L’assemblea di Acciaierie d’Italia Holding tornata a riunirsi oggi a Milano ha proseguito la discussione e il confronto sul piano industriale e le misure di rafforzamento finanziario della società. Ma, come prevedibile, non sono state prese decisioni definitive in tal senso. Anzi, è stato deciso, dopo richiesta del notaio, di ripassare da una nuova assemblea del cda. Restano ovviamente congelate, le dimissioni di Franco Bernabé da presidente di Acciaierie d’Italia Holding spa.

Il primo nodo da sciogliere riguarda il così detto rafforzamento finanziario della società. Vista la cronica difficoltà in termini di liquidità, la società come più volte ribadito dal presidente di AdI Holding Franco Bernabé e dall’amministratore delegato Lucia Morselli, necessita di un’immediata iniezione di risorse fresche pari ad almeno 300 milioni di euro (sino ad arrivare ad una cifra più rassicurante pari a 500 milioni), per far fronte al pagamento delle rate da versare ad Eni in relazione al piano di rientro stipulato tra le parti tempo addietro per le forniture non pagate di gas (un fronte simile è aperto anche con Snam), che per decisione del Tar Lombardia arriverà sino al prossimo 10 gennaio. Risorse necessarie anche per l’acquisto delle materie prime per l’attività produttiva.

Oltre all’immediato però, come riportato più volte in queste settimane, proseguono le interlocuzioni tra le parti, in particolar modo dopo che il dossier dell’ex Ilva è passato nelle mani di Palazzo Chigi e sotto la supervisione del ministro agli Affari Europei Raffaele Fitto, per capire se e quale futuro dovrà avere il siderurgico tarantino.

La nuova intesa tra le parti dovrebbe seguire quanto previsto dal memorandum d’intesa siglato lo scorso 11 settembre tra il governo e il socio privato, ovvero dare finalmente il via al piano industriale da quasi 5 miliardi di euro (4,6 per la precisione spalmato su una durata temporale di 10 anni e incardinato in quattro diverse fasi) per avviare la decarbonizzazione del sito e il revamping dell’altoforno 5, pensato alla fine del 2020 e mai attuato. Lo Stato dovrebbe finanziare una cifra di poco superiore ai 2,2 miliardi di euro (che altro non sono che le risorse promesse a suo tempo dal governo Conte II e messe nero su bianco nei patti parasociali), mentre al socio privato spetterebbe una cifra di poco superiore ai 2,3 miliardi di euro. Il governo è intenzionato a reperire tali fondi attraverso i fondi stanziati dal RePowerEu ed eventualmente da altri fondi europei o dai Fondi di Coesione nazionali (da qui dovrebbe arrivare il miliardo previsto nel PNRR per la società DRI d’Italia per la realizzazione dei due impianti per la produzione del preridotto, poi stralciati dal governo su suggerimento del ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin in quanto l’intervento, a suo dire, non si sarebbe potuto completare entro il giugno 2026, deadline imposta dall’Ue per i progetti finanziati con il PNRR). Il socio privato invece, potrebbe seguire la strada che porta alla rinuncia dei dividendi avvallando così maggiori investimenti e creando valore in Italia. Quel che è certo è che tutti gli investimenti dovranno essere anticipati dall’azienda (perché così funzionano i fondi europei).

La notizia del nuovo rinvio, ha nuovamente scontentato i sindacati. “L’Assemblea dei soci di Acciaierie D’Italia è stata nuovamente rinviata e la situazione che abbiamo di fronte è che mentre da una parte Arcelor Mittal e Invitalia giocano al ‘Monopoli’, il più grande Gruppo siderurgico italiano rischia la chiusura – ha dichiarato Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom-Cgil -. Serve subito liquidità corrente per far funzionare il Gruppo e bisogna definire i 5 miliardi di investimento. Abbiamo detto più volte che non c’è più tempo, Governo e azienda si assumano subito le proprie responsabilità e decidano il da farsi. A questo punto sono solo due le possibilità in campo: che ogni socio metta la sua quota oppure che entro la primavera dell’anno prossimo lo Stato italiano passi in maggioranza, purché si dia una svolta a questa condizione diventata ormai insostenibile. Chiediamo quindi al Governo di mantenere gli impegni presi all’ultimo incontro e di riconvocare al più presto le organizzazioni sindacali” conclude.

“L’ulteriore rinvio, chiesto da ArcelorMittal nell’assemblea dei soci di oggi, rappresenta l’ennesima umiliazione perpetrata da questa multinazionale contro il nostro Paese – afferma Rocco Palombella, segretario generale Uilm -. Allo stesso modo è grave il silenzio del Governo. Da oltre quattro mesi registriamo continui rinvii dell’assemblea dei soci e abbiamo chiesto più volte di verificare se ci siano illeciti legali. Quanto successo oggi è la conferma evidente, qualora ce ne fosse stato bisogno, dell’irresponsabilità e della mancanza di volontà del socio privato nel non voler investire per il rilancio dell’ex Ilva. Chiediamo al Governo quanto tempo dobbiamo ancora attendere prima che si prenda l’unica decisione possibile per il bene dei lavoratori: mandare via ArcelorMittal e prendere il controllo dell’azienda. Avevamo già preannunciato che l’assemblea dei soci di oggi sarebbe stata un ulteriore atto di una commedia che va avanti da anni, ma la realtà ha superato qualsiasi ipotesi. Ora ci aspettiamo dall’Esecutivo una decisione netta e definitiva e le dimissioni irrevocabili dei componenti di Invitalia dal Cda dell’azienda, come atto minimo di rispetto verso i 20 mila lavoratori e intere comunità che non possono rimanere appesi alle decisioni di una multinazionale che sta distruggendo un asset strategico del nostro Paese. Il Governo non può rimanere in silenzio, sarebbe un’ammissione di responsabilità e di connivenza intollerabile. Non staremo fermi, chiediamo un incontro urgente a Palazzo Chigi e siamo pronti a mobilitarci di nuovo per la dignità e il futuro dei lavoratori”.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/11/23/futuro-ex-ilva-la-trattativa-sara-lunga/)

2 Responses

  1. Buonasera Sig. Leone e Sig.ri Lettori
    Oggi abbiamo assistito all’ennesimo rinvio.
    Tanto al prossimo CDA di ADI o di ADI Holding
    assisteremo al solito teatrino in cui nessuno
    avrà il coraggio di prendere le dovute decisioni.
    Ovvero ci vogliono almeno 500 milioni di Euro
    solo per poter continuare ad alimentare
    l’agonia della ex-ILVA.
    Se si vuole veramente il rilancio del sito produttivo
    di Taranto e delle attività satelliti, saranno necessari
    5 miliardi di Euro, e forse qualcosa in più.
    In questo frangente l’unica arma che potrà finalmente
    far deflagrare la situazione, sarà il mancato pagamento
    degli stipendi dei dipendenti ADI il prossimo 12 dicembre.
    Tanto ormai i fornitori non sono presi in alcuna considerazione
    e, a fine anno, qualcun altro consegnerà i libri contabili
    in tribunale.
    Ormai ci siamo. O sarà questo 12 dicembre 2023 o sarà il
    prossimo 12 Gennaio 2024.
    Saluti
    Giulio Vecchione

    1. Che mi risponde a proposito dell inquinamento che ha causato e causerà morti innocenti di cittadini che manco ci lavorano in quell industria? Che mi risponde a proposito dei bambini che vivono sui tamburi, e non solo, che non possono e non potranno godere dei giochi all area aperta? E quei bambini andati via prematuramente? E di coloro che vanno in pensione per morire subito dopo? Non le sembra che il sito produttivo, anche se fosse oltre le aspettative, non sarebbe mai sufficiente per i danni procurati e che probabilmente procureranno ancora?

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