La transizione ecologica è da tempo al centro dell’agenda della politica europea, nazionale e locale. La crisi ambientale ha infatti spinto l’Unione europea ad assumere l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050 e a promuovere iniziative utili a favorire la transizione ecologica e la decarbonizzazione della produzione economica. Si tratta senza dubbio di un ambizioso (fin troppo?) programma di radicale riconversione tecnologica, energetica ed economica. Ma come ampiamente sottolineato dalla stessa Unione Europea, altrettanto profonda e onerosa sarà la trasformazione sociale. Un aspetto che più volte abbiamo sottolineato su queste pagine e che in troppi ancora oggi ignorano colpevolmente.

Proprio per questo, con l’obiettivo di rendere la transizione “giusta e inclusiva”, la Commissione europea ha istituito il Just transition fund (Jtf): uno strumento a sostegno del passaggio a un’economia climaticamente neutra dei territori più fortemente dipendenti dall’estrazione e dall’utilizzo del carbone. Tra quelli italiani – cui spetta un finanziamento complessivo di circa 1,2 miliardi di euro – vi è l’area di Taranto, sede del più importante sito italiano di produzione siderurgica primaria. L’accesso al fondo è stato subordinato alla definizione di specifici Piani territoriali, che delineano le sfide sociali, economiche e ambientali dell’area interessata muovendosi lungo tre assi di azione: la riqualificazione dei lavoratori e i percorsi di reinserimento nel mercato del lavoro; la “rivitalizzazione” del tessuto economico; il risanamento ambientale. A dicembre 2022, il Piano di transizione giusta dell’area di Taranto è stato approvato, con un finanziamento di 796,5 milioni di euro. Le azioni previste ricadono in diversi ambiti: l’energia rinnovabile e l’idrogeno “verde”; la tutela delle risorse naturali; la ricerca; lo sviluppo imprenditoriale; l’orientamento e la formazione; i servizi di cura. Quelli relativi al Comune attualmente prevedono una cintura verde attorno alla città, il Mar Piccolo e le attività legate al mare, un progetto finanziato da Horizon (ricerca in Europa) che riguarda l’applicazione di tecnologie mediche e scientifiche con l’analisi dell’impatto dell’ambiente sulla salute umana. In particolare, il Comune di Taranto ha candidato quattro progetti, stimati in 250 milioni complessivi: fine degli investimenti prevista nel 2029, posti complessivi a regime circa 14mila tra mantenuti e nuovi, diretti e indotto.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/12/17/transizione-si-dallue-sara-giusta-per-taranto3/)

L’argomento ha trovato spazio nel corso del convegno nazionale “L’acciaio oltre il carbone. Nuovi orizzonti a tutela della salute, dell’ambiente, del lavoro”, organizzato da Legambiente a Taranto, che ha visto la partecipazione di esperti e ricercatori, rappresentanti delle istituzioni e delle parti sociali, innovative aziende europee del settore siderurgico e referenti istituzionali locali ed europei. Ad affrontarlo nello specifico durante il convegno, è stata Lidia Greco, professoressa di Sociologia dei processi economici e del lavoro dell’Università di Bari, che da anni studia il caso Taranto e che collabora, come Università, insieme all’amministrazione comunale ed altri enti e organizzazioni locali alla riuscita di questo importante processo. Con lei abbiamo dialogato per affrontare gli aspetti più importanti della transizione ecologica.

Il centro del problema, come abbiamo più volte sottolineato e su cui pone l’accento la stessa prof.ssa Greco, è che da troppo tempo “il dibattito prevalente si focalizza spesso soltanto sugli aspetti tecnici di questa transizione, in particolar modo per il settore siderurgico (la riduzione delle emissioni della Co2, la sua cattura, dal preridotto ai fondi elettrici sino ad arrivare all’uso futuribile dell’idrogeno per l’azzeramento delle fonti fossili), la circolarità (riciclo, rigenerazione, riuso). Poi ci sono i discorsi politici, conditi anche da tanta retorica, che tutto sommato guardano alla transizione verde evidenziando come il bilancio finale di questo lungo processo sarà comunque positivo, perché saranno creati nuovi lavori e quindi l’ecologia diventerà una nuova opportunità di crescita e di sviluppo per l’economia. Ma quelli che in molti ancora non hanno compreso, è che la decarbonizzazone o transizione ecologica sarà soprattutto una transizione sociale: se cambiano i modelli produttivi cambia il processo di produzione, i profili professionali, le competenze e nascono nuove relazioni industriali, in particolar modo in un settore come la siderurgia. Cambierà il mercato del lavoro, a Taranto e in altri luoghi. Cambiano le filiere produttive se cambia il modo di produrre, dalla materia prima alla logistica, e ovviamente cambia l’idendità della comunità, le loro culture industriali”. Bastirebbe questo per aprire una discussione che ancora oggi alle nostre latitudini, se non per rare eccezioni come la Cgil di Taranto che da tempo ha posto l’accento su questi temi, è quasi del tutto assente.

E visto e considerato che dalle nostre parti la retorica (intrisa di una demagogia al limite dell’accettabilità razionale) sulla situazione ambientale, sanitaria e lavorativa è di fatto diventata il pilastro di ogni discorso e ragionamento sul passato, presente e futuro, la prof.ssa Greco tiene a precisare un aspetto che farà storcere il naso ai più naïf: “Taranto non è un caso eccezionale: i territori europei interessati dalla transizione giusta in Europa sono un centinaio, Taranto è uno di questi, è una situazione come altre”. Certo, qui in particolar modo, dopo sessant’anni di siderurgia, di cultura industriale in tal senso, cambierà tutto, “ma c’è poca poca riflessione sui cambiamenti che ci saranno – afferma la sociologa -. Perché transizione sociale avrà anche degli effetti diseguali: tra settori perché i più colpiti saranno quelli della siderurgia, del cemento, dell’edilizia, della chimica, del vetro; tra lavori perché esistono i così detti impieghi ‘Brown’ che saranno più penalizzati perché appartengono ai settori di prima rispetto alle mansioni ‘White’ o quelle già ‘Green’; e tra i vari territori che hanno vocazioni economiche differenti. La siderurgia avrà più difficoltà a fare questi cambiamenti, perché molto energivora. Chi è legato al manifatturiero pesante avrà più problemi rispetto a quei territori dove è più sviluppato il settore terziario ad esempio”. 

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/03/30/transizione-sara-uno-tsunami-sociale/)

Per capire l’impatto reale che la transizione ecologica avrà sul mondo del lavoro, in particolare a Taranto, basta fare riferimento ad alcuni dati evidenziati dalla prof.ssa Greco durante il convegno: “Ho preso i dati ISTAT sugli addetti ai settori, per valutare l’impatto sui lavori a difficile transizione: bene, su tre addetti in Italia, a Taranto la quota è 9,6, quindi una concentrazione molto forte per chi avrà più difficoltà a rinnovarsi in questa transizione. In merito ai settori hard to abate, ho aggiunto quelli delle costruzioni di autoveicoli ed edilizia, la percentuale di addetti, al Sud e a Taranto il dato è sempre sopra la media nazionale (22,6 rispetto ai 18,4)”. Del resto, nel rapporto della Commissione europea su Taranto, si legge che “questa zona è fortemente dipendente dal punto di vista economico dall’acciaieria, che impiega circa 10.000 dipendenti, con circa ulteriori 10.000 che secondo le stime lavorano in società ad essa collegate nell’indotto. Questi posti di lavoro sono a rischio. La forte dipendenza della zona dai combustibili fossili rappresenta una sfida enorme per quanto riguarda la decarbonizzazione e richiede notevoli sforzi per sostenere una strategia di transizione integrata, che accompagni lo spostamento a lungo termine di Taranto verso alternative economiche e un ulteriore sviluppo del polo siderurgico. In base a questa valutazione preliminare, sembra necessario che il Fondo per una transizione giusta concentri il suo intervento in questa zona”, si legge sempre nel documento. Pertanto, non è un caso se la stessa Commissione Europea nella sua Comunicazione del 2019, come ricorda la sociologa Greco, ha chiarito che “la transizione dovrà essere giusta, inclusiva, dovrà mettere al primo posto le persone, ponendo attenzione a quelle Regioni dove sono presenti le industrie e i lavoratori che avranno i maggiori problemi, ecco perché Taranto ha a disposizione quei fondi del JTF. La partecipazione attiva e la fiducia nella transizione sono e saranno quindi aspetti fondamentali affinché la transizione possa essere davvero efficace e quindi giusta”. 

Da qui l’inevitabile domanda: cosa fare affinché la transizione sia per i lavoratori? “Intanto bisogna sostenere quelli che dovranno cambiare il modo di lavorare – chiarisce la prof.ssa Greco -. Parliamo di politiche attive del lavoro, ovvero mettere in campo formazione continua, orientamento, servizi; bisognerà rafforzare la contrattazione collettiva e il dialogo sociale e definire misure di sostegno al redito. Ad esempio, ci sarà un estremo bisogno di periti, ingegneri chimici, addetti alla logistica, scompariranno altre figure professionali, quindi serviranno politiche attive del lavoro. Fondamentale sarà quindi il dialogo sociale e quindi coinvolgere i sindacati in tutto questo processo come richiesto dall’Ue, perché i lavoratori saranno quelli maggiormente colpiti dalla transizione e quindi le organizzazioni devono contribuire attivamente al processo di trasformazione del mondo del lavoro”. Ma soprattutto, come ripetiamo anche noi da tempo “serve un bagno di realtà: accanto a queste politiche è indubbio che la transizione ecologica lascerà qualcuno senza lavoro, dunque per questi lavoratori i sindacati dovranno chiedere misure e interventi di sostegno al reddito, perché sarà molto difficile cambiare il profilo professionale di molti lavoratori. I sindacati dovranno essere soggetti attivi, anticipare questo cambiamento oltre che accompagnarlo. E’ necessario mettersi d’accordo su quale tipo di società e quale modelli di crescita vogliamo per il futuro, qualunque esso sia, a partire proprio dalla siderurgia (se sì, quale tipo di produzione). Tutte le industrie e tutti i lavori hanno un impatto ecologico, ambientale, sanitario: i sindacati devono mettere sul piatto cosa vogliono e cosa necessitano i lavoratori. Quindi ci vuole un welfare che tenga conto dei rischi sociali che comporterà la transizione”. 

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/01/04/transizione-piano-taranto-da-rivedere2/)

Per far sì che la transizione sia anche per le comunità, la cosa si fa un pò più complicata ammette la stessa sociologa, in particolar modo per una città come Taranto. “Perché questa transizione si poggia su tre pilastri ineludibili: innanzitutto l’informazione e il coinvolgimento nel processo decisionale. La transizione giusta prevede che le comunità siano informate del processo di cambiamento che si prospetta per loro: partecipare ai processi decisionali è quindi fondamentale, specie per Taranto che è attesa da una riconversione e diversificazione economica dell’area. Ma queste decisioni chi le sta prendendo? Dove sono i giovani che sono i pilastri della discussione? Come facciamo capire cos’è la transizione energetica? La decarbonizzazione? In altri luoghi queste cose si stanno facendo, qui ancora no”. Inoltre “c’è una giustizia distributiva: la transizione è giusta quando i costi e i benefici sono distribuiti equamente, altrimenti la transizione non sarà giusta. Se Taranto è strategica per l’economia nazionale, ad oggi i benefici sono nazionali, mentre i costi sono locali: questo non può essere accettabile dal punto di vista della giustizia sociale”. 

C’è però un problema di accettazione sociale della transizione di cui non si parla affatto, perché si discute di altro di aspetti tecnici: “ma la transizione deve essere accettata, deve essere compresa e fatta propria, non può essere imposta dall’alto. L’azienda siderurgica si può anche decarbonizzare, ma la riconversione di Taranto non può essere un processo imposto né gestito dai meccanismi del mercato, ma un processo politico che deve essere guidato – conclude la prof.ssa Greco -. Per concludere non c’è economia senza società, mentre di solito facciamo esattamente il contrario: se non facciamo asili nido, se non facciamo servizi, se non abbiamo la scuola, l’economia non parte, non ripetiamo sempre lo stesso errore. Non basta la fabbrica come accaduto per il passato, non ripetiamo gli stessi errori, mettiamo le basi per rinforzare il tessuto sociale che specie a Taranto è ancora troppo frammentato, conflittuale, va ricostruito il clima di fiducia reciproca che ancora manca ed è sotto gli occhi di tutti, bisognerebbe fare tutto un passo in avanti. Questa riconversione sta mirando molto ad andare su settori come il turismo, cultura, creatività che vanno benissimo, ma una riconversione è tanto più facile quanto i settori sono vicini: non si può passare così facilmente dalla siderurgia al turismo, alla creatività, ma vanano slavate le competenze manifatturiere di questo territorio, attraverso un’industria meccanica leggere, nella logistica: come si fa a riconvertire un lavoratore della cokeria e farlo diventare un albergatore, un ristoratore? Bisogna essere lungimiranti, qui non possiamo buttare il bambino con l’acqua sporca. La siderurgia ha costruito delle competenze, va ridefinita, ma coloro che usciranno da lì dovranno trovare lavori simili affinché questa riconversione sia più facile che difficile”. 

Un’analisi molto lucida e molto chiara, che non solo evidenzia un prossimo aumento nella perdita dei posti di lavoro, ma mette in guardia dal pensare che si possa sostituire un sistema economico di tipo industriale solo attraverso investimenti milionari in settori alternativi, seppur fondamentali per l’economia del futuro. Perché come scriviamo da anni, la transizione energetica che investirà ampi settori della nostra economia, non dovranno pagarla i lavoratori e le loro famiglie. Ma dovrà essere un lungo processo di accompagnamento, per far sì che la vita di tutti migliori a vantaggio dell’intero pianeta Terra, dove le disuguglianze economiche sono da secoli, e ancora oggi, tante troppe ed insopportabili.

(leggi tutti gli articoli sull’argomento https://www.corriereditaranto.it/?s=Just+Transition+Fund+&submit=Go)

2 Responses

  1. La prof. ssa dimentica che in questo territorio il tessuto sociopolitico oltre ad essere frammentato e conflittuale è totalmente passivo, ignavo e suddito dei poteri forti per una squallida poltrona. Questo sarebbe anche il motivo perché non esiste la volontà di nessuno a realizzare una riconversione e reindustrializzazione. Infine , in questo contesto ,si cerca ancora di sforbiciare le piante organiche del settore pubblico ( militare, civile arsenale e sanitario ). Qui non si tratterebbe di sola formazione, di come convertire un metallurgico in meccanico perché ormai prossimo alla pensione ma investire prima sui giovani , con università e nuove professionalità e rivoluzionare un nuovo sistema industriale ma pare che tutti preferiscano la via della seconda Bagnoli, adattarsi a qualche forma di assistenzialismo o emigrare.

  2. Carissimi Prof.ssa Greco, Sig. Leone e Sig.ri Lettori tutti
    E’ importantissimo per Taranto che la Transizione Ecologica non diventi un bagno di sangue per i cittadini, i lavoratori dell’ILVA e dell’indotto e per tutte le piccole aziende che orbitano intorno alla più grande acciaieria d’Europa.
    Non dobbiamo dimenticarci che siamo solo noi Europei che ci poniamo tutti questi problemi ecologici ed ambientali.
    Chiedetelo ai cinesi, agli indiani e persino agli americani ed ai canadesi. Per questi signori vale la regola dell’impatto economico.
    Se è economicamente vantaggioso si attuano le misure previste dalla transizione ecologica; se non lo è rinviano il tutto sine die.
    Oggi fortunatamente la tecnologia ci permette di avere altiforni, acciaierie, cokerie idonee ed atte ad inquinare il meno possibile.
    Ho già ribadito in altri interventi che non è possibile produrre acciaio ad impatto zero, ma ci sarà comunque inquinamento, ma
    nei limiti previsti dalle normative vigenti.
    Dobbiamo altresì ricordarci che il mercato dell’acciaio fissa i prezzi per Ton di prodotto e questi prezzi valgono per l’Europa, l’America e i paesi del terzo mondo. Quindi per non uscire dal mercato dell’acciaio è necessario produrre con un mix di tecnologie nuove e di tecnologie tradizionali ed altresì ricorrere a tutti gli aiuti statali e della UE necessari e possibili per sostenere l’attuazione delle nuove
    tecnologie e i sistemi di abbattimento delle fonti di inquinamento per le tecnologie tradizionali.
    Inoltre l’Italia e l’Europa dovranno tornare a produrre prodotti industriali e agricoli in quantità bastevoli per non dover dipendere dal dittatore schizzo-frenico di turno o da una delle tante crisi politiche latenti e non (vedi Russia-Ucraina o Israele-Hamas/Palestina).
    E comunque non si può morire di fame per essere ecologici per forza.
    Saluti
    Giulio Vecchione

Rispondi a Gico Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *