Altro che Festa del Lavoro. Un italiano su due su due vorrebbe lasciare la propria occupazione ma non lo fa perché ha paura di non trovarne altra. Il desiderio di mollare un ambiente lavorativo tossico riguarda una percentuale molto alta di persone. La sociologa e scrittrice Francesca Coin, recente vincitrice del “Premio Alessandro Leogrande” con il libro “Le grandi dimissioni”, si è interrogata su quello che è stato il trend (appunto quello delle dimissioni volontarie) che negli ultimi anni (circa due milioni nel 2021, più di due milioni nel 2022) ha cambiato il modo di vedere il proprio lavoro soprattutto in relazione al tempo (poco) dedicato alla propria vita privata, giungendo a mettere in discussione un modello produttivo che ormai non funziona più e nel quale non ci si riconosce più.
“Sono onorata di ricevere un premio intitolato alla memoria di Alessandro Leogrande. La sua modalità di guardare il mondo dai margini, con una grande fame di giustizia sociale, è un faro nella nebbia per me”, ha affermato nel prologo di questa intervista la scrittrice triestina. “Ho avuto modo di conoscere Taranto, una città che ci insegna cosa significhi avere bisogno di un lavoro ma non poterselo permettere perché è strutturato così male che ci toglie la salute”.
Le grandi dimissioni, raccontate nel suo libro, rappresentano una sorta di rivolta degli schiavi 2.0?
“Delle affinità le possiamo assolutamente trovare, poi sarebbe meglio se questa rivolta fosse collettiva al netto del fatto che gli schiavi ci insegnano che la fuga è una forma di resistenza; dico questo per chiedermi se la fuga dal lavoro, il desiderio di sottrarsi ad un lavoro tossico, sia una forma di resistenza o meno e non penso che ci sia una risposta univoca a questa domanda. Tuttavia è vero che l’esperienza dello schiavismo ci mostra che le fughe dalle piantagioni, ad esempio, erano una forma di resistenza. Si è trattato di un esodo che poi è confluito in una rivolta che voleva cambiare un ordine sociale. Le fughe individuali di questi ultimi anni mostrano non solo una insoddisfazione ma anche una volontà di non collaborazione con un sistema tossico. Secondo me in questo si rivela una forma di resistenza che speriamo prenda anche una veste più organizzata o abbia la forza di invertire un po’ i rapporti di potere o semplicemente di indicare la strada per il cambiamento di un modello produttivo che sta deteriorando la vita delle persone”.
Stiamo assistendo, come lei scrive, al superamento dell’etica della produttività, dell’efficienza a tutti i costi e ad una presa di coscienza che, a costo anche di accettare salari più bassi, che conduce a ritagliare più spazio per la propria vita privata?
“Il libro si concentra soprattutto sul lavoro povero anche perché è quello meno interpellato nella questione. Prima si partiva dal presupposto che potessero lasciare il lavoro solo le persone che se lo potevano permettere dal punto di vista economico, invece il libro prova a dire l’opposto, ossia che molto spesso sono proprio le persone meno qualifiche, quelle che vengono sfruttate di più a decidere di dimettersi. Sono infelici e desiderano lasciare. La vera novità è proprio questa.
Le trasformazioni del mercato del lavoro degli ultimi 30 anni hanno reso difficile il tentativo di resistere. Se guardiamo i dati Censis ci dicono che una persona su due vorrebbe lasciare il proprio lavoro ma non lo fa perché ha paura di non trovare altro. Se prendiamo in considerazione la deflazione salariale ed il fatto che i salari in Italia, specie al centro sud sono particolarmente bassi, cui aggiungiamo il sommerso, le forme di controllo di performatività richiesta, comprendiamo che il lavoro da un lato è remunerato e tutelato sempre meno, dall’altro chiede di essere sempre più performante. È come se la forbice di ciò che il lavoro toglie si fosse ampliata enormemente rispetto a qualche generazione fa in cui il potere d’acquisto, derivante da un solo salario, consentiva ad un nucleo familiare una vita dignitosa. Il modello produttivo del nostro Paese, fondato sulla compressione degli organici e del costo del lavoro, sul controllo digitale pervasivo, non funziona più”.
Crede ancora nell’efficacia dei sindacati come strumento di tutela dei lavoratori?
“In linea teorica ci credo ancora molto. Credo nelle forme di organizzazione sindacale o autonoma di lavoratori; tuttavia abbiamo sottovalutato la violenza antisindacale di questi anni. Il ricatto a cui sono sottoposti i lavoratori sindacalizzati, in molti casi nelle piccole imprese, le difficoltà a dare voce ad un malcontento. Tutte le forme di ricattabilità a cui è stato esposto il lavoro negli ultimi decenni, fanno sì che si sia molto indebolita la capacità di risposta sindacale. Questo nelle grandi aziende ha avuto anche come grimaldello la tendenza alla delocalizzazione (‘o accettate determinate condizioni o spostiamo il lavoro altrove, dove il costo è più basso’). Un esempio di pratica antisindacale che hanno reso difficile il compito del sindacato, protagonista di continue sconfitte. Inevitabilmente le dimissioni sono un esito di questa debolezza. In molti casi chi sta male si sente solo, non trova la possibilità di rispondere in maniera organizzata a questo suo malessere e quindi trova più semplice andarsene”.
Lei è favorevole all’introduzione di un salario minimo? Ritiene sia una soluzione che possa risolvere in parte i problemi del lavoro precario?
“La ritengo una condizione necessaria ma non sufficiente al miglioramento delle condizioni di lavoro perché una volta che abbiamo un po’ migliorato la contropartita economica del lavoro, rimangono condizioni lavorative che spesso sono problematiche dal punto di vista della sicurezza, della salute, delle straordinarie forme di vessazione del lavoro contemporaneo. Penso sia indispensabile intervenire in tutti quei settori in cui il lavoro è remunerato meno di 9 euro lorde l’ora, cosa che in Italia riguarda i lavoratori di moltissimi settori (nel libro si parla si sanità, ristorazione e grande distribuzione, ndc) dove le paghe sono anche di 5 euro l’ora. Parliamo del cosiddetto lavoro povero. Ci sono milioni di persone in Italia che sono povere, nonostante abbiano un lavoro (una su tre, si stima, ndc).
Ci troviamo di fronte all’assenza di una idea di politica industriale, di un’idea di futuro produttivo per un Paese come l’Italia che, di fatto, ha smesso di pensare in tale direzione diversi decenni fa e di tutto ciò ha delle pesanti responsabilità la nostra classe politica”.
Un concetto, quello della mancanza di una idea di futuro, che, purtroppo, si sposa con l’attuale situazione di Taranto, dove pare che i governi che si sono succeduti negli ultimi anni, abbiano pensato a tirare a campare, con riferimento alla situazione del siderurgico. Secondo lei questa città è in grado di crearsi un’alternativa all’acciaio?
“Taranto ci ha insegnato che lavoro e salute non possono essere in contraddizione l’uno con l’altro, laddove questa contraddizione diventa ricatto, imposizione. C’è stato un problema di impostazione, in cui, di fatto, si è lacerato e devastato un territorio e le persone con esso. Ho un po’ di timore, parlando in generale, di pensare, ad esempio, al turismo come ad una vera alternativa. In molti casi questa tendenza verso lo sviluppo del turismo è l’esito di una mancanza di investimenti nella ricerca, nello sviluppo sostenibile, nell’innovazione da parte di un Paese. C’è questa sensazione di speranza che il turismo porti lavoro, laddove non c’è. Di fatto è un’industria che si mantiene in buona parte sul lavoro povero, sia nel settore alberghiero che in quello della ristorazione”.
Ma lei ad un lavoratore insoddisfatto, depresso, consiglierebbe le dimissioni?
“Le dimissioni non rappresentano la soluzione. La soluzione è restare con il supporto di un’organizzazione collettiva che ti sostenga e che non ti faccia sentire solo con il peso della decisione. Mi ha fatto piacere, però, che alcune lettrici, alcuni lettori, si siano indentificati con le storie raccontate nel libro e che leggendole non si siano sentite sole. Ciò può rappresentare un antidoto contro la colpevolizzazione. Infatti, una delle pratiche più diffuse oggi è, appunto, la colpevolizzazione di chi lavora a certe condizioni ma anche di chi non lavora. Chi fa del proprio meglio al lavoro, chi viene vessato, chi non trova lavoro, è innocente. Purtroppo la nostra classe politica molto spesso ha speculato sulla vita delle persone, Ma, ora, siamo arrivati alla consapevolezza che così non si può continuare”.


