Realtà e fantasia si intrecciano a più riprese nel neonato “Internet ha ucciso il Rock II” a firma dello scrittore Giancarlo Caracciolo, sequel dell’omonimo primo volume che già nel 2018 sancì un sodalizio con Les Flâneurs, casa editrice pugliese di indiscusso pregio.
La sera del 5 ottobre presso lo Spazioporto di Taranto l’autore, originario del capoluogo ionico, ha presentato per la prima volta il nuovo libro con la partecipazione dell’editore Alessio Rega, che ha inaugurato il palco con una breve analisi del mercato del libro in Italia e nel Tacco. Un settore merceologico che continua a mutare anche a causa della rivoluzione digitale in corso e del sempre più frequente ricorso agli e-commerce (la recente chiusura di una libreria nel Borgo Umbertino ne è teste). Tuttavia, “Internet ha ucciso il Rock II”, così come il suo predecessore, si insinua nella collana Boulevard curata da Arianna Caprioli, dedicata a un pubblico che ama inebriarsi dell’arte guardandola “sotto la luce calda dei lampioni del Novecento o davanti alla luce blu dei dispositivi da cui spesso oggi fruiamo i prodotti culturali”. Una “nicchia” che, tutto sommato, sembra ami ancora leggere come se la bulimia ipertestuale in cui è stata catapultata l’umanità non fosse mai totalmente esplosa.
Ma è di luce propria che risplendono le circa trecento pagine di questo libro, che mescola il tenore saggistico con la dimensione narrativa adeguata al contesto underground in cui il Rock si è sviluppato nello scorso secolo. Caracciolo, nelle sue pagine e davanti al pubblico presente in sala, ha insistito molto su un concetto che dovrebbe essere assorbito dalla dogmatica della tecnologia, sempre che ne esista una: bisogna fare buon uso degli strumenti digitali a disposizione della collettività, per fare in modo che la qualità dei prodotti artistici non si degradi a beneficio di algoritmi dopati e, in questo caso, canzonette.
È una questione di imparare a stare al mondo convivendo con la consapevolezza di dover trovare una propria collocazione fra i bombardamenti mediatici che competono a tribolare la quotidianità di chiunque. Un periodo storico in cui tutto quello che è immateriale, come una playlist su una app di streaming musicale, viene automaticamente percepito come “e(ti)co”, senza contare le mille e una notte che deve attraversare uno smartphone per arrivare sugli scaffali, a partire dalle miniere di cobalto in Africa centrale; per non parlare dell’inquinamento da clouding compulsivo. “Sharon George della Keele University ha calcolato che, in termini di CO2 prodotta, l’impatto dello streaming di un album per cinque ore equivale alla produzione della plastica di un CD fisico, che diventano diciassette ore nel caso di un vinile”, si legge nel cuore del testo.
“La rivoluzione musicale è solida e non liquida” è, invece, il monito lapidario che Caracciolo lancia al suo lettore nelle ultime pagine di “Internet ha ucciso il Rock II”, cosciente di collidere con la società ultra-diluita in cui l’ascoltatore incarna, ormai, la vittima di un mercato mosso da logiche perverse, piuttosto che il ruolo di un consumatore edotto dell’efficacia generativa dell’atto stesso di scegliere cosa ascoltare. Un contesto storico e sociale in cui partendo dai vagheggi di Sunset Strip dei tempi che furono, l’autore tarantino avverte il bisogno viscerale di battezzare la silloge con il racconto di Joe Piccione, e degli anni belli in cui il Whisky a Go Go dettava la legge non scritta dell’originalità, finendo per atterrare nell’omonimo beach bar del litorale pulsanese.
Ed è proprio la cultura dell’inedito che può stare alla base di una sopravvivenza della buona musica intesa anche come Rock, ricordando che sono sempre meno i locali pionieri di scommesse sulle band emergenti composte da giovani scapestrati; così giovani che non possono uscire di casa senza aver fatto prima firmare la pagella ai genitori e così scapestrati che, spesso, sono un miliardo di volte più bravi di chi inquina i diffusori dello stereo sospinto dall’usa e getta tanto amato dalle major.

Quella creatura mitologica chiamata “algoritmo”, spesso, decide al posto nostro che musica dobbiamo ascoltare
David Bowie, come si legge nelle pagine del libro, fu uno dei primi ad evocare una sorta di mercato liquido della musica, mentre al più truce Neil Young “Lo streaming fa schifo, ha la peggiore qualità audio nella storia”. Tutto vero, e poi lo hanno detto due fra i migliori cantautori della storia contemporanea: per smentirli servirebbe una voce di pari peso storico, discografico e sociale – a trovarne una che non la pensi così. La magra consolazione è che il mercato del CD sembra aver iniziato a risalire la china nel 2021, almeno negli Stati Uniti, offrendo un elemento di novità al giudizio sul futuro della musica di qualità, che l’ascoltatore ha compreso di non poter trovare in streaming o negli altoparlanti dei device.
“Internet ha ucciso il Rock II” è una piccola perla nell’oceano della produzione letteraria (e musicale, sic!) che ingolfa un sistema a tratti cannibalistico, e risulta agevole alla lettura tanto per un pubblico colto in fatto di Rock, quanto per chi ama il racconto come mezzo per divulgare le storie e le idee di personaggi che tendono a evolversi insieme all’autore e ai tanti modi di immaginare il futuro delle sette note. Scommessa vinta, quindi, da Giancarlo Caracciolo.
*Foto in evidenza di Alessandra Cavalera
Da sinistra verso destra: Simone Calienno, Giancarlo Caracciolo e Alessio Rega


