“Il carrello tricolore del governo? Non ci è servito gran che, se non per risparmiare qualcosina sui prodotti non di marca e mai su carne, pesce e sull’ortofrutta. Meglio continuare con i raffronti dei volantini e magari recarsi all’ultima ora a piazza Fadini per risparmi più consistenti”. È il commento di Francesco D’Oronzo, da noi incontrato in un noto market del Borgo, che meglio compendia quelli degli altri consumatori.
“E’ una vera e propria elemosina offensiva, il 10% di sconto su prodotti che già dovrebbero essere scontati per principio. Su una spesa non si riesce a risparmiare nemmeno un litro di benzina, per quello che costa!” – aggiunge Giuseppe Stefanelli, in un esercizio di via Cesare Battisti.
Gli altri commenti raccolti sono pressoché simili, evidenziano che il carrello tricolore, promosso dal governo Meloni non ha raggiunto lo scopo originario che è quello di abbattere l’esborso per i generi di prima necessità, tra l’altro per un lasso di tempo breve (3 mesi).
“Riscontriamo un certo risparmio (ma non certo esaltante) su pasta, biscotti, conserve, detersivi e latte però non delle marche più rinomate– dice Francesca Di Ponzio, cliente abituale di un noto ipermercato – Tanto vale a questo punto andare al discount”.
Tale concetto è ribadito dalla presidente di Federconsumatori, Maria Antonietta Brigida. “Il provvedimento voluto per arginare l’aumento dei prezzi non ha dato i risultati auspicati e ha escluso i prodotti che più incidono sui consumi alimentari, come carne, pesce e ortofrutta. Questo come Federconsumatori lo abbiamo più volte denunciato, ma senza risultato. Ci sarebbero volute misure più incisive, promuovendo l’incontro fra produttori e consumatori per venire incontro alle rispettive esigenze e agendo soprattutto sul controllo della filiera alimentare, i cui passaggi sono decisivi ai fini della determinazione dei prezzi finali”.
“Perciò – prosegue – si continua ad andare avanti con i paragoni fra le migliori offerte illustrate nei vari volantini. È necessario però prestare attenzione alla qualità dei prodotti, affinché, il consumatore, attratto dai ribassi, non vada incontro a cattive sorprese, portando a casa generi alimentari non all’altezza delle aspettative”.
Nelle case, all’ora di cena, quando la famiglia è finalmente riunita, è facile ritrovarsi a discutere sulle proposte dai vari esercizi commerciali, con vivaci confronti fra prezzi e qualità degli articoli, fra ribassi (alcuni evidenziano l’offerta a prezzo di costo e anche meno) e “tre per due”. A star dietro a tutto questo, si corre il rischio di fare la spesa correndo da un market all’altro, alla ricerca del prodotto migliore e più conveniente, sprecando magari l’intera mattinata e spendendo per la benzina il risparmio conseguito.
Girando per i banchi di supermarket e della grande distribuzione, ben pochi si accorgono dei cartellini prezzi con l’indicazione dei ribassi, risultati di scarsa entità. “Sono del parere che i compratori nemmeno si sono resi conto dell’entrata in vigore di quanto disposto dal governo. Infatti gli effetti del risparmio prospettati sono davvero poco evidenti e peraltro su prodotti già suscettibili di ribassi da non incidere significativamente sull’importo della spesa – dice Antonio Bosco, presidente di Adiconsum – Perciò si va avanti come prima, alla ricerca dei prezzi più convenienti, fra volantini e magari anche i passa-parola”.
Cosa si dovrebbe fare, secondo Bosco? “Ritengo sia opportuno abbassare l’Iva laddove possibile, verificare e accorciare la catena di distribuzione, tenendo ben in evidenza la necessità della salvaguardia dei negozi di vicinanza, che verrebbero penalizzati da tale situazione a favore della grande distribuzione, che meglio può agire sui prezzi – sottolinea – Inoltre sarebbe quanto mai opportuno incrementando la capacità di acquisto delle famiglie, adeguando stipendi e pensioni ai livelli europei”.
Lo speriamo tutti. E in tanti si allungano sempre più le file ai centri Caritas di quanti, a causa degli aumenti generalizzati, non riescono ad arrivare nemmeno… a metà mese.


Il provvedimento potrebbe essere addirittura controproducente se, dopo i tre mesi, tutti, anche coloro che non abbassato i prezzi, dovessero sentirsi autorizzati ad aumentarli