“Separazione/divorzio consensuale”: è questa l’ultima trovata retorica sull’infinita vicenda ex Ilva. Questa la linea che il governo ha lasciato intendere si starebbe perseguendo per risolvere in via definitiva il rapporto tra Invitalia e ArcelorMittal e a cui starebbero lavorando gli studi legali che affiancano i due partner. Una terminologia alquanto inusuale, come se si stesse parlando della storia di due persone giunte alla decisione di interrompere la loro relazione sentimentale. Peccato che in ballo, invece, ci sia il presente e il futuro di quello che ancora oggi è il più grande gruppo manifatturiero italiano, oltre che il presente e il futuro di quasi 20mila lavoratori e rispettive famiglie dislocate tra Taranto e le altre realtà in cui sono presenti i siti industriali legati alla produzione del più grande centro
siderurgico europeo, con annesso indotto e appalto costellato di decine, centinaia di piccole/medie imprese legate alla filiera dell’acciaio. Più centinaia di clienti italiani ed esteri. Ma in Italia, si sa, si ama da sempre molto di più la commedia che la praticità, molto più l’ignavia, la vigliaccheria che la coerenza, molto più la superficialità che la serietà e la competenza.
Un’intesa, quella di cui parlano da giorni tutti i giornali locali e nazionali, che dovrebbe portare la grande multinazionale a lasciare la società Acciaierie d’Italia (di cui detiene il 62% del capitale sociale) attraverso una sorta di buonuscita di centinaia di milioni di euro, che avrebbe come contropartita la volontà di evitare uno scontro legale (l’ennesima presunta causa del secolo) ed una seconda amministrazione straordinaria del gruppo dopo quella del 2015. Con Acciaierie d’Italia che vedrebbe Invitalia come socio unico per un periodo di tempo indefinito, una sorta di nazionalizzazione pilotata pro tempore per garantire la continuità produttiva e il mantenimento dei livelli occupazionali (tornando nuovamente a pesare interamente sulle casse del sistema bancario e dello Stato), ripassando nuovamente per la nomina di un commissario, per poi coinvolgere uno o più gruppi privati per un presunto e definitivo rilancio industriale dell’ex Ilva nel ‘meraviglio mondo dell’acciaio decarbonizzato e green’.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/01/08/ex-ilva-la-trattativa-sara-lunga/)
Per la centesima volta in questi anni viene tirato in ballo il gruppo Arvedi, che da anni produce acciaio attraverso il forno elettrico e l’utilizzo del rottame, quanto di più lontano possibile dal ciclo integrale del siderurgico tarantino. E che non possiede né le risorse economiche né il know-how per gestire un’operazione del genere. Stessa cosa dicasi per gli altri gruppi industriali degli acciaierieri del nord, come Duferco (del presidente Gozzi che ricopre anche la massima carica in Federacciai) o Danieli (che ultimamente ha formato un’alleanza con il gruppo ucraino Metinvest per realizzare un impianto automatizzato di produzione dell’acciaio a Piombino, dove il gruppo Jindal non è stato in grado di presentare un piano industriale per anni, quello stesso gruppo che a detta di molti fenomeni della politica nostrana avrebbe dovuto vincere la gara al posto di ArcelorMittal), tutti operanti nel settore dell’acciaio elettrificato e per questo e non a caso fortemente interessati alla realizzazione di uno dei due impianti di produzione del preridotto che DRI d’Italia dovrebbe realizzare a Taranto (preridotto che nel 2013 l’ex commissario Ilva, Enrico Bondi voleva utilizzare in parte come carica negli altiforni, e che per questo fu anch’egli defenestrato). E ci fermiamo qui.
Questo è quello che da giorni in tanti ci raccontano. Senza però nessuno che ci abbia ancora spiegato come tutto questo dovrà avvenire. Siamo dunque all’ennesimo giro di boa di questa infinita vicenda, della quale non staremo qui a ripetere ancora una volta la cronistoria degli eventi. Per chi avrà voglia e pazienza, in questa pagina linkeremo alcuni articoli che già anni addietro raffiguravano quanto poi sarebbe accaduto e quanto sta accadendo ancora una volta. Ma come riportato e documentato in tutti questi mesi, al momento restiamo molto perplessi sul fatto che sarà possibile realizzare tutto quello di cui sopra con così grande facilità.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/05/20/sullex-ilva-per-una-volta-dite-tutta-la-verita/)
Come dicevamo dunque, al momento nessuno degli attori in campo ha spiegato quello che accadrà. Siamo ancora una volta costretti ad ascoltare quotidianamente slogan, annunci, intenti e interventi pregni di una retorica, di una demagogia e di un revisionismo storico che in tutti questi anni sono serviti soltanto a rinviare all’infinito la risoluzione di una vicenda su cui nessuno, o meglio quasi nessuno, ha mai avuto il coraggio di dire tutta la verità. E chi ha provato a farlo, in ruoli e tempi diversi, è stato semplicemente zittito e messo da parte. Dimostrazione plastica della pochezza nella quale siamo tutti immersi, quanto accaduto giovedì al Senato, che ha visto l’informativa del Governo sulla situazione dell’ex Ilva attraverso l’intervento del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. Il quale ha dapprima annunciato l’intenzione del governo di dare vita ad un “un piano siderurgico nazionale che sia costruito su quattro poli complementari, attraverso un progressivo percorso di rinnovamento, modernizzazione e specializzazione degli impianti esistenti. Mi riferisco in primis appunto a Taranto, che dovrà riaffermare il ruolo di campione industriale con una filiera produttiva con l’intero ciclo dal minerale al prodotto finito“. Per poi, dopo una breve ricostruzione storica dal 1964 al 2019, ricordare ai presenti quanto su
queste colonne sosteniamo da anni: ovvero che i patti parasociali sottoscritti nel 2020 al tempo del governo Conte II erano (e sono ancora oggi) “fortemente sbilanciati a favore del soggetto privato. Nessuno che abbia cura dell’interesse nazionale avrebbe mai acconsentito a quel tipo di accordo; nessuno che abbia conoscenze delle dinamiche industriali avrebbe accettato mai quelle condizioni. La governance era di fatto rimasta nelle mani del socio privato. In particolare, all’amministratore delegato designato da Mittal è stato riconosciuto il voto decisivo su ben sette materie di straordinaria importanza per la vita dell’acciaieria; al presidente designato da Invitalia, invece, il voto decisivo su una sola materia. Anche nell’ipotesi prevista in quella intesa inizialmente per il maggio 2022 e poi spostata a maggio 2024, cioè al maggio di quest’anno, di una salita in maggioranza del socio pubblico al verificarsi di alcune condizioni, Invitalia comunque non avrebbe potuto designare un amministratore di proprio fiducia. Ripeto: anche se fosse diventata maggioranza, Invitalia non avrebbe comunque potuto esprimere un amministratore di propria fiducia, come ha recentemente dichiarato proprio il socio privato, rivendicando ancora l’altro ieri, in una dichiarazione ufficiale alla stampa, condizioni di privilegio garantite da quei patti. Non solo, ma Invitalia, neanche ove fosse salita in maggioranza al 60 per cento, avrebbe potuto cedere le proprie quote a terzi. Unica possibilità concessa era quella di cedere non più del 9 per cento, quindi scendendo dal 60 al 51, a un socio finanziario, non industriale, non operativo sull’acciaio e comunque con diritto di prelazione in capo a Mittal”. Eppure, in tutti questi anni e ancora in questi giorni, la narrazione che va per la maggiore è che le colpe siano tutte della multinazionale franco-indiana e di chi le fece vincere la gara internazionale nel 2017: sarà. Urso ha poi concluso ricordando i due decreti approvati dal governo nel 2023 (a gennaio e ad agosto scorso), evidenziando quanto sia necessario “un impegno congiunto sui fabbisogni immediati, sulla ricapitalizzazione, sull’acquisto degli asset e sugli investimenti produttivi e ambientali. Occorrono interventi straordinari di revamping di alcuni altiforni, il rifacimento degli impianti che servono per trasformare in energie i gas di altoforno, l’installazione di un forno elettrico con l’utilizzo del preridotto (DRI) a minor impatto ambientale, l’adeguamento e la manutenzione straordinaria degli impianti di trasformazione, laminatoi, tubificio e centri di lavorazione dislocati a Taranto, Genova, Novi Ligure, Racconigi e altri centri minori; il completamento della messa in sicurezza e della bonifica, laddove necessaria, delle aree, anche in funzione di possibili alternativi utilizzi a vantaggio della comunità locale”.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/02/21/ex-ilva-le-verita-negate-di-una-vicenda-schizofrenica2/)
Evitiamo qui di riportare le repliche all’intervento del ministro Urso dei senatori del Movimento 5 Stelle Patuanelli e Turco (all’epoca del governo Conte II rispettivamente ministro allo Sviluppo economico e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio), che hanno imperterriti continuato a difendere l’indifendibile. Tirando in ballo ancora una volta tutto ciò che negli scorsi anni non è stato realizzato (dimenticando tutte le promesse fiabesche grazie alle quali presero milioni di voti a cavallo tra il 2013 e il 2018), tra cui il famoso ‘Cantiere Taranto’, che altro non era che un contenitore all’interno del quale furono inseriti, almeno per un buon 90%, tutti i progetti del CIS Taranto creato nel 2015 dal governo Renzi (nel quale fu introdotto il progetto del Tecnopolo del Mediterraneo mai realizzato). Così come evitiamo di riportare l’intervento del senatore del Pd Francesco Boccia, fedele scudiero del governatore pugliese Emiliano (che insieme all’attuale sindaco di Taranto Rinaldo Melucci ha contribuito in tutti questi anni ad avvelenare il clima con un atteggiamento tutt’altro che istituzionale, serio e costruttivo). Il quale, provando a riscrivere la storia passata, ha persino affermato che “c’è sempre stata una certezza: la destra è sempre stata dall’altra parte. Era dalla parte dei Riva e di chi inquinava quando noi ci battevamo per la decarbonizzazione. La destra è sempre stata dalla parte di chi chiedeva salvaguardie indipendentemente dalle prospettive industriali. E dall’altra parte c’eravamo noi”. Cose dell’altro mondo. Ma la dimostrazione che il tempo delle chiacchiere è finito, è quanto avvenuto lo scorso dicembre a Roma, quando l’ex ministro del Pd Andrea Orlando, il deputato Pd Ubaldo Pagano e il senatore Turco sono stati contestati dai lavoratori ex Ilva in presidio, che li hanno invitati a tenersi alla larga , non prima di aver ricordato loro a brutto muso, tutti gli errori commessi in questi anni.
Anche il ministro Urso però, ha dimenticato di spiegare come tutto questo dovrà avvenire, in che tempi e con quali risorse. Chi dovranno essere gli eventuali futuri investitori privati, come si intenderà produrre acciaio a Taranto e per quanti anni ancora (cosa si intende per decarbonizzazione e ‘acciaio green’), come si intenderà risolvere il rapporto con la magistratura, che continua ad aprire indagini di ogni tipo sulle attività della fabbrica, se gli impianti saranno comprati e da chi e per quale cifra, pur essendo ancora sotto sequestro (come non ha mancato di sottolineare nel suo intervento, l’unico di un certo spesso e degno di nota, il senatore di Italia Viva Ivan Scalfarotto). Anche Urso è scivolato, non per la prima volta, sulla pratica degli annunci e dei soliti slogan.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/07/09/immunita-e-ambiente-laccordo-che-blinda-arcelor2/)

Tutto ciò detto, la verità è che sulla vicenda dell’ex Ilva la verità non l’ha mai detta quasi nessuno in tutti questi anni. E che questa partita è stata persa da tutti. Perché è stata spesso giocata da personaggi in cerca d’autore, senza scrupoli, che mai e poi mai avrebbero dovuto avere un ruolo in una vicenda così delicata.
E’ stata persa in primis dalla politica, tutta. Incapace per anni di pensare e portare a termine una politica industriale degna di questo nome. Che per anni ha preferito inseguire slogan, annunci, promesse irrealizzabili, approvando leggi che puntualmente rinnegavano quelle del governo precedente, finendo in un vicolo cieco senza via d’uscita. Ha perso il sindacato, o gran parte di esso. Che ha smarrito nel tempo il rapporto con la ‘classe operaia’, perdendo conseguentemente il ruolo di attore e forza principale in quella che è stata ed è la vertenza del lavoro più importante nel Paese. Scegliendo anch’esso, troppo spesso, la strada della demagogia, degli annunci roboanti e delle pretese impossibili, che hanno causato un distacco della retina con cui guardare alla realtà dei fatti. Ha perso la magistratura, o almeno quella parte di essa che ha scientemente deciso di impedire la possibilità che si potesse rimediare agli errori del passato, chiusa a riccio nel sostenere un teorema in parte giusto, di cui però non vuole più liberarsi. Ha perso il giornalismo, nella sua funzione originaria di cane da guardia del potere e di divulgatore dei fatti per quello che realmente sono, raccontando solo e sempre la verità. Incapace di produrre una lettura della realtà oggettiva, di attingere a fonti credibili e accreditate, di inseguire, spulciare e sviscerare documenti lunghi e complessi perché non si ha più la voglia di approfondire e di comprendere. Finendo per legarsi mani e piedi ai politici del momento, o agli amici sindacalisti, agli avvocati e ai giudici per realizzare finti o presunti scoop destinati ad essere dimenticati nel giro di ventiquattrore. Hanno perso gli enti di controllo, che non hanno avuto il coraggio di osare, di recitare quel ruolo di assoluta professionalità e credibilità che invece hanno sempre avuto ed hanno tutt’ora, preferendo restare chiusi nei loro studi, nei loro laboratori, esprimendosi ufficialmente solo attraverso relazioni spesso introvabili o solo quando chiamati in causa dalla politica. Avrebbero dovuto e potuto spiegare molto meglio la realtà ambientale e sanitaria invece di lasciarla in pasto a chi ne ha fatto uso e consumo come meglio ha creduto, raccontando una città e un territorio nel peggior modo possibile. Ha perso la società civile, chiusa in un bigottismo ideologico, morale e giustizialista degno dei periodi più bui della Santa Inquisizione. Impedendo di fatto in questa città la possibilità di creare un laboratorio politico e sociale vero, credibile, aperto. Ostruendo il dialogo e il confronto con chiunque provasse a fare un ragionamento a 360 gradi, lasciando che si finisse per disamorarsi del bene comune, finendo ognuno per rappresentare se stesso senza alla fine contare più nulla. Abbiamo perso tutti, nessuno escluso, in questo eterno gioco dell’oca, dove i dadi sono truccati e ancora una volta ci hanno riportato alla casella del ‘via’. Lasciandoci in questo limbo, in questo purgatorio, in questo eterno presente dove il passato è un demone imbattibile e il futuro un miraggio irraggiungibile.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/12/28/ex-ilva-fenomenologia-operaia-e-lo-smarrimento-della-politica/)

Vecchione Giulio
Buongiorno Sig.ri lettori, sig. Leone
Abbiamo perso tutto e tutti.
Solo che i politici italiani han perso ma prendendo 15.000 euro al mese a testa,
I magistrati hanno perso credibilità ma prendendo il loro emolumento, gli operai ex Ilva han perso prendendo la cassa integrazione.
Ma noi autotrasportatori e ditte dell’indotto abbiamo perso tutto senza prendere nulla e senza poter essere pagati del nostro lavoro.
Siamo tutti nella stessa barca o meglio siamo tutti con la stessa barca, solo che ci sono quelli seduti dentro e quelli appesi ai Bottazzi dello scafo, e qualcuno sulla barca pesta le dita a chi sta appeso ai parapetti.
Quindi la crisi Ilva non colpisce tutti allo stesso modo, ma tanti di noi trasportatori ed indotto siamo già morti.
E comunque Arcelor Mittal e la Morselli sono i vincitori su tutte le ruote, ma vincono e si portano a casa un cadavere.
Forse era il loro vero obiettivo.
Saluti
Vecchione Giulio
Gico
Egregio Giulio ci lasciano in casa un cadavere