Un importante riunione dei Rappresentanti dell’Osservatorio sulla situazione epidemiologica della città di Taranto e comuni limitrofi si è svolta ieri a Roma, in presenza presso la sede del ministero della Salute e in videoconferenza. All’ordine del giorno due importanti questioni: la problematica relativa all’aumento delle concentrazioni di benzene rilevate dalle centraline nei comuni di Taranto e Statte e il procedimento di rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale per l’impianto ex-Ilva. A convocare l’incontro al quale hanno partecipato rappresentanti del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica MASE), dell’Istituto Superiore della Sanità (ISS), dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambiente (ISPRA), dell’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Regione Puglia (ARPA), dell’Agenzia regionale della Sanità della Regione Puglia (AReSS), dell’Asl di Taranto, il dott. Pasqualino Rossi direttore della Direzione generale della prevenzione sanitaria del dicastero.

L’urgenza della riunione, come enunciato nel primo punto all’ordine del giorno della stessa, riguardava la problematica legata alle emissioni di benzene a Taranto, registrate dalle centraline della rete della qualità dell’aria gestite da Arpa Puglia (evento sul quale è in corso anche un’inchiesta della Procura di Taranto). A partire dal dicembre 2019, è stato infatti rilevato un importante aumento delle concentrazioni medie mensili di benzene nelle centraline Direzione, Meteo Parchi e Tamburi-Orsini rispetto ai livelli che caratterizzavano i mesi precedenti. I rappresentanti di ARPA hanno ancora una volta ricordato che nonostante siano rispettati a partire dal 2012, i valori limite ed obiettivo previsti dalla normativa di riferimento (D. Lgs. n.155/2010 Attuazione della direttiva 2008/50/CE relativa alla qualità dell’aria ambiente e per un’aria più pulita in Europa), nell’area di Taranto sono emerse criticità sugli andamenti di alcuni inquinanti gassosi, tra cui il benzene (C6H6) ed il biossido di zolfo (SO2). Per il benzene, secondo quanto previsto dalla normativa vigente, ARPA ha chiarito come si proceda alla determinazione del valore medio annuale che viene confrontato con il valore limite medio annuale pari a 5 μg/m3; la media su un periodo lungo, come quello dell’anno, d’altra parte, risente poco dei valori di picco e delle oscillazioni rapide, quali quelle che, con una certa frequenza, si registrano nel quartiere Tamburi a Taranto. In condizioni di venti prevalenti da nord e da nord ovest, è infatti oramai risaputo che gli inquinanti vengono trasportati proprio verso l’area abitata del quartiere Tamburi. Inoltre, come ampiamente chiarito dalla letteratura scientifica, il rispetto dei limiti di qualità dell’aria previsti dalla normativa succitata sia per quanto riguarda il PM10 che per gli altri inquinanti normati (C6H6, NOx, CO, SO2, PM2.5), non fornisce alcuna garanzia di assenza di effetti sulla salute. L’Italia ha recepito la Direttiva 2008/50/CE con il D. Lgs. n.155/2010, che stabilisce valori limite di concentrazione in aria ambiente per numerosi composti inquinanti, incluso il benzene. Il valore limite per questo inquinante è calcolato su base annuale, come media annuale dei dati medi orari, ed è pari a 5,0 μg/m3. Ed anche nell’anno 2023 tutte le centraline della Rete Regionale Qualità Aria nell’area di Taranto, dotate di analizzatori BTX (benzene, toluene, xileni) hanno registrato, per tali parametri, medie annuali conformi al valore limite di legge. 

A tal proposito i rappresentanti dell’Asl di Taranto (coadiuvati da quelli dell’AReSS) hanno nuovamente richiamato l’attenzione dei presenti ed in particolar modo del ministero della Salute, sulle preoccupazioni di carattere sanitario espresse in diverse occasioni e in ultimo con una nota del 28/12/2022, in particolare laddove si specifica che “Il rispetto del valore limite annuale di 5 μg/m3 fissato dal DLgs 155/2010 non garantisce l’assenza di rischi per la salute umana, soprattutto in una popolazione, come quella dell’area di Taranto, esposta per anni ad importanti pressioni ambientali con numerose e documentate ricadute sullo stato di salute” e laddove si riporta l’affermazione IARC per cui per il benzene “non possono essere raccomandati livelli sicuri di esposizione” e che “sono necessarie azioni di Sanità Pubblica per ridurre l’esposizione al benzene nei lavoratori e nella popolazione generale” rappresentando in conclusione “…la necessità che si raggiunga nel più breve tempo possibile una netta riduzione delle emissioni di benzene al fine di tutelare la salute dei cittadini e dei lavoratori dell’acciaieria”. L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), ha infatti classificato il benzene come cancerogeno certo per l’uomo (Gruppo 1 A). L’evidenza è considerata sufficiente per la leucemia non linfocitica acuta, inclusa la leucemia mieloide acuta, ma vi è un’associazione anche con il linfoma non Hodgkin, la leucemia linfoide cronica, il mieloma multiplo, la leucemia mieloide cronica, la leucemia mieloide acuta nei bambini e il cancro al polmone. Inoltre, il benzene agisce a livello del midollo osseo provocando ematotossicità ed immunosoppressione, fino adanemia aplastica e pancitopenia in caso di esposizioni ad alte dosi. Tra l’altro, nel corso della riunione, è stato fatto anche presente che l’accettazione sociale per il rischio accettabile da parte della popolazione in questo caso viene meno, proprio in virtù del fatto che il benzene è correlato all’insorgenza dei tumori infantili, tematica sulla quale nessuno può permettersi qualsivoglia leggerezza

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/03/21/il-benzene-resta-un-problema/)

Uno scorcio dell’area cokeria del siderurgico

Nel corso della riunione è inoltre emerso un aspetto burcoratico amministrativo da sempre noto. Ovvero quando i rappresentanti del ministero dell’Ambiente hanno sottolineato come in mancanza di una comprovata evidenza su eventuali controlli e monitoraggi previsti dalle prescrizioni dell’Autorizzazione Integrata Ambientale da parte dell’azienda, è di fatto impossibile intervenire in maniera diretta. Tesi confermata dai tecnici dell’ISPRA che hanno evidenziato come il loro operato non sia mai venuto meno: dalle ispezioni ai controlli, dalle sollecitazioni alle diffide, è stato lasciato intendere che è stato sempre fatto tutto il possibile, soprattutto a fronte del fatto che ogni qual volta i è provato a forzare la mano, magari andando anche oltre quanto previsto dalle prescrizioni, l’azienda ha legittimamente risposto ricorrendo al Tar (proprio ieri infatti era prevista l’udienza dell’ultima disputa tra ISPRA e azienda). Che fare, dunque? Al termine della riunione il dott. Rossi ha informato i presenti che redigerà una relazione sulla problematica benzene, che sarà implementata dalle osservazioni di tutti gli enti, e che tramite il ministero della Salute verrà sottoposta all’attenzione del governo. L’obiettivo sarebbe quello di intervenire sul decreto 155 del 2010 per abbassare il valore limite medio annuale del benzene (ricordiamo che su 193 Stati membri dell’ONU, soltanto 53 (circa il 27%) si sono dotati di almeno un valore di riferimento per il benzene, nonostante esso sia un riconosciuto agente cancerogeno) da 5 μg/m3 ad un valore almeno di 2-2,5 5 μg/m3.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/04/08/taranto-attende-risposte-sulla-salute/)

In realtà, la soluzione di quest’annosa vicenda sarebbe molto più semplice. Come ha relazionato già nel febbraio 2023 ARPA Puglia, il problema è legato al mancato funzionamento dal 2014 dell’impianto di denaftalinaggio del benzene nel reparto SOT nell’area sottoprodotti (che andò a sostituire il precedente impianto chiamato debenzolaggio a partire dal 1979 dopo un gravissimo incidente mortale). Che venne fermato proprio dall’ARPA nel 2013 quando si scoprì che veniva mischiato al catrame che poi attraverso una condotta seminterrata veniva trasportato presso il terzo sporgente del porto di Taranto e da lì imbarcato per le più svariate destinazioni. E certamente non può essere un caso se nella richiesta di rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale presentata da Acciaierie d’Italia lo scorso anno, vi sia anche la richiesta di ripristino di tale impianto. Basti pensare che secondo calcoli effettuati di recente, con soli quattro gruppi termici in funzione quest’impianto è in grado di catturare 5 tonnellate al giorno di benzene che verrebbe raccolto e poi smaltito all’esterno dello stabilimento. Un intervento che tra l’altro non prevederebbe un esborso economico di chissà quale portata e che potrebbe rimettere in funzione l’impianto nel giro di pochissimo tempo. E’ chiaro quindi che il mancato funzionamento di quest’impianto connessa alla mancata manutenzione delle cokerie nel corso degli ultimi anni non ha fatto altro che aumentare sempre più la presenza di benzene all’interno e all’esterno del siderurgico. Il che smonta del tutto, casomai qualcuno avesse ancora dubbi, che tale problematica nulla ha a che vedere con l’attuazione del Piano Ambientale e la narrazione recente, portata avanti ai soliti noti da Taranto a Bari, da Roma a Bruxelles, secondo cui quel piano non avrebbe funzionato. Vedremo adesso se con la nuova gestione di Acciaierie d’Italia in Amministrazione Straordinaria (che è alla disperata ricerca di risorse economiche per mantenere in vita l’azienda) questo problema sarà affrontato nell’immediato o si attenderà la conclusione del procedimento attualmente in corso del rinnovo dell’Autorizzazione integrata Ambientale. Al cui interno troverà sicuramente collocazione la prescrizione che prevede il ripristino dell’impianto di denaftalinaggio. Eventualità, quest’ultima, assolutamente da evitare visto che non intervenire subito non farà altro che aumentare la presenza di benzene nell’aria e con esso il rischio sanitario di nuovi casi di leucemia infantile ed altre tipologie di tumori in lavoratori e cittadini. A dimostrazione ulteriore di come il siderurgico, con una gestione finanziaria (e non solo) diversa, avrebbe potuto essere una fabbrica molto meno invasiva da un punto di vista ambientale e sanitario di quanto non sia ancora oggi. E paradosso dei paradossi, tra i lavoratori, i sindacati ed anche gli entri di controllo, in tanti oggi rimpiangono addirittura la gestione dei Riva, quando secondo le testimonianze di molti i magazzini erano sempre pieni di materiali di ricambio, la manutenzione ordinaria e straordinaria sugli impianti era all’ordine del giorno. E quando almeno dal punto di vista formale il dialogo con gli enti di controllo c’era anche se poi si cercava sempre una sorta di compromesso al ribasso per evitare troppi fastidi e problemi. Un momento storico oramai passato, ma che abbiamo conosciuto molto da vicino. Ma sia il presente che il passato dimostrano, se mai ce ne fosse ancora oggi bisogno, come tutto sin dal principio e negli anni a seguire poteva essere svolto in tutt’altra maniera. Il che, almeno in parte, avrebbe sicuramente salvato migliaia di vite umane, e avrebbe portato ad un quadro sanitario e ambientale meno compromesso di quanto poi si sia rivelato essere.

Infine, la riunione di ieri ha chiarito un piccolo giallo che ci portavamo dietro da oltre un anno. L’aggiornamento delle valutazioni sanitarie da parte del ministero della Salute riferite ad uno scenario emissivo post operam connesso ad una produzione di 6 milioni di tonnellate annue di acciaio, non ci sarà. Per il semplice fatto che essendo scaduto il Piano Ambientale che prevedeva quel limite di produzione annuale, per effettuare una nuova valutazione sanitaria si attenderà di conoscere il limite che sarà imposto al siderurgico di Taranto al termine del procedimento in corso di rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale. Il tutto ammesso e non concesso che il siderurgico abbia ancora davanti a sé un futuro sul quale, come abbiamo scritto recentemente, abbiamo tantissimi dubbi. Il treno per una trasformazione profonda della grande fabbrica sembra inesorabilmente passato e non più raggiungibile. L’ipotesi che si andrà avanti ancora per pochi anni sino al suo naturale spegnimento ogni giorno che passa si trasforma sempre più in certezza.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/04/05/lex-ilva-sulla-strada-della-dismissione/)

One Response

  1. Che fortuna che i tarantini dormono ,e che a Tamburi si vede facendogli fare i porci e comodi loro ,pur nonostante vivono nello schifo , si riesca a tenere a bada una popolazione di duecentomila bestie ,veramente all’attenzione della regione e del governo quanto realmente conta la città di Taranto:0 spaccato . Lo si vede per tutto quello che assistiamo e viviamo tutti i maledetti giorni ,una città fallita, male rappresentata ,isolata ,sfruttata ,insulsa con il porto più brutto del mondo .l’inquinamento a certi livelli ,discariche ovunque ,progetti inquinanti per ogni dove è sempre con la certezza assoluta .. che schifo ..che vergogna .

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