I giovani tarantini sembrerebbero restii a investire nel commercio. E quei pochi coraggiosi che provano a farlo, probabilmente, lo fanno perché hanno alle spalle un vissuto o una solida cultura imprenditoriale. L’obiettivo primario è finire la scuola superiore per poi studiare, magari lontano dalla Puglia. Interessante è quanto afferma un’indagine di Excelsior, realizzata in tutta Italia da Unioncamere (in collaborazione con l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro e che tracciano) dal 13 al 30 novembre scorso, e che attraverso delle interviste ha coinvolto più di 121.000 imprese. In particolare, nella sola provincia di Taranto, il 43% delle imprese immaginava che nel mese di gennaio avrebbe trovato difficoltà nel reperimento di profili adeguati alle loro esigenze. La stessa indagine specifica, inoltre, che il 30% delle assunzioni dovrebbe riguardare giovani con meno di 30 anni.
Tra gennaio e febbraio, nel settore del commercio, ristorazione e servizi turistici, sarebbero attese 850 assunzioni. Il 4% dovrebbe possedere una laurea, lo 0,2% un’istruzione tecnologica superiore (ITS), il 47,4% il diploma di scuola secondaria, il 42,2% la qualifica o il diploma professionale e il 6% avrebbe frequentato la scuola dell’obbligo. I dati vanno comunque interpretati e per comprenderne criticità ed eventuali opportunità di riscatto e rinascita, abbiamo ascoltato il presidente di Confcommercio Leonardo Giangrande.
Mancanza di manovalanza giovanile nel mercato del lavoro nel Mezzogiorno: presidente questa evidenza è riscontrabile anche nella provincia di Taranto? “Purtroppo, sì. Oggi, più che mai, credo che questo fenomeno sia sotto gli occhi di tutti e la situazione è molto più articolata di quanto possa sembrare”.
In che senso? “Nel nostro territorio manca una programmazione seria e adeguata. I ragazzi, che sono svegli ed esigenti, lo percepiscono e scelgono di andare altrove. Un male, considerando che l’assenza di un cospicuo numero di ragazzi indebolisce, di conseguenza, il tessuto sociale”.
I giovani tarantini, dunque, non investono più come una volta nel commercio per colpa delle istituzioni? O c’è anche qualcos’altro che potrebbe frenarli? “In primis, fino a quando il territorio non offrirà loro qualcosa di importante è più facile maturare questo tipo di scelte. Nella nostra comunità, in particolare, manca chi sappia programmare. È la politica che deve saper tracciare le linee guida, creare opportunità in modo tale che le imprese, a loro volta, assumano di più. Poi, è anche vero che le cause potrebbero dipendere da tanti altri fattori, quali i costi degli investimenti iniziali e le criticità legate alla burocrazia”.
Ci faccia qualche esempio: “Sono tante le questioni irrisolte nella provincia tarantina: si pensi alle grosse difficoltà in cui versa il comparto della mitilicoltura. Per non parlare del Piano strategico del commercio, sempre in corso d’opera. Vale lo stesso per la rigenerazione Città vecchia: quanti anni dobbiamo ancora attendere? Una realtà che sembrerebbe peggiorare di giorno in giorno, quando potrebbe pullulare di attività commerciali, non solo legate alla ristorazione e ai B&b e non solo in Via Duomo”.
Non solo Città Vecchia, anche le altre realtà imprenditoriali del Borgo umbertino, sono in affanno… “Sì ed è una situazione estenuante, che abbiamo più e più volte denunciato”.
Secondo lei, l’imprenditoria tarantina è anche impreparata sotto certi aspetti? “Quando c’è un’amministrazione che cambia a distanza di mesi, tutto si rallenta e vengono a mancare i riferimenti. Di conseguenza, anche gli imprenditori si sentono smarriti. Come ho già ampiamente ripetuto, anche in varie occasioni pubbliche, il nostro territorio ha grandi potenzialità inespresse ed è normale che i nostri ragazzi si rivolgano altrove”.
Non crede che bisognerebbe adattarsi anche a un nuovo modo di fare commercio? “Guardi, ciò che dico sempre ai miei associati è di dimentica la parola commercio. Ormai ogni cosa, ogni azione, è sinonimo di impresa. Anche quando gestisci un piccolo locale in cui si vende un determinato prodotto, sei consapevole di dover svolgere un’analisi, in cui cerchi di capire i gusti dei consumatori e l’andamento di mercato. A questo si aggiunge la programmazione e anche la capacità di adeguamento alle logiche dell’innovazione tecnologica. Ecco perché fare commercio, per noi, equivale a fare impresa”.
I ragazzi prediligono dei settori rispetto agli altri? “Il problema di fondo non è cosa scegliere, perché i giovani se accompagnati e tutelati sono in grado di poter sviluppare qualsiasi cosa”.
Quali potrebbero essere delle soluzioni per cambiare questo contesto? Quali iniziative servirebbero per incentivare i giovani imprenditori tarantini? “Sono tante le iniziative in cantiere e promosse da Confcommercio. Attualmente stiamo collaborando con la Regione Puglia per Punti Cardinali, un’iniziativa che coinvolge il mondo dell’imprenditoria e delle amministrazioni locali. Noi offriamo delle consulenze attraverso degli appositi sportelli, in cui ascoltiamo e indirizziamo soprattutto i ragazzi, al termine del percorso di studi. Ancora, attraverso dei tirocini hanno l’opportunità di toccare con mano le peculiarità del mondo del lavoro.
Come sta andando? “Molto bene, abbiamo riscosso molto interesse e buoni risultati. Ovviamente, questo è solo un minimo contributo perché come ho già ampiamente sottolineato, le aziende da sole non possono farcela. I corsi e i progetti fini a sé stessi non bastano: è ora che la politica riprenda il timone e faccia la sua parte. Le risorse ci sono, ma tocca alle istituzioni saperle gestire e pianificare. I ragazzi fuggono da qui perché cercano rispetto e dignità. Come dargli torto?”.
Pensavo che noi commercianti fossimo associati alla CONFCOMMERCIO, ma scopro che invece siamo gli associati del presidente che dice ” I MIEI ASSOCIATI”.
Faccio anche notare che noi commercianti corretti e rispettosi delle leggi abbiamo una concorrenza sleale fatta da operatori che pagano in nero, non versano contributi per i dipendenti con retribuzioni al ribasso e spesso non emettono scontrini e fatture in molti settori del commercio come ristorazione, ma non solo. Questi comportamenti rendono difficile il reperimento di personale. Diverso è per la scarsa tendenza a intraprendere un’attività imprenditoriale troppo frammentata nei settori tradizionali ove pesano incertezze sulla capacità di spesa dei consumatori in un momento di blocco dello sviluppo economico generale e alla crisi siderurgica che non garantisce più un reddito dignitoso a decine di migliaia di famiglie da almeno dieci anni. Certamente pesano anche i ritardi dell’amministrazione comunale.