Respira, sei in Puglia. Vita lenta. No, #nonveniteinpuglia. Altro che Caraibi. Caraibi? Oggi piscina. Statevi. Mi dicono ferie. #nofilter. Finalmente casa. My home. Ultimo bagno. Vacanze finite, mi mancherai Puglia. E tu, dove vai a ballare? E giù di orecchiette monte bianco, impepata di cozze, friselle, capocollo, mozzarelle e affini, spaghetti alle vongole, panini col polpo come se non ci fosse un domani, salsicce e bombette, panzerotti, focacce, taralli. Tutto in pantagruelici banchetti patinati; fotogenici. Il gin tonic è diventato la prima causa di omologazione al mondo (si narra che la quotazione del ginepro stia per superare quella dell’oro e che Kim Jong-un, leader supremo della Corea del Nord, ne abbia fatto incetta al fine di assicurarsi sudditi obbedienti per altre ventisei generazioni. Il Trattato di Lisbona sarà aggiornato per assurgere i bartender a nuovi alchimisti del secolo XXI. Pasolini, all’Inferno, se la ride).

È tutta un’experience; c’è poco da fare, anzi, si può fare solo una cosa: consumare la memoria dello smartphone a suon di foto storte e selfie onanistici. Immolarsi a qualcuno che ha un natante o quattro mura in litoranea. Guardare la nuda calce di un trullo e sbatterci la testa con tutta la forza residua dopo due o tre settimane di bagordi e serate a sbafo. Lasciarsi annegare in un frutteto-uliveto agghindato per una costante prima comunione. Riprendere il treno e mettere in valigia le canzoni ridotte a canzonette un tanto al chilo fra storie, reel e tiktok. Infilarci dentro i tramonti mozzafiato sprecati nell’assidua ricerca di un’approvazione riprovata dalle mummie degli abbonati attorno, rei di ombrelloni ereditati di generazione in generazione sino a confortare dalla calura la borghesia più decadente della Puglia. Osservare la propria personalità distorta nell’otturatore della fotocamera anteriore. Essere figli eterni, ma esuli meteoropatici.

Milano è una nebulosa lontana e la Madonnina si gode la città deserta dall’alto. Nelle sue narici, però, non permea il fragore delle erbe mediterranee fra le dune di sabbia che precedono il litorale, né l’improvvisa salsedine trascinata dai giorni non benedetti dalla tramontana a sollievo dell’arsura che attanaglia i prigionieri della città nelle gabbie di cemento armato, ma soltanto il vapore convogliato dal vicino McDonald’s e il particolato palpabile della Padania avida di venti. È quello il giorno del giudizio in cui la “Questione Meridionale” si risolve: quando Milano e Taranto segnano la stessa temperatura, ma sulle sponde dello Ionio il dolore viene mitigato dal refrigerio del mare – dalla speranza di un orizzonte assiduo. A dispetto di un Pil così diverso.
Quante canzoni dedicate al mare o ad esso ispirate sono state uccise anche quest’anno per surfare il contenuto perfetto da postare sui social. Quante pampanelle sputacchiate ai bordi del pomeriggio. Quanta sabbia sottratta al bagnasciuga per alleviare il male di vivere. Quanto dolore mascherato da felicità alle fronde di un cocktail annacquato che non vuole saperne di evaporare. Quale perversione conduce l’uomo a importare Milano anziché esportare Taranto; e che nessuno qui parli di glocalizzazione: è improbo scomodare-per-comodità chicchessia, anche se di cognome fa Bauman.

Non è glocal vendere una burrata a quindici o venti euro a Milano e non è glocal importare un modello sociale pettinato con la riga di lato in un posto naturalmente votato alla semplicità dei costumi, e che sulle schiene spezzate di contadini senza più denti, pescatori senza più pelle e operai senza più braccia ha costruito la sua storia, il suo fascino, la sua cultura. Taranto non fa eccezione, ma in tutto ciò ha la “fortuna” di essere il fanalino di coda del turismo che affolla il Tacco e la contemporanea sfortuna (senza virgolette) di essere una delle principali terre d’espatrio. La Puglia si sta trasformando da luogo dell’anima a lupanare dell’ostentazione, e bisogna avere il coraggio di ammetterlo oltre ogni ragionevole dubbio sul ruolo giocato dalla vicina Albania nel mercato dello scimmiesco turismo estivo. È quella balcanica la prossima costa candidata all’erosione dell’autenticità, mentre gli italiani guardano sempre più all’Est o all’Ovest europeo per un viaggetto a misura di risparmio possibile. Sempre gin tonic alla mano, sia chiaro.
Il Luna Park chiude i battenti: è il 21 settembre mentre i lidi in Puglia discutono se prolungare la stagione balneare anche alle belle giornate autunnali. Salvador Dalì non ci sarebbe arrivato. I sedili delle giostre sono tersi da un velo drammatico di acquerugiola. Fa ancora caldo, ma fa freddissimo. Al mare ci restano i pensionati e qualche fortunello residente con un po’ di tempo libero. Il lavoro chiama. Milano irrompe brutalmente nella gioia effimera dei suoi figli adottivi distratti dalle onde che si infrangono sulle scogliere, dalle scogliere illuminate dalle lucine, dalle lucine fulminate dai temporali estivi. Figliastri spesso costretti a un lungo viaggio in treno o in autobus per un posto di lavoro che, tutto sommato, consente loro di condurre una vita “al centesimo” – a maggior ragione con l’inflazione che galoppa – ma una vita cui, con tutta la buona volontà, non avrebbero potuto aspirare stando aggrappati alla giostra.

È così che il Nord, il gancio traino produttivo del Sistema Paese; la città di Milano – quanto è piccola e insignificante Milano a pensarci bene, con tutto quel fervore mattinale sulle linee metropolitane e i pendolari affibbiati ai mezzi con una presa rettile – si è trasformata da terra di opportunità a terra di resistenza. Andare via da Taranto può essere necessario per motivi universitari, lavorativi, familiari, personali, ma nei cuori di chi fugge, sovente, non si ravvede il solo lutto del recesso dalla natia terra – negli ultimi anni lenito dalla possibilità di perorare una qualche forma di “smart working” – ma appare altresì la morte dell’aspirazione. Lavoro povero e precario, laureati senza risposte che vivono il panico dei pentiti di mafia, manovali costretti a ritagliarsi un quadruccio di sopravvivenza nell’estrema periferia di una metropoli austera e plastificata che guarda, imperturbabile, dall’alto.
Non c’è solo Milano; c’è un’Italia e ormai un’Europa e spesso un mondo che accoglie i fuggitivi, ma considerando che la tendenza a voler creare condizioni di ritorno sta iniziando a rumoreggiare nei cuori di tanti espatriati, si dovrebbe seriamente ripensare all’approccio avvilente che ha il meridionale medio nei confronti della sua terra d’origine, specie in età giovanile. Un complesso d’inferiorità ontologico che, a volte, si risolve nel voler scappare a prescindere: non per un’opportunità o per un sogno, ma perché “Qui fa schifo”. È utile, a questo punto della narrazione, introdurre il disclaimer secondo cui: “Non era necessario prendere Giurisprudenza a Milano per giungere alla conclusione che Taranto fa schifo; ce n’eravamo accorti anche noi rimasti qua, sul costante orlo di una sordida disperazione”.

Però trasferendosi, si dice, cambiano le occasioni, il “livello”, le opportunità di cui si riferiva poc’anzi. Non può, un animo ragionevole, arrendersi all’esportazione di questo modello come fatto umano destinato a consumarsi: si tratta di una forma di capitalismo selvaggio in cui a farne le spese sono tutti; proprio tutti – come sempre a partire da chi, in attesa del fatidico ascensore sociale, ha dovuto intraprendere la prima rampa di scale col male ai piedi. Se tale tendenza dovesse confermarsi, nelle varie Milano del mondo ci andranno a vivere così tante persone che le moltitudini di Taranto presenti sul Pianeta non saranno più città autonome, ma periferie dell’esistenza – quartieri diroccati dalla compulsiva aspirazione a una vita un po’ più Ferragnez. Dio ci perdoni per aver permesso tutto ciò nel periodo di massimo benessere mai conosciuto dall’Italia, ma una città senza popolo è come un disco senza musica: inutile.
Quella terra che fa schifo, quel grembo materno lacerato dai tumulti del passato. Quel tugurio depravato di cassonetti che traboccano immondizia, stadi incendiati, strade diroccate, infrastrutture carenti. Quella zolla di sangue rappreso che è il Mezzogiorno, e che trasuda morte da ogni singolo agglomerato urbano che la compone. Quel costante odore di marginalità che rapisce i sensi quando i turisti vanno via, gli studenti vanno via, i lavoratori vanno via e sì, proprio tutti vanno via, non è un campanello d’allarme, ma il fallimento del Paese più bello del mondo che, smargiasso, preferisce compiacersi davanti allo specchio nonostante la totale carenza di massa muscolare. È la solitudine del “tanto se a fine mese non ce la faccio mi aiutano i miei”, per chi può permetterselo, ed è la solitudine del “non è alla mia portata, ma devo comunque ottenerlo in qualche modo”, per chi non può permetterselo.

Il problema non risiede nell’andar via: guardare, conoscere e conquistare l’Altro da sé non può che essere motivo di crescita e civiltà. Il problema risiede, più che altro, nelle motivazioni sottese alla grande fuga; nella noncuranza del circostante, nel preferire la mediocrità funzionante alla grandezza della prima pietra. Quella terra di inopportunità, reticenze, mestizie e arretratezza si chiama Sud, ed anche se è sempre pronta ad accoglierli a braccia aperte, non vuole giocare il ruolo del vecchio abbandonato in una casa di riposo che vede i suoi figli far capolino nei soli giorni di festa. Specie se quel vecchio è tanto bello e dolce e ospitale da donare una carezza alla misericordia racchiusa in ogni sorriso, ogni rimpianto, ogni rimorso, ogni lacrima donatagli. Lo scrisse Franco Arminio in “Cedi la strada agli alberi – Poesie d’amore e di terra” (Chiarelettere, 2017) nella “Lettera ai ragazzi del Sud” di cui giova riportare qui un frammento:
“Il Sud italiano è un inganno e un prodigio.
Lasciate gli inganni ai mestieranti della vita piccola.
Pensate che la vita è colossale.
Siate i ragazzi e le ragazze del prodigio.”

Tutto questo per affermare che la Puglia avrebbe un mare bellissimo anche senza la bulimia social, i contenuti e gli hashtag di chi passa ogni tanto a far visita ai derelitti che sono rimasti, e che magari non sono sempre desiderosi della baldoria da baccanale, perché qui addirittura ci lavorano. Nonostante tutto, ma non senza aspirazioni. La Puglia era bella anche prima di diventare “di moda”, ma lo sapevamo in pochi. A due passi dall’infinito. Satolli di tramonti. Romantici d’eccezione. Perdigiorno finanche di notte. Iracondi sognatori che tirano a campare sbarcando il lunario. Anche a febbraio, persi fra i vicoli, quando fa freddo e piove. Da qui la scelta filosofica di non bere mai più gin tonic. Da qui la scelta politica di visitare e provare a vivere i luoghi diroccati di tutto il mondo sfuggiti al cancro della massa. Da qui la scelta poetica di rischiare di essere peggiori degli altri, ma mai uguali a loro. Qualcuno doveva pur dirlo.
Cari cervelli in fuga.

Buongiorno signor Calienno,
Ho letto il suo articolo e mi è parso alquanto criptico. In definitiva quale tesi vuol portare a avanti? Ritorno alle origini, alle radici, con contestuale rigetto della società “plastificata” (Milano), per riabbracciare una società povera, ma autentica.