L’impianto di dissalazione che sorgerà a Taranto sulle sorgenti salmastre del fiume Tara, è stato al centro dell’audizione che si è svolta in II Commissione regionale , presieduta da Antonio Tutolo.
A relazionare sul punto all’ordine dei lavori sono stati convocati in audizione i vertici di AQP. La direttrice generale di AQP Francesca Portincasa, ha esordito dicendo che la strategia che sta portando avanti Aqp si sviluppa su tre direttrici, il cui primo impegno è rivolto al recupero perdite con l’obiettivo di portare avanti l’investimento fino al 2026, per recuperare 10 milioni di metri cubi all’anno, lungo la rete di 21 mila chilometri a cui si aggiungono altri 5 chilometri della grande adduzione. Pertanto, nel 2022 sono stati recuperati 10
milioni di metri cubi e ulteriori 30 milioni di metri cubi sono stati recuperati dal 2019 al 2022. L’altro obiettivo di Aqp è riutilizzare i reflui con l’affinamento e rendere l’acqua idonea all’uso agricolo. Sono nove gli impianti che adesso danno acqua in agricoltura, facendo risparmiare agli agricoltori dal 30 al 35 per cento del costo di produzione. La terza gamba è quella della pluralità delle fonti, visto che la Puglia prende l’acqua dalla Campania e Basilicata e, quindi, la necessità di attingere acqua da altre fonti, prendendo in considerazione la possibilità di prendere acqua dall’Albania o dalle regioni limitrofe. Quindi escludendo di sfruttare la falda, si sta ragionando sul tema dei dissalatori, come quello del Tara che prenderà acqua da una sorgente salmastra con una bassa salinità.
(leggi il nostro articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/03/17/100-milioni-per-il-dissalatore-servira-1/)
Sull’argomento in questione, la direttrice di Aqp si è soffermata per informare la Commissione di ciò che prevede il bando di gara approvato dall’Ente, per circa 100 milioni di euro a valere in parte sui fondi del Pnrr, considerata un’opera strategica ed integrata con uno schema di adduzione a servizio della Puglia, che integrerà appunto con acqua di ottima qualità la dotazione potabile.
Si tratta di un grande impianto di dissalazione, con processo ad osmosi inversa, in grado di trattare 1.000 litri al secondo, prelevando le acque salmastre del fiume Tara, caratterizzate da una salinità molto contenuta con 2 grammi di sale per litro. Anche il consumo energetico sarà ridotto ed è previsto inoltre nel bando che, chi si aggiudicherà l’appalto, dovrà installare dei pannelli fotovoltaici. Non ci sarà alcun extra costo, sarà potabilizzato con un impianto a più moduli, al fine di prelevare fino a 1.000 litri al secondo, per una produzione di 600 litri potabili, che all’anno assumeranno una portata di 20 milioni di metri cubi potabilizzati.
Nel costo di 100 milioni di euro sono comprese le opere di collegamento tra il dissalatore ed il serbatoio extra urbano, per servire la dorsale ionico-salentina ed essere sostitutiva all’acqua della falda. Produrrà quindi acqua di buona qualità perché è buona già in partenza e non sarà captata dal mare. Il costo è sovrapponibile a quello del Sinni e Pertusillo che sono le fonti utilizzate oggi. Produce meno salamoia, non rappresentando allo stesso tempo alcun problema. Nel bando è chiesto un miglioramento del trattamento della salamoia e di produrne il meno possibile. Si potrebbe anche pensare al riutilizzo della salamoia visto che in altre parti del mondo è diventata una risorsa. A base di gara c’è lo studio di fattibilità tecnico-economica, con la previsione di un costo di gestione a fini energetici pari a 11 milioni di euro, a fronte dei 12-13 milioni di euro del Pertusillo e di un impianto di trattamento chimico-fisico, con le pompe elettromeccaniche, che ha dei costi energetici maggiori.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/01/04/transizione-piano-taranto-da-rivedere2/)
Il consigliere Fabiano Amati è intervenuto per ribadire la necessità di aggiornare la seduta e nel frattempo reperire tutti gli atti prodotti ai fini della realizzazione del dissalatore, per conoscere il livello di progettazione e ascoltare tutti gli enti che concorreranno, che costituiranno elementi fondamentali per poter giungere al punto di esprimere un parere consapevole, una volta che si conosceranno gli effetti dell’analisi costi-benefici. Pertanto, l’argomento sarà oggetto di una specifica seduta congiunta delle Commissioni II e V.
“Nulla in contrario ai dissalatori, ma occorre capire i costi-benefici e il perché nel giro di due anni è scomparso quello del CIS Taranto, vantato dall’ex sottosegretario Turco e sostenuto da Emiliano, per far ricomparire quello del Tara per una spesa di 100milioni. E in tutto questo quadro d’incertezza rimangono al palo la rifunzionalizzazione dei depuratori Gennarini-Bellavista con l’utilizzo dell’acqua affinata da parte dell’ex ILVA, così da portare l’acqua risparmiata del Sinni – circa 500 litri al secondo – nella diga Pappadai, purtroppo abbandonata al suo destino come monumento allo spreco. E andiamo di annuncio in annuncio, più o meno come il poeta di fratta in fratta e chissà dove” dichiarano il consigliere e commissario regionale di Azione Fabiano Amati, i consiglieri Sergio Clemente, Ruggiero Mennea, capogruppo, il responsabile regionale acqua di Azione Nicola Di Donna e la coordinatrice provinciale di Azione Taranto Angelita Salamina.
“Una storia come al solito piena di annunci per poi tornare al punto di partenza. È la storia dei depuratori Gennarini-Bellavista, dell’acqua potabile usata dall’ex ILVA, della diga Pappadai monumento allo spreco e dei dissalatori che appaiono, scompaiono e riappaiono.
L’ultima puntata comincia il 12 giugno 2020 presso la Prefettura di Taranto, alla presenza dell’ex sottosegretario Mario Turco, del prefetto, della regione, di Aqp e di altre autorità ed enti. Argomento, i reflui affinati dei depuratori Gennarini-Bellavista e la volontà del Governo nazionale di imporre ad ArcelorMittal l’uso dell’acqua trattata e quindi il rispetto della prescrizione AIA ritenuta legittima dai giudici amministrativi, così da evitare l’utilizzo dell’acqua potabile del Sinni e quindi utilizzarla per mettere in esercizio la diga Pappadai. Tutti d’accordo, fu l’esito di quella riunione, per un costo previsto di 14milioni e con una chiara unità d’intenti tra Governo nazionale, Regione e AQP. ArcelorMittal, però, contestava con una lettera del 3 agosto 2020 l’orientamento emerso nella riunione in prefettura, segnalando l’incompatibilità dell’acqua affinata per gli usi industriali: opinione, questa, rintuzzata con determinazione con una nota AQP dell’11 agosto 2020. Sembrava andare tutto nel verso auspicato così da risolvere un annoso problema, sino a quando non si apprendeva la volontà del Governo nazionale, Regione Puglia e AQP, d’indirizzarsi verso la realizzazione di un dissalatore, al posto della rifunzionalizzazione degli impianti Gennarini Bellavista, così come riferito nell’audizione in V Commissione dell’8 febbraio 2021. In particolare, fu dato atto della volontà di realizzare un dissalatore al di fuori del perimetro dello stabilimento ex ILVA, affinché l’acqua prodotta potesse essere utilizzata per finalità più estese rispetto a quelle industriali: tale programma aveva dalla sua la possibilità di essere realizzato più in fretta rispetto ai dieci anni di lungaggini burocratiche calcolate per la rifunzionalizzazione del Gennarini-Bellavista. Peraltro, il costo di realizzazione del dissalatore sarebbe stato posto a carico dell’ex ILVA, con una partecipazione della Regione in virtù della costruzione fuori dal perimetro industriale e quindi con destinazione dell’acqua a usi plurimi. Il tutto sarebbe stato portato a termine, ovviamente, nel giro di pochissimo tempo, con cronoprogramma da stabilirsi nelle settimane successive. Due mesi dopo, precisamente all’audizione in V Commissione dell’8 aprile 2021, convocata proprio per conoscere il cronoprogramma, la disponibilità dell’ex ILVA di farsi carico del programma di costruzione del dissalatore e la localizzazione, i rappresentanti del Governo regionale comunicavano l’assenza di novità e quindi l’impossibilità di indicare un cronoprogramma. Da quel momento non si è saputo più nulla. Nelle scorse settimane, invece, è ricomparso il vecchissimo programma del dissalatore del Tara, per un costo di 100milioni e senza avere alcuna notizia – nemmeno in termini di costi benefici – per valutare l’iniziativa e inserirla nel contesto più largo del bilancio idrico, della sostenibilità ambientale, del risparmio idrico per tutti gli usi, così come prescritto dalla disciplina europea e nazionale, e del destino della diga Pappadai e dell’incivile uso a scopi industriali dell’acqua per uso potabile del Sinni. Argomenti su cui abbiamo già chiesto una nuova audizione con assessore, dirigenti regionali variamente interessati, in particolare di quelli competenti sul bilancio idrico regionale, e Aqp” concludono il consigliere e commissario regionale di Azione Fabiano Amati, i consiglieri Sergio Clemente, Ruggiero Mennea, capogruppo, il responsabile regionale acqua di Azione Nicola Di Donna e la coordinatrice provinciale di Azione Taranto Angelita Salamina.
Questa vicenda l’abbiamo seguita per vent’anni, sia sulle colonne del ‘TarantOggi’ che su quelle del corriereditaranto.it.
Della questione se ne erano perse le tracce da oltre un anno, sino a quando non l’abbiamo ritrovata all’interno delle proposte avanzate dalla provincia di Taranto all’interno del piano del Just Transition Fund, il programma europeo da circa un miliardo di euro che serve a sostenere la così detta transizione giusta nelle aree più dipendenti dai combustibili fossili, che per l’Italia ha visto selezione l’area di Taranto e del Sulcis Iglesiente in Sardegna.
La Commissione VIA VAS del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha condotto l’esame dei procedimenti di valutazione ambientale del Programma Nazionale Just Transition Fund, nel quale è stata inserita “l’Azione 2.3 – Provincia Taranto – Supporto a progetti innovativi per sostenere la transizione ecologica e tutelare le risorse naturali. L’azione, in coerenza con il Reg. 1056/2021 art. 8.2.i, prevede la realizzazione di un dissalatore per tutelare la risorsa idrica di qualità e destinando agli usi industriali quella marina dissalata. Il nuovo dissalatore produrrà, su un’area di circa 40.000 mq, circa 1 mc/s di acqua con caratteristiche adeguate ad alimentare i circuiti produttivi, liberando così la risorsa idrica di qualità attualmente in uso per dedicarla agli usi civici restituendola alla popolazione”. Nella stessa azione sono poi previsti anche “Interventi di bioremediation su terreni da ripristinare con particolare riferimento a quelli ricadenti nell’Area di crisi industriale complessa dei Comuni di Taranto, Statte, Montemesola, Massafra e Crispiano, nel rispetto del principio “Chi inquina paga”. Tali interventi escludono le aree SIN di interesse del Commissario”.
Il problema è che la Commissione VIA VAS non approva tale progetto. Nella relazione si legge infatti che per quanto riguarda la “Matrice di coerenza degli obiettivi del PN JTF IT per l’area di Taranto con gli obiettivi di sostenibilità e di protezione ambientale” riporta
impatti positivi dell’Azione 2.3 su tutta l’Area Pianeta e su parte di quella Prosperità, mentre invece gli obiettivi strategici “Minimizzare le emissioni e abbattere le concentrazioni inquinanti in atmosfera” non sono influenzati positivamente dall’intervento relativo al dissalatore (a causa dei consumi energetici necessari per la dissalazione dell’acqua di mare: Consumo di energia termica 12 kWh/m3 ed elettrica 17÷18 kWh/m3 per distillazione a Flash Multi-Stadio (MSF) e Consumo di energia elettrica 2,2÷ 6,7 kWh/m3 per processi a membrana), diversamente dal bioremediation che ha influenza positiva sulle emissioni.
Analogamente “non appare pertinente l’effetto positivo di tali interventi su III.2 “Assicurare elevate prestazioni ambientali di edifici, infrastrutture e spazi aperti” e IV.1 “Dematerializzare l’economia, migliorando l’efficienza dell’uso delle risorse e promuovendo meccanismi di economia circolare” e, ancora,l’effetto dell’intervento relativo al dissalatore non risulta positivo, come indicato in tabella genericamente per l’Azione 2.3, ma negativo su “I.1 Salvaguardare e migliorare lo stato di conservazione di specie e habitat per gli ecosistemi, terrestri e acquatici”, II.1 “Mantenere la vitalità dei mari e prevenire gli impatti sull’ambiente marino e costiero” e sugli altri obiettivi correlati (l’uso di dissalatori causa un aumento di salinità nelle acque marine riceventi a causa dello scarico dei concentrati salini con possibili rischi per biodiversità e causa inquinamento marino da scarichi di sostanze chimiche – antincrostanti, antivegetativi, antischiuma – e dalla fuoriuscita di effluenti a più alta temperatura, nel caso di multi-stage flash. Infine, considerato il costo dell’acqua dissalata, il contributo dell’intervento Dissalatore in particolare dovrebbe essere valutato considerando il possibile rischio delle negative ricadute economiche sulla popolazione relative all’aumento indiretto del costo della risorsa idrica. Relativamente invece agli interventi di bioremediation (all’interno dell’azione 2.3) va meglio chiarito quale sia l’impatto positivo sugli obiettivi ricompresi nella scelta VI (Abbattere le emissioni climalteranti e decarbonizzare l’economia). Prevedendo quindi l’Azione 2.3 la realizzazione di interventi molto differenti tra loro (un dissalatore ed interventi di bioremediation), la commissione ha ritenuto che la valutazione debba essere effettuata separatamente per le diverse tipologie di interventi proposte.
Ciò nonostante, il progetto del dissalatore è stato approvato. Ma i dubbi sono tutt’altro che fugati.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2021/02/10/acque-reflue-ex-ilva-si-fara-il-dissalatore/)

Gico
Un proverbio tedesco recita : intanto che i saggi pensano gli stupidi scavalcano le torri di difesa; Praticamente intanto che per anni si discuterà sul dissalatore a Genova stanno già progettando un dissalatore per fornire acqua in tutto il Nordovest e guarda caso proprio con i stessi fondi che la UE ha stanziato per suddette infrastrutture. Poi per chi è abituato a piangersi a dosso avrà da recriminare quando e come sempre le infrastrutture vengano fatte altrove magari proprio in qualche angolo del Salento o nella Terra di Bari. Il problema non è l’infrastruttura fatta a regola d’arte, ma la speculazione e le infrazioni che vengono sempre impunite in un secondo momento. Il problema non era il siderurgico ma le infrazioni che commettevano i gestori, gli stessi che in Germania ed in altri luoghi ricevevano premi per la realizzazione di opere di compatibilità ambientale. Il problema non è la siderurgia ma la siderurgia vetusta ed ottocentesca e la mancanza di un piano di reindustrializzazione e conversione .