prima trasformazione dei minerali di ferro in palline in ossido di ferro, che saranno acquistate sul mercato e trasferite a Taranto. Qui saranno immesse in un “ambiente riducente” che usando inizialmente gas e in futuro idrogeno le priverà dell’ossigeno, in modo tale che il contenuto di ferro delle palline passerà dal 65 per cento al 95-96 per cento. Con il preridotto si dovranno alimentare i forni ad arco elettrico (uno o due al momento non è ancora chiaro visto che il piano industriale pensato nel dicembre 2020 è ancora lungi dal potersi realizzare vista la situazione odierna) che dovrebbero portare alla progressiva chiusura di Afo 1, Afo 2, Afo 4 ed alla dismissione di una linea dell’acciaierie e dell’agglomerato e alla maggioranza delle cokerie, ossia gli impianti di distillazione del carbon fossile, che ancora oggi rappresentano il vero bubbone ambientale dell’ex Ilva. Ma con il preridotto si potrebbero alimentare anche i converitori ed in parte l’altoforno 5, il cui intervento economico per il revamping (sempre previsto dall’ultimo piano industriale) prevede una spesa non inferiore ai 4-500 milioni di euro. Preridotto per il quale al momento dipendiamo quasi interamente da Russia e Libia., motivo in più per accelerare la realizzazione di un impianto in Italia.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/01/31/situazione-ilva-complessa-ma-via-duscita-ce-4/)
Quest’oggi Bernabè ha quindi nuovamente illustrato il “piano di decarbonizzazione” che prevede nell’arco di un decennio la completa eliminazione delle emissioni climalteranti dello stabilimento di Taranto, centrando quattro obiettivi fondamentali: il rispetto dell’ambiente, l’occupazione, la sostenibilità economica e la crescita. Il problema principale è quello di rendere compatibili questi quattro fattori, l’ambiente in primo luogo ma l’occupazione, lo sviluppo e il carattere strategico del sito. Il piano di decarbonizzazione prevede una road map articolata in quattro fasi successive in un periodo decennale. Un periodo decennale perche’ la complessità del programma che deve essere realizzato è immensa: per ogni modifica serve fare caratterizzazioni del terreno, fare bonifiche e chiedere permessi“. Bernabè ha ricordato che la prima fase comporta “un ulteriore rilevante miglioramento della sostenibilità ambientale dell’area a caldo nel periodo ’23-’25” e “l’investimento stimato di questa prima fase è di oltre un miliardo ma è destinato ad aumentare in seguito al processo inflattivo che ha caratterizzato a partire dal ’22 l’economia internazionale.
La seconda fase consiste nell’introduzione di un primo forno elettrico alimentato con pre-ridotto e la sperimentazione dell’utilizzo di idrogeno come vettore energetico nel periodo ’24-’27 (e riduzione delle emissioni di CO2 anche con la loro cattura)” prevede un investimento di 2,4 miliardi. La terza fase è quella della “estensione della elettrificazione dell’area a caldo nel ’27-’29 con la introduzione di un secondo forno elettrico con un investimento previsto di 1,2 miliardi. Sono tutte cifre che sono destinate ad aumentare in seguito all’inflazione che si è verificata nell’ultimo anno e mezzo. Infine la quarta fase è il completamento della elettrificazione dell’area a caldo nel periodo ’29-’32” e “anche questo investimento è previsto in circa unmiliardo. Bernabè ha quindi ricordato che l’obiettivo finale del 2032 è l’alimentazione degli impianti con solo idrogeno verde. Anche per questo è stato inaugurato nel 2021 il Centro di Ricerca e Innovazione dove operano decine di lavoratori che collaborano con diverse aziende ed enti vari.
Per quanto riguarda il progetto industriale di DRI d’Italia sulla decarbonizzazione dell’ex Ilva, che prevede la costruzione a Taranto di un impianto per la produzione di preridotto anche attraverso i fondi del PNRR (che non alimenterà solo l’impianto tarantino, ma anche le altre acciaierie italiane per ridurre la dipendenza della siderurgia nazionale dal rottame estero), il presidente di AdI ha informato che è stata completata la fase di progettazione e a giugno verrà assunta la decisione finale di investimento. In quel momento, sarà necessario l’avvio contestualeda parte di Acciaierie d’Italia del processo che porterà alla realizzazione del primo forno elettrico. Per consentire una valutazione dell’intero processo di produzione dell’acciaio verde, Bernabè ha ricordato che nel sito di Taranto verrà realizzato un impianto di scala ridotta che servirà a valutare ogni aspetto di ogni singola componente: un progetto pilota chiamato HYDRA e finanziato dall’IPCEI (Important Projects of Common European Interest) promosso e coordinato dal gruppo genovese RINA che consentirà di produrre una valutazione su tutta la scala del processo che parte dalle rinnovabili, arriva al DRI e infine all’acciaio verde, oltre ad essere state avviate collaborazioni con Snam ed Eni per la cattura, lo stoccaggio e la riduzione della CO2 e con NextChem sull’economia circolare.
Ciò nella speranza che quanto descritto potrà essere davvero realizzabile, con l’impegno di tutte le parti in causa.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/01/18/il-preridotto-di-taranto-anche-al-nord2/)

giovanni cazzato
ASSURDO!! Al di là del merito è del tutto inaccettabile che si faccia un incontro a porte chiuso su problemi di interesse generale e su problemi che riguardano un’intera comunità. Ancora di più inaccettabile che sia tenuti furi i sindacati dei lavoratori dipendenti che sono le persone che vivono la doppia condizione di sofferenza in quanto anche cittadini e lavoratori esposti a tutte le conseguenze della loro condizione. Incontro a porte chiuso a chi? Alla stampa che deve liberamente informare e che invece deve accontentarsi del si dice. Non meraviglia che Emiliano pensi di poter rappresentare tutto e tutti insieme al suo fedele e inconsapevole amico sodale sindaco. Tra le tante mancanze del governo e della ex ILVA si aggiunge il fregolismo delle autorità regionali che. nel cambiarsi d’abito ad ogni atto della commedia si travestono da ambientalisti, siderurgici, sindacalisti e chiacchieroni a go go. Se non ci fosse da piangere sarebbe da ridere. IN UN MOMENTO DI MASSIME INCERTEZZE LE PORTE SI APRONO.
Gico
Restiamo nella speranza che tutto ciò possa essere realizzabile. Chi di speranza vive disperato muore. Ad essere ottimisti la volontà di partenza del progetto pilota HYDRA ma non illudiamoci; rimane un progetto sperimentale che nelle migliori delle ipotesi si perderanno diversi anni. Praticamente tutto il ciclo siderurgico attuale viene congelato alle calende greche in maniera da contenere quel minimo di produzione ed inquinamento poi la reindustrializzazione, transizione e riconversione resta per questo territorio un utopia difatti viene procrastinata la discussione sull’Accordo di Programma.Infine dobbiamo tenere presente secondo le affermazioni del presidente di Confindustria che in Italia per la siderurgia non esistono persone del mestiere e personalmente aggiungerei politici che siano nelle condizioni di affrontare e risolvere il problema della dipendenza alle materie prime e delle rogne che la globalizzazione comporta ( i politici si occupano di spettacoli, scandali internazionali, tangenti, escort, svendite…….. a MITTAL, TELECOM, JEEP, etc e carrozzoni colabrodo come ex ALITALIA ILVA) tanto l’economia del Nord regge benissimo sui servizi e sui quattro brugolettai agevolati guarda caso dall’acciaio primario di Taranto. Poi i cittadini del rione Tamburi di Taranto credo meritano una risposta plausibile dopo decenni di sacrificio e malattie e non solo chili di sarcomi o inviti ad abbandonare tutto per occupare qualche posto vacante nelle fabbriche siderurgiche del Nord o patire ulteriormente quella che si và definendo la ” seconda Bagnoli”