Lo scorso mese il Parlamento Europeo ha approvato il testo del Regolamento Europeo sull’Intelligenza Artificiale (AI Act, consultabile integralmente cliccando qui), argomento di cui il corriereditaranto.it si è occupato approfonditamente in questo articolo, al fine di arguirne potenzialità e zone grigie. In particolare, la dottrina è da tempo impegnata in un acceso dibattito sull’applicazione dell’IA alla giustizia, ma sembra che il combinato delle norme attualmente presenti nel testo – unitamente alla bozza di disegno di legge cui sta lavorando il Governo Meloni, richiamando le zone di competenza attribuite dalla fonte europea stessa – stia dimostrando di voler tenere la guardia alta rispetto al pericolo di una deriva “preconcetta” di uno dei capisaldi dello Stato di diritto. Per come stanno adesso le carte, nei prossimi anni, infatti, le applicazioni dirette dell’IA sulla giustizia, potrebbero riguardare esclusivamente attività strumentali e di supporto a quella giudiziaria, strettamente legata al capitale umano che concorre ad essa.
La c.d. “giustizia predittiva” non è altro che il risultato di un’intelligenza artificiale applicata alla materia giuridica e processuale e, invero, se da domani dovesse ipoteticamente esistere un “Big Brother” in stile “1984”, in grado di decidere al posto di un giudice in carne ed ossa, o di formulare difese in luogo dell’avvocatura, gli output (ancora chiamati “memorie” o “sentenze”, per esempio), non mancherebbero di verosimiglianza in ordine alla realtà dei fatti. Ma la giustizia non è una storia così semplice e, nella sua accezione più nobile, può esser percepita come tutto fuorché mera questione di conformità. Lo scrittore ed intellettuale napoletano Libero Bovio, fra le menti più acute del primo Novecento, nel suo “Don Liberato si spassa” affermò che: «Un giudice senza umanità è un giudice senza giustizia». È dinnanzi a questa pietra che vale la pena domandarsi se, finanche al cospetto di una tecnica eccelsa e di un algoritmo a suo modo “perfetto”, sia legittimo delegare il futuro dei rapporti giuridici alla “macchina”. Questo rischio non incombe sulla contemporaneità, ma diverse multinazionali manifestano la solerte volontà di spingere l’acceleratore in questo senso, per ragioni sottese al puro profitto e platealmente slegate dal principio del giusto processo.

Per l’avvocato Stefano Albano del Foro di Taranto: «Non può negarsi che l’intelligenza artificiale stia iniziando ad influenzare l’approccio di tutti gli operatori economici nei rispettivi mercati. Diritto e giustizia non possono certo rimanere “immuni” dal progresso, ma parlare di “giustizia predittiva” significa prevedere l’esito di un giudizio tramite calcoli matematici». Un fenomeno che Albano afferma di osservare con «grande curiosità e, al contempo, scetticismo, in quanto i caratteri di generalità e astrattezza della norma giuridica richiedono la centralità dei ruoli di magistrato e avvocato. Una sentenza non può risolversi in mero calcolo matematico, ma deve atteggiarsi a conseguenza dell’applicazione della fattispecie giuridica astratta al caso concreto, in virtù di un ragionamento logico-giuridico».
Sul fatto che l’IA sia perfettamente in grado di operare questo tipo di ragionamento, come si è precedentemente affermato in fatto di “verosimiglianza” non ci sono dubbi, ma il punto è un altro come sottolinea l’avvocato Albano: «La centralità del giurista, quindi dell’essere umano, emerge a chiare lettere dalle norme dettate dal legislatore volte ad elaborare i criteri idonei a guidare l’attività dell’interprete, al fine di ridurre le decisioni arbitrarie, come nel caso dell’Art. 12 delle preleggi per l’interpretazione della legge, e nel caso dell’Art. 1362 c.c. e s.s. per l’interpretazione del contratto». È proprio su quanto segue che Bovio non avrebbe da obiettare: «Il diritto è fatto dagli uomini e per gli uomini, insostituibili da un’IA, ad oggi, non idonea ad interpretare l’intenzione e il comportamento complessivo dell’essere umano. È corretto, quindi, che all’IA sia attribuita la considerazione di un potente strumento a servizio degli operatori del diritto, al fine di agevolare e migliorare il perseguimento dei principi dell’ordinamento anche nella giustizia. Ne consegue – conclude Stefano Albano – che il magistrato e l’avvocato incarnano e continueranno a incarnare, persino davanti all’IA, i garanti del giusto processo».
Quante chiacchiere. Col vostro umanesimo avete prodotto nella giustizia un tasso di errore del 70% almeno. Le macchine farebbero di meglio sicuramente