Con Cesare Colizzi, figlio di don Peppino, ultimo titolare dell’omonima pasticceria rosticceria in via D’Aquino, che abbassò la saracinesca nel 1994 al raggiungimento dei cento anni di attività, sfogliamo l’album dei ricordi di un’attività che ha contribuire a segnare la storia dell’ormai ex salotto cittadino, dove… mai sia ti azzardavi a passeggiare se non vestito elegantemente. Scorrono idealmente immagini degli esponenti della nobiltà dell’epoca (il barone Ameglio, il conte Carducci, i Foresio e tanti altri) che la domenica, dopo la messa al Carmine o a San Pasquale, raggiungevano l’esercizio in carrozza per poi montar su, dopo la paziente attesa del vetturino, con il bel cabaret di dolci appena acquistato. E dall’altro lato del marciapiede s’interrompeva la conversazione per ossequiare i nobiluomini con un cenno del capo. Altri tempi. E oggi ti assale la malinconia nel vedere tutta questa gioventù che se non cammina con i jeans strappati e l’ombelico di fuori , non si sente alla moda. E a proposito di illustre clientela, Ernesto Colizzi fu il padrino di battesimo della bellissima Virna Lisi, protagonista di tanti film e nota soprattutto per essere stata testimonial, in Carosello, di una nota marca di dentifrici (“Con quella bocca puoi dire ciò che vuoi”). Egli era infatti amico intimo del papà che possedeva in provincia un’importante azienda produttrice di olio: la “Pieralisi”, è il vero nome dell’attrice. “La rinomata attività di famiglia – racconta Cesare – nasce con Ernesto Colizzi nel 1894 nei locali di via Pitagora, nell’isolato compreso tra via Giovinazzi e via Cavour, dove fino a qualche tempo fa c’erano gli uffici Enel. Negli anni successivi ci fu il trasferimento in altri sedi, ma sempre al Borgo, di cui ho memoria di quella di piazza Carmine, di fronte alla omonima chiesa. Quindi, la definitiva ubicazione in via D’Aquino, di fronte a piazza Archita e a Palazzo degli Uffici”.

 

“Ben presto mio padre, Giuseppe, dopo aver espletato il servizio militare nella Regia Marina a bordo del cacciatorpediniere “Lampo”, con ben tre naufragi alle spalle, incominciò a lavorare presso lo zio Ernesto apprendendo con frutto i segreti del mestiere. Tra i nostri dipendenti c’erano Melucci e Pignatelli del “Principe” i quali, presa padronanza del mestiere, soprattutto da don Antonio Baio, rinomato pasticciere, si misero in proprio aprendo rispettivamente il ‘Piccolo Bar’ in via Margherita e con il ‘Principe’ in via D’Aquino”.

I ricordi sono per la saletta dov’era attivo un accorsato ristorante con sedici tavoli e per la salumeria affidata al simpaticissimo Ugo. Punto di forza era soprattutto la pasticceria. “Papà era un gran maestro nell’arte dolciaria – dice Cesare – con le sue torte finemente decorate (quasi dei ricami fiorentini) oltre che gustosissime, che quasi dispiaceva tagliarle. Una ghiottoneria erano i frutti di mare in marzapane, realizzati a mano da mio padre ed esposti con successo in vetrina: l’ aspetto veniva curato in ogni particolare minimo così da apparire come quelli veri. E nel mese di marzo non si poteva fare a meno di assaggiare le famose zeppole di Colizzi!”. Cesare Colizzi evidenzia il grande impegno profuso dal padre sia la tavola calda sia per il ristorante, con l’allestimento dei ricevimenti per i nobili del tempo, con le portate d’argento obbligatorie. D’argento era anche la zuppiera adoperata per il pasto destinato ai familiari di defunti di rango, con il consommè di brodo di carne dove venivano inzuppati una specie di bignolini salati. Nel 1961 muore Ernesto Colizzi e non avendo figli, la proprietà dell’esercizio andò per metà a Giuseppe, divenuto suo braccio destro nella conduzione dell’attività, mentre l’altra fu suddivisa fra gli altri nipoti, successivamente liquidati dal coerede, che ne divenne unico proprietario.

 

Don Peppino Colizzi s’impegnò al massimo, con sacrificio e maestria, con l’aiuto dei suoi storici quanto validi collaboratori, per mantenere alto il buon nome del locale. Col passar degli anni con gli storici frequentatori man mano passati a miglior vita, si dovette assistere a un mutamento del livello della clientela, in peggio però. “Ultimamente mio padre non riusciva più a sopportare quella gioventù con i loro atteggiamenti improntati alla sfacciataggine e alla maleducazione – dice- Per scoraggiare quel tipo di avventori e non farli venire più nel locale, egli ricorreva a ogni stratagemma. Ma ormai era stufo e il suo lavoro non gli procurava più la soddisfazione del tempo. Fu così nel 1994 prese la decisione di chiudere l’attività, fra il rimpianto di molti”. Don Peppino Colizzi raggiunse in Cielo lo zio Ernesto nel novembre del 2015 al compimento dei novant’anni. “Quello che ci resta – conclude Cesare – è il bel ricordo che i tarantini di una certa età ancora conservano per la famiglia Colizzi. Alcuni di loro sostengono che passando nei pressi di quello che era la sede dell’esercizio pare loro di avvertire ancor il profumo di quei dolci, la cui bontà (dicono) era inarrivabile”. Come la bellezza della Taranto dei tempi andati, fortemente rimpianta.

4 risposte

  1. Ho conosciuto Giuseppe Colizzi, i suoi figli e tutte le cose buone che faceva! Grandissimo rimpianto per la Taranto che fu! Ciao Cesare

  2. Nella foto che ritrae l’ingresso del bar sono ,seduti ai tavolini,Ernesto Colizzi a sinistra e l’allievo Pasquale Melucci a destra,mio padre, che nel 1946 apri’ il “Piccolo Bar” in via Margherita 36.La foto dovrebbe risale al 1921/22 . Purtroppo tempi passati.

  3. Sono la figlia del sig.Ugo Amari, che per tanti anni ha lavorato nel reparto salumeria. Papà era benvoluto da tutti. Ci sapeva fare….I ricordi sono tanti…uscita da scuola (Scuola media Luigi Capuana, che ora non c’è più) era la tappa obbligatoria. Sono cresciuta con i mitici panzerotti di Colizzi, i suoi rustici e le famose zeppole. Ricordo anche Ernesto e Mimmo oltre a Cesare, i figli del sig. Colizzi. E i due baristi Alfredo e Peppino!!

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