Stamattina ArcelorMittal si presenterà al Consiglio di amministrazione di Acciaierie d’Italia dichiarando la sua disponibilità a partecipare all’aumento di capitale pari a 320 milioni di euro, pro quota parte. Ovvero versando il 62% della somma in questione, pari alla paercentuale delle quote del capitale sociale della società in suo possesso, corrispondenti a 198,4 milioni di euro. La restante parte, ovvero 121,6 milioni di euro spetterà al socio pubblico
Invitalia, che possiede il 32% delle quote. Ammesso e non concesso che stamane si presenteranno tutte la parti in causa, visto che lo scorso 21 dicembre si registrò l’assenza dei due consiglieri in quota Invitalia e del presidene di AdI Holding spa Franco Bernabè. E’ questa, secondo fonti vicine al dossier, la notizia più importante a poche ore del cda convocato lo scorso 22 dicembre, all’esito della brevissima ultima assemblea.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/12/22/ex-ilva-si-studia-la-via-duscita-dalla-crisi/)
Di fatto, si dovrebbe trovare l’intesa sul primo punto della delibera che non è stata più approvata la scorsa settimana, dopo che era stata discussa nel cda di martedì 19 dicembre. Che vedeva al primo punto l’aumento di capitale pari a 320 milioni di euro, da emettere “in azioni tramite un aumento di capitale scindibile, da offrire in opzione a ciascuno dei due soci in misura proporzionale alle quote previste (il così detto pro quota), ad un prezzo di sottoscrizione pari al nominale di un euro per azione, con la precisazione che a ciascuna azione spetterà un diritto di voto secondo quanto previsto dallo statuto”. Il testo della delibera prevedeva poi di “dare termine a ciascun socio per l’esercizio dell’opzione ex art.2441 e.e. fino al 31gennaio 2024, con diritto di prelazione a ciascun socio sulle eventuali azioni rimaste inoptate dall’altro socio, da esercitare entro i successivi 10 giorni (e cioè entro il 10 febbraio 2024), con la precisazione che al socio che eserciti la prelazione saranno emesse azioni della medesima categoria da esso già possedute”; infine di “delegare il consiglio di amministrazione, e per esso l’amministratore delegato pro tempere, di offrire a terzi entro il15 marzo 2024 le azioni eventualmente non sottoscritte, al medesimo prezzo di sottoscrizione di un euro per azione, restando inteso che le suddette azioni offerte a terzi saranno azioni ordinarie e non azioni di categoria (come previsto dall’Articolo 6.2, ultimo paragrafo, dello statuto sociale}”.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/12/20/ex-ilva-il-governo-prende-tempo/)
Sciolto il nodo dell’aumento di capitale che consentirebbe all’azienda di avere quell’immediata liquidità (andrebbe notato che sommati ai 680 milioni del gennaio scorso fanno esattamente il miliardo di euro stanziato dal governo Draghi con il dl Aiuti Bis) per gestire con meno affanno la questione legata al rifornimento del gas e il pagamento dei vari fornitori (leggi aziende dell’indotto e dell’appalto oltre all’acquisto diretto delle materie prime), il secondo punto della delibera della scorsa settimana, quello più importante per la continuità produttiva dell’azienda che prevede l’acquisto dei rami d’azienda dalla società ex Ilva in Amministrazione Straordinaria., resterebbe di fatto immutato.
Nel testo della delibera della scorsa settimana veniva infatti chiesto di “approvare la decisione dell’organo amministrativo di assumere le iniziative necessarie per l’avveramento delle condizioni a cui è soggetta l’acquisizione dei rami d’azienda di llva Spa in AS previste dal contratto di affitto con obbligo di acquisto condizionato del 28 giugno 2017 (come modificato); di richiedere all’organo amministrativo di assumere ogni misura necessaria sia alla riduzione dell’importo netto da versarsi alle concedenti (alla luce delle pretese creditorie che ADI ha avanzato verso le concedenti) sia alla riduzione
dell’esborso di cassa da parte di Acciaierie d’Italia, attraverso l’accollo di debito finanziario pre-deducibile di llva SpA in AS o attraverso un finanziamento bancario garantito; e di dare atto che, ad esito degli adempimenti sin qui elencati, potrà risultare necessario per i soci deliberare un ulteriore aumento di capitale o prestito convertibile (da sottoscriversi da parte dei soci o di investitori terzi)”.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/10/17/lex-ilva-si-avvia-allo-spegnimento/)
Di fatto, ArcelorMittal chiederà al cda di dare il via libera alla trattativa per acquistare gli impianti (il cui prezzo andrebbe valutato da una perizia come previsto dal comma e dell’art. 9 del decreto Salva Infrazioni dello scorso agosto), anche tramite l’aiuto di un prestito bancario a cui eventualmente sommare un intervento finanziario da parte degli stessi soci. Al prezzo finale degli impianti, andrebbero sottratte le somme rigarudante debiti e contenziosi in essere al momento. A cui si potrà sommare un mutuo bancario (ipotecando gli impianti acquistati) e un nuovo aumento di capitale dei soci sempre pro quota parte. Questo perché, come ripetiamo da anni (e come hanno sempre evidenziato gli stessi Bernabè e Morselli), fino a quando gli impianti resteranno sotto sequestro, l’azienda non avrà la possibilità di finanziare il circolante e soprattutto dovrà inevitabilmente fermarsi (qualora non intervengano nuovi accordi tra le parti) visto che entro a maggio 2024 scadrà il contratto di affitto degli stessi.
Vedremo se l’assemblea di oggi sarà o meno il luogo in cui sarà approvato l’aumento di capitale da 320 milioni. Con i sindacati che sono stati convocati a Palazzo Chigi domani alle ore 16, nella speranza di ottenere notizie più chiare sul più grande siderurgico d’Europa.
(leggi il nostro articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/09/26/ex-ilva-il-countdown-finale-e-iniziato/)

Vecchione Giulio
Buongiorno
Alla fine della giornata si potranno tirare le somme.
Resta il nodo gordiano del sequestro delle aree a caldo e dei 5 miliardi necessari per il rilancio dei siti produttivi ADI
Saluti
Vecchione Giulio
Michele
È di estrema ed urgente necessità, che la questione si risolva al più presto, si è sempre detto di volere una acciaieria che si reintegri con la città , è stata il volano economico del nostro territorio dal 1960, ha permesso ai suoi dipendenti di laureare i propri figli , di acquistare casa in città e villini al mare , ha dato ricchezza sl commercio all’edilizia ed alla cultura, si proprio così , grazie s ad l lavoro sicuro le famiglie crescevano facendo figli servivano case e scuole , adesso se si dovesse Consentire la morte della fabbrica arrecheremmo oltre al danno anche la beffa a questo nostro territorio. Solo facendo i conti della serva la fabbrica eroga 416 milioni di euro di stipendi e contributi (63 % va a coprire pensioni e stipendi pubblici) a questi si aggiungano i 214 milioni prodotti dall’indotto e per finire o 112 dei sub fornitori , per poi passare ai professionisti interessati. Dunque se la fabbrica cessasse di esistere e di essere sul mercato chi coprirebbe queste uscite?ahh si usiamo cassa integrazione e graviamo sulla collettività,quindi la perdita è doppia , non incassi ma esborsi , e poi come non parlare del nostro PORTO che dipende da Adì per il 60% questo dato pubblico dal presidente dell’autorità portuale,poiché il porto risente fortemente della crisi di Adì.bene io la mia ho avuto il piacere di esternarla, ma da uomo democratico e cittadino di uno stato dove la democrazia è sacra , accetterò tutto ciò che lo stato e le istituzioni decideranno. Che il Nostro Buon Dio illumini le decisioni che prenderanno. Michele Rag De Pace