Nuova riunione lo scorso 29 giugno del Comitato Monitoraggio SEPAC della Regione Puglia guidato da Leo Caroli, in modalità telematica, sulla vertenza Cemitaly – ex Cementir.
L’incontro, così come quello di inizio aprile, è stato finalizzato al monitoraggio della crisi del sito Cemitaly S.p.a. di Taranto. Un tavolo che per la prima volta ha vista la presenza unitaria dei sindacati (FILCA Cisl, FILLEA Cgil e FENEAL Uil), stante la rappresentanza anche dell’USB a seguito della recente elezione di un rappresentante aziendale di questa sigla (pur mancando lo SLAI cobas che non ha rappresentanti eletti ma vanta iscritti tra i pochi lavoratori rimasti). Cerchiata da tempo in rosso sul calendario, la data del prossimo 15 settembre, quando scadrà l’ultimo intervento di cassa integrazione straordinaria (ex art.22 ter del D. Lgs. n.148/2015) attraverso l’accordo di transizione occupazionale.
La società Cemitaly S.p.a. ha roso noto come rispetto all’ultimo incontro, non vi fossero novità sostanziali. Precisando che ad oggi l’organico è composto da 40 unità che fruiscono di cassa integrazione: di cui 3-4 di esse sono impiegate in attività di presidio dello stabilimento e in attività amministrative, mentre un’altra lavora in distacco presso altra sede del gruppo. Mentre alcune delle restanti 35 unità ottengono periodi di sospensione dell’ammortizzatore sociale in coincidenza con lo svolgimento di rapporti di lavoro a tempo determinato presso altre aziende.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/04/11/ex-cementir-il-futuro-resta-un-miraggio/)
La FILLEA CGIL (rappresentata da Francesco Bardinella e Giuseppe Altavilla) ha invece reso noto che alcuni dipendenti di Cemitaly non sono stati convocati dai Centri per l’Impiego, in particolare da quelli di Martina Franca, Manduria e Francavilla Fontana, e quindi non hanno firmato il patto di servizio e sono rimasti esclusi dai corsi di formazione. Chiedendo pertanto al Comitato SEPAC di svolgere un’attività di ricognizione con gli uffici regionali preposti, onde rendere possibile il loro inserimento nel programma di formazione. L’USB (rappresentata daEmanuele Palmisano, Federico Cefaliello e Giuseppe Farina) ha invece dichiarato d’aver preso contatti diretti con i CC.PP.II. per assicurare la partecipazione dei propri iscritti ai percorsi formativi. Lamentando inoltre che l’azienda non avrebbe mai mostrato reale interesse verso una riconversione industriale, eventualmente anche finalizzata all’attività di produzione di idrogeno verde. Sostenendo l’esistenza di una spaccatura dei lavoratori in due gruppi: quelli disponibili ad accettare un incentivo all’esodo e quelli nettamente contrari all’ipotesi de licenziamento collettivo. Richiamando infine ancora una volta le dichiarazioni pubbliche dell’AD di Acciaierie d’Italia, Lucia Morselli, sull’intenzione di voler rilanciare l’area del cementificio (possibilità su cui già ad inizio aprile i rappresentanti della Cemitaly si trincerarono dietro un semplice “no comment“), anche se – in alternativa – Cemitaly, sempre secondo l’USB, dovrebbe impegnarsi a programmare le attività di smantellamento e di bonifica del sito, in funzione delle quali i lavoratori stanno svolgendo corsi di formazione ad hoc. E che sarebbe indispensabile riuscire ad avere una proroga dell’intervento di integrazione salariale in essere. Sul punto, sempre la FILLEA CGIL, in considerazione della vicina scadenza della cassa integrazione, ha sottolineato l’importanza di verificare se ci siano possibilità di attivare ulteriori misure di sostegno al reddito per i dipendenti. Denunciando al contempo il “silenzio assordante” della Giunta Regionale sulla via green della produzione dell’idrogeno verde dopo l’approvazione all’unanimità, nella seduta consigliare del 19/10/2022, della mozione con la quale veniva assunto l’impegno politico a promuove la candidatura dell’ex sito Cementir di Taranto come centro di produzione di idrogeno verde (mozione che è stata allegata al verbale della riunione). La UIL Puglia e FENEAL UIL provinciale (rappresentate da Andrea Toma e Luigi Fiore) ha invece censurato l’atteggiamento passivo di Cemitaly, che non ha colto l’opportunità dell’avviso pubblico regionale pubblicato il 5/01/2023 finalizzato alla selezione di proposte progettuali volte alla realizzazione di impianti di produzione di idrogeno rinnovabile in aree industriali dismesse. Facendo presente che l’azienda, in ogni caso, non potrà andarsene senza aver provveduto alla messa in sicurezza del sito industriale e alla bonifica dell’area. Unendosi alla richiesta delle altre sigle sindacali di accertare la fattibilità di una proroga degli ammortizzatori sociali.
Come abbiamo modo di scrivere a lungo nel corso della vertenza iniziata nel lontano 2013 (per chi volesse rileggere ancora una volta l’intera storia consigliamo di leggere i link presenti in pagina), la vicenda ex Cementir è anche una questione ambientale. Cessando l’attività per legge decadrà anche l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) ottenuta dall’azienda dalla Provincia di Taranto. Che rilascerà all’azienda una serie di prescrizioni per la messa in sicurezza del sito. Stante il piano di bonifica attualmente ancora in corso d’opera. Anche in questo caso nel piano sociale sarà inserita la possibilità di utilizzare i lavoratori ex Cementir in attività ausiliari e di sostegno alla messa in sicurezza, che sarà inevitabilmente appaltata ad aziende specializzate che operano nel settore delle bonifiche.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/10/20/cementir-lidrogeno-e-unipotesi-possibile2/)
A quel punto però, il Comitato SEPAC, rappresentato da Stefano Basile ha risposto alle esternazioni dei rappresentanti sindacali definendo ingiuste e inconsistenti le accuse di inerzia mosse alla Giunta Regionale dalla FILLEA CGIL, perché smentite dalla cronologia dei fatti. In attuazione del PNRR, il MITE ha pubblicato in data 27/01/2022 l’avviso pubblico relativo all’invito alle Regioni/Province Autonome a manifestare l’interesse per la selezione di proposte volte alla realizzazione di siti di produzione di idrogeno verde in aree industriali dismesse. La Regione Puglia, ha dichiarato l’esponente del SEPAC, ha tempestivamente partecipato a tale avviso, ricordando che con il decreto del MITE del 21/10/2022, la dotazione finanziaria assegnata a detto Ministero è stata destinata per € 50.000.000,00 alla realizzazione di “Progetti bandiera Hydrogen Valley” da parte di alcune Regioni, tra cui la Puglia. Poi il 5/01/2023 la Regione Puglia ha pubblicato l’avviso pubblico finalizzato alla selezione di proposte progettuali volte alla realizzazione di impianti di produzione di idrogeno rinnovabile in aree industriali dismesse. La Cemitaly S.p.a., nonostante le frequenti interlocuzioni con la Regione Puglia, non ha però inteso presentare nei termini una propria proposta progettuale. Da questo breve resoconto per il SEPAC emerge che nessuna critica può essere mossa alla Regione Puglia, in quanto la stessa ha fatto tutto quanto era possibile per agevolare Cemitaly S.p.a. ad investire nel settore green e certamente, quale ente pubblico, non poteva obbligarla ad assumere qualsivoglia specifica iniziativa imprenditoriale.
Il Comitato ha quindi preso nuovamente atto che la Cemitaly ha dichiarato che ad oggi non ci sono novità sul futuro dello stabilimento e questo è il solo dato di cui deve tenersi conto, non dovendo dare peso a indiscrezioni o notizie non ufficiali che potrebbero creare false aspettative. Rilevando che attualmente non esiste una possibilità di proroga degli ammortizzatori sociali ma che è indispensabile svolgere approfondimenti sull’argomento. E come sia comunque preventivamente necessario sapere se Cemitaly sarebbe disponibile a prolungare la cassa integrazione. La Cemitaly S.p.a. ha quindi dichiarato al termine della riunione di essere disposta, all’esito degli approfondimenti da parte del Comitato SEPAC, a valutare la possibilità di attivare una proroga della cassa o di utilizzare eventuali altre misure di sostegno al reddito. Pertanto il Comitato SEPAC, alla luce dell’incamerata disponibilità dell’azienda, si è impegnato a riconvocare il tavolo entro la fine del prossimo mese di luglio, dopo aver concluso i suindicati approfondimenti.
(leggi l’articolo sull’aggiornamento della bonifica della falda https://www.corriereditaranto.it/2021/06/16/italcementi-vende-ex-cementir-il-futuro-un-deserto/)
Ciò detto, come abbiamo avuto più volte modo di scrivere sulle colonne di questo giornale, in tutta questa storia è sempre mancato il soggetto che avrebbe dovuto presentare il progetto di rilancio del sito o di riconversione dello stesso come produttore di idrogeno verde. Di certo non potevano farlo i sindacati di categoria o i lavoratori coinvolti dalla vertenza. Né si poteva sperare che a farlo fosse la Italcementi, che a suo tempo dette disponibilità nel ‘cedere’ eventualmente lo stabilimento per un progetto simile, ma che certamente non opera nel settore dell’idrogeno (visto che in questi anni hanno sempre ribadito l’impossibilità del riavvio della produzione di cemento, oltre ad aver messo in vendita il sito nel giugno 2021 per poi annunciare il licenziamento collettivo nel luglio dello stesso anno). Meno che mai si poteva pensare che a farsi avanti fosse Acciaerie d’Italia, da anni alle prese con l’impresa impossibile (?) di riconvertire in dieci anni la produzione del siderurgico tarantino.
Diverso invece il ruolo delle istituzioni, dal Comune alla provincia di Taranto per finire alla Regione Puglia, che avrebbero potuto quanto meno avviare un’indagine di scouting alla ricerca di soggetti privati disposti ad investire in tal senso. Ma come fin troppo spesso accade dalle nostre parti, alle parole non sono seguiti i fatti. Perchè come scriviamo da anni, è fin troppo facile riempirsi la bocca di parole come ‘transizione economica’, ‘transizione enegertica’, ‘economia circolare’, ‘hydrogen valley’, ‘eolico’, ‘fotovoltaico’, disencitivo all’utilizzo delle fonti fossili. Quando però si tratta di passare all’atto pratico, i risultati (disastrosi, per non dire fallimentati) sono sotto gli occhi di tutti. Ed a pagarne le conseguenze, oggi come ieri, sono sempre loro: i lavoratori. Che il prossimo15 settembre vedranno scadere l’ennesimo ammortizzatore sociale, ovvero la cassa integazione straordinaria pe transizione occupazionale.
E visto che il tema centrale resta quello di evitare che la transizione energetica e produttiva si trasformi in un dramma sociale di dimensioni apocalittiche, già alcuni mesi fa la Cgil di Taranto ha avanzato nuovamente la proposta che i fondi messi a disposizione per il territorio di Taranto dal Just Transition Fund, siano utilizzati per riqualificare e dare un futuro lavoratori ai lavoratori dell’ex Cementir e delle tante vertenze dimenticate ed ancora irrisolte presenti nella nostra provincia, che riguardano centinaia di lavoratori.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/02/02/transizione-i-lavoratori-esclusi/)
Del resto, al di là delle kermesse politiche tanto in voga negli ultimi tempi (ultima quella della tre giorni a Bruxelles dedicata a Taranto per sostenere la solita narrazione lontana anni luce dalla realtà) in tempi non sospetti, fu proprio la Commissione Europea nel suo rapporto sul JTF, ad evidenziare come la zona di Taranto “è fortemente dipendente dal punto di vista economico dall’acciaieria, che impiega circa 10.000 dipendenti, con circa ulteriori 10.000 che secondo le stime lavorano in società ad essa collegate nell’indotto. Questi posti di lavoro sono a rischio. La zona di Taranto dovrebbe subire notevoli perdite di posti di lavoro, che potrebbero non essere del tutto compensate dalla creazione e dallo sviluppo delle PMI; potrebbe quindi essere preso in considerazione il sostegno agli investimenti produttivi nelle grandi imprese, a condizione che gli investimenti siano compatibili con il Green Deal europeo”.
Vogliamo ricordare qui ancora una volta che sono passati dieci anni da quando, anche se quasi tutti non lo ricordano o più semplicemente non ne sono a conoscenza, nella primavera del lontano 2013, l’ex proprietà del gruppo Caltagirone annunciò il ritiro del progetto di ristrutturazione del cementificio (denominato ‘Nuova Taranto Cementir‘ per un investimento pari a 150 milioni di euro, grazie ad un finanziamento della Banca Europea degli Iventsimenti pari a 90 milioni di euro ed uno a fondo perduto della Regione Puglia dal Fondo Europeo per lo sviluppo regionale, finalizzato all’incremento dell’efficienza industriale ed alla mitigazione dell’impatto ambientale, sia in termini di consumi energetici che di riduzione delle emissioni in atmosfera), a fronte della crisi del mercato del cemento italiano ma soprattutto dell’incerto destino che attendeva il siderurgico dopo la tempesta giudiziaria dell’estate precedente, quella fatidica del 2012: ci avevano visto lungo.
Lo abbiamo detto e scritto decine volte in questi anni: la vicenda ex Cementir è un piccolo esempio, un piccolo laboratorio, che ci parla di di crisi di politica industriale, di crisi sociale, crisi di alternative economiche reali e realistiche. E viste le premesse e la stretta attualità, c’è poco da stare allegri in vista di un drammatico finale che sembra già scritto da tempo.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2021/09/03/ex-cementir-la-storia-e-finita-nel-silenzio-generale/)


