Ormai non ci sono più dubbi: il 2024 sarà l’anno in cui il porto di Taranto registrerà il minimo storico nella movimentazione delle merci. Lo ha preannunciato il presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio Sergio Prete durante il consiglio comunale monotematico di mercoledì e lo confermano le statistiche di questi primi quattro mesi. Dopo il dato illusorio registrato a gennaio (+7,5%), già a febbraio si era registrato un evidente calo (-22,4%), proseguito nel mese di marzo (-28,6%) e confermato in ultimo nel mese di aprile (-20%). Che ha fatto registrare dati negativi in tutte le voci nel report mensile sulle merci movimentate dallo scalo ionico.

Per la prima volta dall’inizio dell’anno si registra un calo anche nelle cifre delle Rinfuse liquide legate alle attività della raffineria Eni (-26,4%, anche se con la conclusione prevista ad ottobre dei lavori al prolungamento del pontile petroli previsto dal progetto Tempa Rossa dal 2025 il traffico dei prodotti petroliferi potrebbe crescere non poco), mentre viene confermato il progressivo calo delle Rinfuse solide, -12,3%, a causa della profonda crisi in cui versa il siderurgico ex Ilva in marcia con un solo altoforno e nuovamente in amministrazione straordinaria. Dati negativi anche per quanto concerne gli sbarchi -27,3% e gli imbarchi -9,4%, così come per il totale delle merci varie (-29,2%) e delle merci in container (-33,9%), ed anche nel totale tra le navi partite e arrivate (-1,5%).

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/05/03/porto-taranto-primo-trimestre-in-rosso/)

La ragion d’essere di questo calo e del record in negativo che sarà registrato quest’anno, è ancora una volta legato alla crisi dell’attività produttiva del siderurgico. Del resto, durante il consiglio comunale monotematico, il presidente Prete ha ribadito ancora una volta come stanno ancora oggi le cose in relazione al traffico merci del porto di Taranto: che come scriviamo da anni è da sempre legato indissolubilmente al traffico prodotto dell’ex Ilva almeno da un punto di vista statistico. Ogni milione di tonnellate di acciaio prodotto è infatti proporzionale ad una movimentazione pari a 4 milioni di merci (3 milioni di importazione di materie prime e un milione di esportazione di materiale finito). L’ex Ilva ha quindi sempre inciso (e continua ad incidere) tra il 65 e l’80% dell’intero traffico dello scalo ionico. Che sino agli anni sessanta era di fatto quasi inesistente, e che dal punto di vista infrastrutturale e dei traffici deve la sua esistenza proprio allo stabilimento siderurgico: l’enorme estensione che noi oggi vediamo e che fa dello scalo ionico un hub unico per estensione nel Mediterraneo è infatti totalmente dovuta all’esistenza del siderurgico, che ha portato lo scalo ionico ad occupare stabilmente per decenni il podio nella classifica della movimentazione delle merci tra i porti italiani almeno sino al 2012, anno del sequestro degli impianti dell’area a caldo. Basti pensare che per compensare la perdita di traffico dovuto al drastico calo della produzione dell’ex Ilva di quest’anno, secondo i dati forniti dal presidente Prete durante la riunione della massime assise cittadina, il porto dovrebbe movimentare entro la fine del corrente anno tra i 10 e i 12 milioni di contenitori. I dati potrebbero tornare a registrare una lenta risalita già dall’anno prossimo, se si riveleranno veritiere le parole dei commissari di AdI in AS e del Ministro Urso, che prevedono una risalita nella produzione del siderurgico a 4 milioni nel 2025 e poi a 6 milioni nel 2026. Ma il traffico del porto di Taranto certamente non sarà mai più quello di una volta. Visto che se e quando si realizzerà il cambiamento del ciclo produttivo con il passaggio dall’altoforno ai forni elettrici, ciò comporterà il dimezzamento dell’importazione delle materie prime. Tutto questo discorso comporterà inevitaiblmente una futura razionalizzazione delle aree attualmente in concessione all’ex Ilva (un discorso che in verità era già iniziato prima del sequestro del 2012): prima di intavolare questo discorso però, l’Autorità Portuale attenderà di conoscere il nuovo piano industriale di Acciaierie d’Italia in Amministrazione Straordinaria. Soltanto dopo potrà essere ripreso ed eventualmente da lì comprendere quali aree estromettere dalle attuali concessioni da poter così dedicare ad altre attività.

Certamente a pesare ulteriormente sui dati negativi attuali è anche la pochissima operatività (dovuta ad una serie di fattori verificatisi negli ultimi anni a partire dalla pandemia Covid, proseguono con i conflitti in Ucraina e Israele e il parziale blocco del traffico proveniente dal canale di Suez, senza tralasciare il mancato dragaggio dei fondali del V sporgente necessario ad ospitare le navi più grandi con un pescaggio di -16,50) da parte della San Cataldo Continaeri Terminal, società controllata dal colosso turco Yilport che ha in concessione dal 2019 il Molo Polisettoriale (dopo l’addio definitivo di TCT nel 2014, anno nel quale cesserà le sue attività anche la Cementir). Lo stesso Prete ha però candidamente dichiarato in Consiglio comunale che pur essendoci i presupposti per la decadenza della concessione per il mancato rispetto del piano operativo (a tal proposito la prossima settimana ci sarà una riunione nel quale si conosceranno i nuovi obiettivi da parte del concessionario), c’è un interesse pubblico che esclude tale possibilità: ovvero il fatto che al momento non esistono imprese nazionali e internazionali interessate a prendere il posto di Yilport. Anzi, anche un po’ sarcasticamente il presidente Prete ha invitato i presenti, qualora ne fossero a conoscenza, ad informare l’Autorità Portuale di eventuali multinazionali interessate ad operare presso lo scalo ionico.

Ciò detto, visti i tempi magri, Prete ha confermato quanto riportammo giorni addietro, ovvero che quasi la metà dell’area in cui sorge il terminal contenitori sarà candidata per rispondere all’avviso pubblico del MASE per ospitare il cantiere di costruzione di impianti di eolico offshore. Attività che può non essere gradita dal punto di vista statistico, visto che non inciderà sulla movimentazione ha confermato Prete, ma che potrà avere una ricaduta importante sull’economia e sull’occupazione visto che per ogni impianto che andrà assemblato ci vorranno dai 1500 ai 4000 addetti. Con l’acciaio che arriverebbe a chilometro zero direttamente dall’ex Ilva. Senza dimenticare i tanti progetti che insistono sull’area ZES, il mai avvenuto ma sempre possibile avvio dei progetti legati ad Agromed ed Eco Park (l’ex Distripark), così come l’eventuale arrivo di un nuovo soggetto interessato all’ex yard Belleli dopo l’addio del gruppo Ferretti.

La realtà è ancora oggi questa. Tutto è ancora possibile, ma servirà la volontà di tutti affinché si possa davvero concretizzare la svolta attesa da anni evitando che il porto di Taranto resti per sempre una grande incompiuta.

(leggi tutti gli articoli sul porto di Taranto https://www.corriereditaranto.it/?s=porto&submit=Go)

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