Acciaierie e DRI d’Italia: è scontro totale

 

Contrasti su preridotto e forni elettrici: ma la vera partita è la governance aziendale
Posted on 29 Maggio 2023, 21:07
18 mins

Prosegue lo scontro dialettico a distanza tramite note ufficiali, tra Acciaierie d’Italia e DRI d’Italia. Che vede solo ufficiosamente come motivo del contendere la costruzione dell’impianto di produzione del preridotto (che spetta a DRI d’Italia) e il suo utilizzo all’interno dei futuri forni elettrici (che spettano ad Acciaierie d’Italia), nel lungo percorso che dovrebbe guidare il siderurgico tarantino nel processo decennale di decarbonizzazione (non totale) dell’attività produttiva. In realtà, come abbiamo più volte riportato su queste colonne, il vero motivo dello scontro riguarda gli assetti societari di Acciaierie d’Italia, con il presidente Franco Bernabè (che ricopre lo stesso ruolo anche in DRI d’Italia) che da tempo vorrebbe risolvere a favore del socio pubblico, ovvero di Invitalia, la governance della società che gestisce in affitto gli impianti del siderurgico tarantino. Operazione che inizialmente, secondo gli accordi parasociali sottoscritti all’epoca del governo Conte II, sarebbe dovuta avvenire nel 2022 per poi essere rinviata al 2024, ma che una serie di eventi verificatisi negli ultimi anni hanno consigliato rinviare nel tempo.

A testimonianza del momento non proprio dei migliori tra le due società, ricordiamo che lo scorso 12 maggio Bernabè aveva scritto ai ministri Raffaele Fitto (per gli Affari europei, il Sud, le politiche di coesione e l’attuazione del PNRR ), Adolfo Urso (delle Imprese e del Made in Italy), Pichetto Fratin (dell’Ambiente e Sicurezza Energetica), Giancarlo Giorgetti (dell’Economia e delle Finanze) e all’ad di Invitalia (Bernardo Mattarella), in relazione ad un aggiornamento sullo stato di avanzamento del progetto dell’impianto di produzione di preridotto da realizzarsi nel complesso industriale gestito da Adi a Taranto. Concludendo la sua missiva scrivendo che “sino ad ora le Istituzioni nazionali e locali, gli enti e le Istituzioni territoriali, le forze sociali e l’opinione pubblica hanno risposto in maniera positiva e proattiva (e il supporto di questi risulterà ancora più importante nella fase di costruzione dell’impianto), cionondimeno, le diversità di assetto azionario tra DRI d’Italia e Acciaierie d’Italia (quale partner industriale e commericali interessato dall’ambizioso obiettivo di decarbonizzare dei siti e dei processi produttivi siderurgici che la realizzazione dell’impianto affidato all’attuazione di DRI d’Italia) comportano oggettive difficoltà nel coordinamento tra rispettivi piani industriali, per la cui risoluzione risulta indispensabile un attivo dialogo tra azionista pubblico e privato. Tanto si rappresenta per opportuna informazione restando sin da ora a disposizione per i seguiti e le interlocuzioni che si riterrà di voler intraprendere”.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/05/23/bernabe-al-governo-risolvere-governance-adi2/)

Pronta, è arrivata quest’oggi la risposta di Acciaierie d’Italia firmata dall’amministratore delegato Lucia Morselli e dal direttore Affari Legali e Societari l’avv. Fabio Montin, indirizzata agli stessi ministri, oltre. che ad Invitalia, ad Ilva in Amministrazione Straordinaria e alla società dRI d’Italia (oltre che allo stesso Bernabé in persona). “La Vostra comunicazione  relativa al progetto di realizzazione dell’impianto di produzione del preridotto (DRP) presso lo stabilimento siderurgico di Taranto gestito da Acciaierie d’Italia S.p.A., nonché  la correlata comunicazione di Ilva S.p.A. in A.S. del 20 maggio scorso, non fanno che confermare la fondatezza delle criticità tecniche, economiche e legali più volte evidenziate dalla nostra società, da ultimo con la comunicazione del 19 maggio scorso da intendersi qui integralmente richiamata”. Dunque, viene confermata la tesi che da anni ribadiamo su queste colonne, ovvero che il processo di decarbonizzazione, traguardo imprescindibile nel futuro del siderurgico, è molto più facile a dirsi a parole che a realizzarsi nei fatti concreti.

“Intendiamo qui ribadire che nessuno più di ADI ha l’obiettivo di realizzare tempestivamente la decarbonizzazione del processo produttivo di acciaio primario presso lo stabilimento di Taranto che gestisce dal novembre 20 18, anche tramite la costruzione dell’impianto DRP, poiché nessuno più di ADI patisce le conseguenze principali dei ritardi accumulati nella definizione del progetto che è necessario per poter alimentare il proprio forno elettrico SAF – prosegue la lettera di Acciaierie d’Italia -. È per questo che ADI si è ripetutamente permessa di ricordare che la realizzazione e la successiva gestione tecnicamente efficace ed economicamente efficiente dell’impianto DRP richiedono il diretto coinvolgimento del gestore dello stabilimento, che è il solo ad avere l’esperienza e le conoscenze tecniche ed operative necessarie alla corretta definizione ed organizzazione del progetto”. Una sottolineatura che in realtà richiama ciò che da tempo si mormora: ovvero che l’azione di Bernabè avrebbe l’appoggio del ministro Urso (che ricordiamo essere molto legato al governatore Emiliano), con l’intenzione di sostituire il socio privato, ovvero ArcelorMittal Italia, con un gruppo di industriali delle acciaierie del Nord Italia (da qui prenderebbero spunto anche le recenti critiche al gestore da parte del presidente di Federacciai, Antonio Gozzi): ma con quali modalità, tempi e risorse economiche tale presunta strategia dovrebbe verificarsi nessuno l’ha mai realmente spiegato. Tanto è vero che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il ministro per l’attuazione del PNRR Raffaele Fitto, sono contrari ad operazioni avventurose che potrebbero esporre da un lato lo Stato ad un lungo contenzioso con un privato e dall’altro privare l’economia italiana e il meridione di un asset industriale considerato ancora oggi strategico.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/05/20/ex-ilva-nuova-aia-per-i-forni-elettrici/)

Ma la denuncia di Acciaierie d’Italia non si ferma qui, anzi. Se possibile rivela anche dettagli ad oggi non conosciuti che se veri lascerebbero alquanto a desiderare sull’intera vicenda. “In relazione alla Vostra affermazione in cui viene sottolineato “come il progetto risulti fondamentale per la decarbonizzazione del sito di Taranto e che, perciò richiede una stretta cooperazione tecnico-logistica tra tutti gli attori a vario titolo coinvolti nella realizzazione  dell’opera (la sottolineatura è nostra. n.d.r.), rileviamo come DRI d’Italia si smentisca nei fatti continuando pervicacemente a rifiutarsi di condividere con ADI la propria relazione tecnica sul progetto, nonostante l’abbia tempo trasmessa ad Ilva in AS. In particolare: come da Voi stessi conferrnato, per l’ottenimento dello studio di fattibilità del progetto sono serviti quasi due anni dall’emanazione del decreto legge 103/2021 che istituiva DRI d’Italia e per la realizzazione del quale è destinataria di risorse pubbliche di ben 1 miliardo di euro; apprendiamo altresì dalla Vostra comunicazione qui riscontrata che, nel marzo scorso, DRI d’Italia avrebbe addirittura indetto la gara d’appalto per la realizzazione dell’impianto, senza coordinamento delle specifiche tecniche alla base della gara con l’utilizzatore della produzione dell’impianto in gara”. Il che confermerebbe le difficoltà di coordinamento denunciate dallo stesso Bernabè, anche se in questo caso la parta mancante riguarderebbe il management di DRI d’Italia e non ADI di cui, come abbiamo avuto modo di sottolineare ancora una volta di recente, Bernabé detiene la doppia presidenza, costringendolo di fatto ad un conflitto d’interessi che stona non poco con tutto il contesto già complesso di per se.

Ma la questione non finisce qui. “Nonostante sosteniate che ADI abbia già conoscenza della relazione tecnica in quanto “i relativi contenuti  [sono] già noti alla stessa in quanto discussi e progressivamente condivisi” in occasione della riunione dello scorso 5 maggio, avete invece comunicato tra l’altro che: l’impianto di preridotto di Vostra competenza e oggetto di gara prevederebbe una capacità del 20% inferiore a quella necessaria per alimentare il forno SAF diversamente da quanto ripetutamente da ADI a DRI confermato; DRI pretenderebbe di effettuare attività di caratterizzazione ambientale delle aree interne allo stabilimento di Taranto prima di avere un titolo giuridico sulle aree stesse con il rischio che sia il gestore ADI a doversi fare carico di eventuali opere di messa in sicurezza”. Fattore, quest’ultimo non di poco conto: chi si accollerebbe gli eventuali danni o errori di un intervento in un sito da anni interessato da lavori di risanamento ambientale e bonifica, attenzionati da ISPRA ed ARPA Puglia e con la magistratura sempre pronta ad intervenire?

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/05/12/decarbonizzare-ilva-servono-10-anni/)

Inoltre, prosegue la lunga missiva di Acciaierie d’Italia, “non è affatto chiaro come l’impianto di preridotto riceverà e immagazzinerà le materie prime, si alimenterà in energia e smaltirà i suoi effluenti (se non sfruttando le infrastrutture di ADI?” si chiede ironicamente la società, come a sottolineare che le due società non potranno in nessun modo essere in conflitto tra loro e dovranno per forza di cose collaborare e agire all’unisono. Ed infatti la missiva prosegue ponendo l’accento proprio su questo aspetto dirimente: “La realizzazione separata dell’impianto di preridotto e del forno SAF produce diseconomie sia nella fase di appalto che di gestione, oltre a sollevare il rischio concreto di incongruenze di natura tecnica che rischiano di pregiudicare il corretto funzionamento dei due impianti e dunque i fondi e risorse che vi sono rispettivamente investiti”. Anche perché, leggendo la missiva di ADI, si legge che “DRI d’Italia è decisa a costruire l’impianto senza neppure sapere a quali condizioni commerciali venderà la propria produzione (la pretesa di imporre ad ADI un non meglio definito contratto “take o pay” è evidentemente inaccettabile e può prefigurare i presupposti di un aiuto di stato), visto che è stata DRI d’Italia a rappresentare che il proprio ruolo avrebbe potuto limitarsi alla mera proprietà dell’impianto di preridotto”.

Per Acciaierie d’Italia infatti, la realizzazione e gestione dell’impianto di preridotto dovrà essere affidato alla stessa società. “Nel tentativo di addossare ad altri le proprie responsabilità, la Vostra comunicazione contiene altresì una grossolana manipolazione del testo della nostra lettera del 19 maggio, laddove sostiene che ADI avrebbe rifiutato la propria cooperazione finché non le venga attribuito il ruolo di realizzatore e gestore unico del progetto anche in considerazione “alla palese contraddizione con l’assetto normativo” in essere. L’auspicio di ADI al contrario è che, al fine di raggiungere effettivamente gli obiettivi del PNRR e nel rispetto del ruolo formale di “soggetto attuatore” riconosciuto a DRI d’Italia e quindi nel rispetto della normativa in essere, si giunga a definire un assetto che deleghi la realizzazione dell’impianto DRP ad ADI, prima ancora della sua gestione, ovvero a chi ne ha le capacità tecniche ed operative, oltre che la responsabilità gestionale dello stabilimento di cui l’impianto dovrà insistere ed in particolare del forno SAF con cui l’impianto dovrà essere integrato. E, in ogni caso, l’impossibilità per ADI di fornire la “puntuale indicazione/definizione delle aree interessate” dal progetto si giustifica anche con la non conoscenza della relazione tecnica di DRI e non è subordinata alla attribuzione ad ADI “del ruolo di gestore e realizzatore unico” del progetto”.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/05/25/ilva-rinnovo-dellaia-e-tutela-della-salute/)

“Relativamente alle richieste di DRI d’Italia, ADI ribadisce di poterle considerare nell’ambito di una definizione dell’assetto organizzativo del progetto che identifichi ruoli e responsabilità, specialmente in ambito ambientale fra DRI d’Italia, Ilva in AS e ADI – si conclude la missiva -. Da ultimo, risulta pienamente confermato dalla lettura della Vostra comunicazione e di quella di Ilva in data 20 maggio scorso, che DRI e ILVA sono assistite dallo stesso studio legale proprio in relazione al progetto, nonostante queste abbiano palesemente interessi distinti per non dire opposti, come ad esempio sul delicato tema delle responsabilità ambientali. Ciò è tutt’altro che indifferente per ADI, essendo essa coinvolta in un rapporto negoziale trilaterale, in cui le altre due parti non si limitano a condividere gli stessi legali, ma escludono ADI dalla condivisione di documenti e interlocuzioni essenziali, come dimostrato dalla richiamata circostanza che DRI ha trasmesso la propria relazione tecnica sul Progetto ad Ilva in AS ma non a ADI, il gestore dello stabilimento di Taranto e destinatario della produzione dell’impianto DRP”.

Di certo, qualunque sarà la conclusione della diatriba in questione e del futuro assetto societario di Acciaierie d’Italia, l’unica verità che ancora oggi in molti non vogliono accettare è che finché gli impianti dell’area a caldo resteranno sequestrati, tutto resterà inevitabilmente sospeso e nessun ragionamento concreto potrà mai essere fatto sul futuro del siderurgico. Del resto, lo stesso Bernabé (oltre all’ad Morselli) ha evidenziato più volte e in più sedi almeno da un anno e mezzo a questa parte le grandissime difficoltà finanziarie di Acciaierie d’Italia, che si autofinanzia con il giro di cassa autonomo con cui sino ad ora ha provato a reggersi economicamente (visto che con il deconsolidamento di ArcelorMittal Italia dalla società madre avvenuto nel 2021, è venuto a mancare il finanziamento del circolante e l’impossibilità di accesso al credito bancario, generando la crisi di liquidità in cui ancora oggi si trova la società, non essendo tra l’altro prioprietaria di alcun bene, visto che gli impianti dell’area a caldo sono di proprietà di Ilva in Amministrazione Straordinaria ed ancora sotto sequestro giudiziario con un’eventuale e pendente confisca da parte dello Stato, qualora la sentenza di primo grado del processo Ambiente Svenduto dovesse essere confermata in toto sia in Appello che in Cassazione).

Quanto sopra delinea chiaramente lo stato confusionale in cui è stata traghettata la vicenda dell’ex Ilva, grazie alle “mirabolanti iniziative” del governo Conte II e della schizofrenica gestione locale della vertenza da parte di Comune, Provincia e Regione (con la “supervisione” della magistratura che non sempre ha brillato per coerenza e interventismo) e con il supporto non richiesto di partiti e politici locali che da anni straparlano quotidianamente di una vicenda di cui ancora oggi conoscono poco o nulla. Del resto, dal 2012 ad oggi si sono alternati in 11 anni ben 8 governi, fattore che ha contribuito non poco al caos in cui siamo precipitati oggi. Dove lavoratori e sindacati vengono sballottolati da una parte all’altra senza già certezze sul loro futuro lavorativo, con una comunità oramai disinteressata e rassegnata nell’intravedere una soluzione realistica e concreta di una vicenda che ha fatto molto più male che bene al territorio rispetto a ciò che poteva essere e non è stato. Con una stampa locale e nazionale che non ha mai fatto davvero il suo dovere: ovvero informare con serietà e onestà intellettuale. E una società civile piena di ‘anime belle‘ che per anni hanno solo intossicato la narrazione della realtà, degna delle migliori narrazione kafkiane (autore a cui chiediamo postume scuse per la citazione).

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/01/31/situazione-ilva-complessa-ma-via-duscita-ce-4/)

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

2 Commenti a: Acciaierie e DRI d’Italia: è scontro totale

  1. Gico

    Maggio 30th, 2023

    Una farsa, un teatrino esercitato da una banda di totali incompetenti dove alla fine si continuerà a mungere le casse dello stato poi tra diversi anni sarà il mercato omologato dai produttori che detengono le materie prime a chiudere definitivamente il siderurgico lasciando desertificazione industriale, disoccupazione e bombe ecologiche.

    Rispondi
  2. VECCHIONE GIULIO

    Maggio 31st, 2023

    Buonasera
    In altri miei interventi ho ribadito un concetto fondamentale:
    -senza un gruppo di manager competenti nella produzione dell’acciaio
    non si va da nessuna parte.
    Oggi i manager sono la Morselli e il suo gruppo che fa capo ad Arcelor Mittal.
    Fino a quando non si costituisce un nuovo gruppo di manager competenti
    che possano sostituire la Morselli & Co., non è possibile accantonare il socio
    Arcelor Mittal.
    Il Governo di Destra-Centro ha deciso di salvare la ex-ILVA di Taranto a
    qualsiasi costo economico e/o sociale, quindi metterà in campo risorse
    economiche bastevoli per tutte le esigenze.
    Ma chi gestirà questa montagna di danaro
    Perchè per produrre acciaio non bastano i soldi, ma servono le competenze.
    Caro Ministro Urso è necessario:
    1° coinvolgere tutti i produttori e i consumatori di acciaio in Italia e/o italiani;
    2° farli diventare soci di minoranza di ADI SPA e/o di ADI HOLDING SPA;
    3° mettere in netta minoranza Arcelor Mittal;
    4° farsi assegnare un gruppo di manager competenti dai vari Arvedi-Marcegaglia ed altri
    per gestire Taranto e le altre realtà produttive di ADI SPA;
    5° mettere alla porta la Morselli & Co.;
    6° dirigere con Invitalia la transizione verso un acciaio green;
    7° non farsi calpestare dalla UE per presunti aiuti di stato.
    Concludo il mio intervento ricordando al Ministro Urso ed al Governo di Destra-Centro
    che, solo grazie alla Morselli & Co., non si sono consegnati i libri contabili di ADI SPA
    in tribunale.
    Quindi oggi. mi duole dirlo, abbiamo un debito di riconoscenza verso la Morselli
    se non si è verificato un secondo Gennaio 2015.
    Caro Ministro chiarisca cosa vuol fare ed agisca, ma si ricordi del Management.
    Senza non si va da nessuna parte.
    L’ Acciaio E’ tutto una questione di testa, poi vengono i soldi e le braccia.
    Saluti
    Giulio Vecchione

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