Sosteneva Benedetto Croce che “la politica propriamente detta dovrebbe, nel suo senso buono, essere la risultante di un incrocio tra l’onestà e la competenza, come si dice, tecnica”. Dove per onestà lo stesso Croce intendeva la capacità politica (tralasciando volutamente da parte tutti i difetti e i vizi privati dell’uomo politico di turno): “perché è in quella la sua passione, il suo amore, la sua gloria, il fine sostanziale della sua vita“. Chissà cosa direbbe oggi di questa classe politica che da tanti anni, non certo da oggi, è lontana anni luce da ciò di cui parlava il filosofo italiano. E cosa direbbe se quel suo ragionamento lo allargassimo inglobando in esso tante altre categorie come quella dei sindacalisti, dei giornalisti, degli intellettuali, dei tanti esponenti della società civile e della cultura, dei magistrati e così via. Ampi settori della nostra società così detta democratica, dove la competenza abbinata alla passione sono sempre più un miraggio appartenente ad un’epoca che appare superata e irripetibile.
Perché come scriviamo da anni inascoltati, il nocciolo della questione è tutta lì. La mancanza assoluta di competenza e di onestà intellettuale, e quindi di passione e amore nel ricoprire il proprio ruolo all’interno della società, che conduce inevitabilmente ad una comunità sempre più degradata in ogni suo aspetto e settore. Ennesimo esempio di ciò ce lo offre, ancora una volta, l’infinita vicenda legata all’ex Ilva. Quel siderurgico le cui vicende hanno regalato e continuano a regalare ancora oggi a decine, centinaia di soggetti delle categorie di cui sopra e non solo, una visibilità e un ritorno d’immagine che mai nella loro vita avrebbero potuto immaginare di ottenere, nemmeno nei loro sogni più belli. Ultimo, fulgido esempio di ciò in orine di tempo, l’arrivo sulle sponde della Città dei Due Mari del noto cantante Fedez, invitato a Taranto niente di meno che dal Codacons in persona (associazione con la quale per anni si sono affrontati a suon di querele e di anatemi di ogni sorta) per siglare una ‘storica’ pace nemmeno fossimo in presenza di Biden e Putin. E, ovviamente, ancora una volta quale palcoscenico migliore che non Taranto e la vicenda Ilva per parlare e straparlare di cose che i diretti interessati non conoscono se non per sentito dire o in maniera sommaria? Ma tant’è, siamo da anni immersi in una società di tuttologi dalla quale difficilmente ci salveremo.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/04/08/taranto-attende-risposte-sulla-salute/)
Tornando ora alla più stringente attualità, l’ultimo casus belli della vicenda Ilva, riguarda l’invio al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica da parte di Acciaierie d’Italia in Amministrazione Straordinaria, dello Studio di Valutazione dell’Impatto Sanitario (VIS) relativo alle attività dello stabilimento siderurgico di Taranto, sviluppato nell’ambito del procedimento istruttorio (ID 90/14415) del Riesame dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA). Un documento di oltre 200 pagine che era in nostro possesso da diversi giorni, ma che abbiamo come sempre preferito leggere interamente prima di lanciarlo in pasto al mondo del web, ai mezzi di comunicazione di massa e soprattutto ai cittadini che ancora oggi molto poco masticano la materia. Pertanto, cercheremo di fare ordine ma soprattutto di dire ancora una volta come stanno realmente le cose. Scrivendo la verità, né più né meno.
Tanto solo per iniziare, lo studio inviato dalla società è la versione dell’azienda. L’unica Valutazione di Impatto Sanitario finale sarà redatta dal ministero della Salute con il supporto dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS). Secondo, la società non era affatto obbligata a presentarla, per il semplice motivo che come tutti dovrebbero ben sapere, questo adempimento non è previsto come obbligo di legge per impianti come l’ex Ilva. Tanto è vero che in una delle tante riunioni che si sono svolte in questi anni sull’argomento, era il dicembre del 2022, sia i Commissari straordinari di Ilva in AS che il Ministero della Salute avevano espresso l’auspicio che il gestore degli impianti Acciaierie d’Italia presentasse, su base volontaria, la Valutazione dell’Impatto Sanitario (VIS) nell’ambito del procedimento di riesame con valenza di rinnovo dell’AIA. E questo ci permette di mettere sul piatto quello che forse è l’aspetto più importante di questa vicenda, che ovviamente non è stato colto da chi segue il caso Ilva solo da pochi anni o solo dall’estate del 2012 in poi. Ovvero che questo di fatto è un successo, per aver fatto in modo 15 anni di battaglie su questo fronte (iniziate anche e soprattutto sotto la gestione di Arpa Puglia del Prof. Giorgio Assennato che noi ricordiamo molto bene visto che al tempo del TarantoOggi eravamo gli unici a pubblicare i dati dell’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale) attraverso la redazione delle varie Valutazioni del Danno Sanitario (redatte da Asl Taranto, Arpa Puglia e AReSS), siano servite ad indurre un gestore come l’ex Ilva a redigere per la prima volta nella sua storia la propria Valutazione di Impatto Sanitario. Senza la stagione delle VDS tutto questo non ci sarebbe stato. Tenendo anche conto che del fatto che l’ultimo invito a redigere questo studio nell’ambito dell’Osservatorio Ilva che ha chiuso il suo lavoro nel marzo dello scorso anno, fu rifiutato dall’azienda sotto la gestione dell’ex amministratore delegato Lucia Morselli e dall’ing. Labile all’epoca direttore dello stabilimento.
leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/10/28/registro-tumori-incidenza-in-lieva-calo2/)
E qui tocca fare un’altra precisazione sempre per amor di verità. Lo studio sulla VIS di cui tanto in questi giorni si parla, fu voluto dalla precedente struttura commissariale di Ilva in AS, guidata dai commissari Francesco Ardito, Alessandro Danovi e Antonio Lupo e completato a giugno 2023. Il problema però constava nel fatto che Ilva in AS non essendo gestore dell’impianto, non poteva presentare tale studio all’interno del procedimento di riesame per il rinnovo dell’AIA. Tuttavia, ad Ilva in AS, quale proprietaria degli impianti, avrebbero potuto contestare un difetto di diligenza e buona fede nell’esecuzione del contratto di affitto nel caso in cui non l’avesse comunque proposto al gestore degli stessi, ovvero Acciaierie d’Italia. Fu fatto di più. Non solo Ilva in AS predispose lo studio della VIS, ma la trasmise formalmente ad AdI affinché se ne potesse avvalere anche nel procedimento della nuova AIA. Ma la società, allora, attraverso una lettera molto dura, contestò l’iniziativa della struttura commissariale. Dunque, considerato quanto accaduto, la VIS non fu utilizzata, né poteva essere utilizzata legittimamente dalla sola Ilva in AS senza il consenso di Adi, atteso che la competenza, e la responsabilità, era del Gestore e non del proprietario. Dunque lo studio inviato al ministero dell’Ambiente lo scorso 12 giugno, altro non è che un’integrazione dello stesso.
Ed ora veniamo alle note dolenti. In questi giorni ci siamo dovuti sorbire le solite fantasmagoriche ricostruzioni sui giornali locali e nazionali e su siti internet di ogni genere, di politici, sindacalisti, giornalisti, ambientalisti e opinionisti di quart’ordine, sui risultati di tale studio. Che in sostanza mette nero su bianco risultati secondo i quali lo scenario post operam, ovvero quello in cui tutte le prescrizioni del Piano Ambientale sono state attuate per una produzione annuale autorizzata di sei milioni di tonnellate di acciaio, in relazione all’approccio tossicologico non cancerogeno si avrebbe “un rischio sanitario ampiamente accettabile considerando conservativamente il valore massimo per un’esposizione pari a 70 anni, con una riduzione del rischio del 31% nel caso dell’area di Taranto e del 37% circa. nel caso del Quartiere Tamburi”. Per quanto concerne invece l’approccio tossicologico cancerogeno i risultati “mostrano un rischio compreso tra 1×10-4 e 1×10-6 , che, come definito dall’US-EPA, prevede la possibilità di interventi discrezionali in relazione al contesto. Infatti, i valori massimi di rischio fuori il perimetro dello stabilimento siderurgico risultano inferiori alla soglia di rischio cancerogeno inalatorio di 1:10.000 sia nell’assetto ante che post operam, per l’area di Taranto e il Quartiere Tamburi e per una durata di esposizione pari a 70, 30 o 6 anni. Nel dettaglio, considerando conservativamente il rischio totale per un’esposizione pari a 70 anni, si assiste nel passaggio dall’assento ante operam a quello post operam ad una significativa diminuzione del rischio, pari a circa il 37% nel caso dell’area di Taranto e al 42% circa nel caso del Quartiere Tamburi”. Infine, nell’approccio epidemiologico i risultati “mostrano per esposizioni a PM2.5 e PM10, nei soggetti di età superiore ai 30 anni, sia per l’area di studio che per il quartiere Tamburi, valori di casi attribuibili inferiori alla soglia di 1 caso ogni 10.000 abitanti per tutte le cause analizzate”. Inoltre nello studio si fa riferimento al fatto che sono in diminuzione le ospedalizzazioni per le malattie dell’apparato respiratorio, il tasso di mortalità, e si citano anche i dati sui tumori infantili (tasto da sempre profondamente dolente per tutta la comunità tarantina).
(leggi l’articolo sui tumori infantili di Taranto https://www.corriereditaranto.it/2021/12/15/tumori-infantili-taranto-quasi-in-linea/)
Questi risultati sono stati contestati e messi in dubbio dalla gran parte dei commentatori, che nulla conoscono della materia in questione. A differenza invece degli enti com Asl Taranto, Arpa Puglia ed altri che hanno al momento anche se solo ufficiosamente letto e apprezzato il lavoro dello studio (la relazione è firmata dal Prof. Alfonso Cristaudo già Ordinario Medicina del Lavoro Università di Pisa e Direttore U.O. Complessa Medicina Preventiva del Lavoro AOUP e dalla Dott.ssa Ing. Annalisa Romiti della ICARO Srl). Il problema infatti, è che quasi tutti ignorano il fatto che lo studio in questione è stato realizzato sui dati raccolti in tutti questi anni dalla Asl di Taranto, da Arpa Puglia, dall’AReSS (Agenzia Regionale Strategica per la Salute e il Sociale), all’interno del Registro Tumori di Taranto (che ad oggi resta tra i più aggiornati d’Italia grazie allo splendido lavoro della struttura di statistica ed epidemiologia della ASL e dei suoi addetti), dei vari aggiornamenti della Valutazione del Danno Sanitario (che viene realizzata dai tre enti di cui sopra), dallo studio SENTIERI (lo Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento ad oggi giunto al VI rapporto contenenti dati che coprono l’arco temporale 2013-2017), oltre che dal Rapporto 2023 sulle cause di morte in provincia di Taranto (realizzato sempre dalla Asl di Taranto) e tantissimi altri studi tra cui anche quello del dott. Forastiere (lo Studio di coorte sugli effetti delle esposizioni ambientali ed occupazionali sulla morbosità e mortalità della popolazione residente a Taranto) che tra l’altro insieme ai colleghi Mataloni, Biggeri, Triassi redasse la perizia epidemiologica per il GIP del Tribunale di Taranto, Patrizia Todisco, nel corso del procedimento riguardante l’Ilva di Taranto.
leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/02/23/sesto-rapporto-sentieri-taranto-resta-critica4/)
Le fonti a cui questo studio ha fatto riferimento sono quindi assolutamente inoppugnabili. Incontestabili sotto ogni punto di vista a cominciare da quello scientifico. Ed il fatto che il rischio sanitario minimo risulti accettabile considerando uno scenario post operam, era quanto ipotizzato anche dalla stessa Asl di Taranto quando, trasmettendo i risultati complessivi della Valutazione del Danno Sanitario con approccio tossicologico ed approccio epidemiologico relativi al quadro emissivo corrispondente alla produzione attualmente autorizzata, pari a 6 milioni di tonnellate/anno di acciaio, era ancora emerso la permanenza di un rischio sanitario residuo non accettabile relativo allo scenario di produzione di 6 milioni di tonnellate/anno di acciaio ante operam (stessa cosa accadde con la VDS del 2015 che sosteneva un rischio sanitario non accettabile sulla situazione del 2014 dove il Piano Ambientale non era stato attuato nemmeno per la metà delle prescrizioni). Ovvero non a conclusione di tutti gli interventi ambientali previsti dal Piano Ambientale 2017, ma ad uno stadio intermedio corrispondente ad un 65-70% dei lavori svolti. Ricordiamo infatti ancora una volta che tutti questi studi sono tarati da sempre sul rischio sanitario accettabile che corrisponde ad un numero di persone esposte ad un rischio cancerogeno inalatorio che non deve mai superare 1:10.000 (uno ogni diecimila). Conseguentemente ai risultati ottenuti, gli enti regionali avevano già individuato gli elementi sulla base dei quali formulare le proposte di “modifica delle condizioni di esercizio attualmente autorizzate per lo stabilimento siderurgico di Taranto” in ottemperanza alle previsioni del D.D. n. 188/2019 (il decreto con cui il ministero dell’Ambiente dispose il riesame dell’AIA). Evidenziando di ritenere necessaria l’introduzione, nell’ambito del procedimento di riesame attualmente in corso, di una valutazione preventiva del danno sanitario, al fine di verificare gli impatti ambientali e sanitari della configurazione dell’impianto proposta in sede di rinnovo e definire conseguentemente un quadro prescrittivo adeguato alla minimizzazione degli stessi. Senza dimenticare un altro assunto imprescindibile: ovvero che senza manutenzione ordinaria e straordinaria, continuativa sino a quando quegli impianti saranno in marcia, nessun intervento migliorativo potrà avere effetti duraturi come mostrato chiaramente negli ultimi anni dal caso benzene.
Tutto questo infatti, non vuol dire affatto che nell’area di Taranto non vi siano più problemi di carattere ambientale e sanitario in relazione all’attività produttiva del siderurgico. In nessuno studio si afferma ciò, nemmeno nella VIS trasmessa da AdI in AS. Anche perché si affermerebbe semplicemente il falso. Né ci si deve scandalizzare o meravigliare se a fronte di un Piano Ambientale attuato con una spesa di oltre 2 miliardi, la situazione possa essere migliorata rispetto al passato. Né bisogna accusare qualcuno di affermare il falso se anche grazie alla riduzione importante della produzione del siderurgico (connessa ai lavori del Piano Ambientale) si sia registrata negli anni una situazione migliore della qualità dell’aria dove le misure delle concentrazioni nella matrice ambientale aria dei contaminanti di interesse per il rischio inalatorio non superano i livelli fissati dalle norme per tutti gli anni considerati, ovvero compresi tra l’anno 2014 e l’anno 2022. Così come le notizie leggermente positive rispetto al passato provenienti dal Registro Tumori, dalle Valutazioni del Danno Sanitario o dal Rapporto sulla Mortalità (che abbiamo sempre riportato in questi anni nel silenzio generale), dovrebbe soltanto rallegrarci un minimo invece di lanciarci nei soliti sospetti da retrobottega e da complottismo tutto italiano. Perché la valutazione del quadro epidemiologico descritto indica ancora oggi la permanenza di criticità nel profilo di salute a carico dei residenti nel SIN di Taranto, nel confronto con i dati provinciali e regionali, che depone per una persistenza della vulnerabilità della popolazione residente. Questo non lo nega nessuno e non può negarlo più nessuno.
(leggi l’articolo sulle malformazioni congenite https://www.corriereditaranto.it/2019/06/06/studio-sentieri-i-chiarimenti-delliss-su-eccessi-patologie-e-malformazioni/)
Così come non serve scandalizzarsi più di tanto se nella VIS della società, trova ancora spazio la questione legata al consumo di alcool e tabacco, che generò un vespaio di polemiche al tempo dell’ex commissario Ilva Enrico Bondi nel 2014 (che fu tra i primi a parlare di preridotto negli altiforni, venendo boicottato da sindacati e governo). Perché quando si legge che “nella relazione sono stati valutati alcuni determinanti di salute della popolazione tarantina, cioè quei fattori che influenzano lo stato di salute e che comprendono sia fattori biologici naturali (età, sesso ed etnia), ma anche comportamenti e stili di vita e il livello di deprivazione socioeconomica” e che “Taranto, ed in particolare il quartiere Tamburi, risulta avere un tasso di deprivazione socio-economica più elevato rispetto alle altre città pugliesi” e che “sempre a Taranto si riscontra una prevalenza di fumatori, di consumatori di elevate quantità di alcol e di soggetti in eccesso ponderale, rispetto alla media regionale (tutti fattori unanimemente riconosciuti come fattori di rischio, insieme all’inquinamento e ai rischi occupazionali, di molte malattie e che concorrono significativamente alla mortalità per cause naturali”, anche queste sono considerazioni che provengono dai dati del Sistema di Sorveglianza PASSI, realizzato dalla varie Asl pugliesi e che si occupa di sorvegliare gli stili di vita e le buone pratiche per la salute dei cittadini e delle cittadine pugliesi. Quindi non è una deduzione dell’azienda o di medici o scienziati di parte, pagati da qualcuno per dichiarare il falso. E’ chiaro però che se li si utilizzano questi dati per strumentalizzare una propria posizione ideologica o per ammorbidire la realtà ambientale e sanitaria di un territorio, ciò andrebbe immediatamente stigmatizzato. Ma per fortuna non è il caso della VIS presentata dalla società.
Inoltre, non possiamo non evidenziare che quando parliamo di scenario post operam, anche nello studio in questione, rischiamo anche noi di essere fuorvianti. Nel senso che come abbiamo ampiamente documentato, il Piano Ambientale 2017 è stato sì attuato entro il 23 agosto ottenendo però una proroga su cinque prescrizioni. Alcune delle quali non sono di poco conto ed hanno ancora un potenziale rischio per la popolazione ed i lavoratori. La prima è quella riguardante la presenza, ancora oggi, di un’ingente quantità amianto all’interno dello stabilimento sul cui piano di smaltimento (il PORA, Programma organico rimozione amianto) si registrano ritardi importanti. Attualmente vi sarebbe ancora un 20-25% di amianto totale da rimuovere, che il gestore ha previsto di smaltire entro il 2028. La seconda che non è stata ancora realizzata e che ha sì la progettazione finita ma che non ha ancora traguardato l’avvio della sua attuazione, a causa del fatto che i fornitori stopparono l’iter per i forti ritardi da parte dell’azienda nel pagare gli ordini, riguarda la gestione delle acque meteoriche dell’area a caldo (la n. UA9). Il che significa che ancora oggi si rischiano sversamenti in falda. Ed infine vi è anche quella che riguarda la completa attuazione della prescrizione n. UP3 (Gestione dei materiali costituiti da fanghi d’acciaieria, fanghi d’altoforno e polverino d’altoforno), su cui proprio in questi giorni Acciaierie d’Italia in AS si è vista recapitare una proposta di diffida da parte dell’ISPRA, in virtù del fatto che all’azienda era stato prescritto di allontanare dall’area almeno 100.000 tonnellate di rifiuti all’anno a partire dal 1° aprile 2023, mentre la società ha rimosso una quantità di materiale inferiore, pari a 67.084,92 tonnellate di materiale (di cui 32035,16 ton conferite nella discarica interna per rifiuti non pericolosi), come comunicato dalla stessa lo scorso 20/05/2024. Al 31 marzo 2024 il quantitativo in giacenza presso l’area di messa in riserva risultava essere di ca. 312.955 tonnellate. Dunque, sono ancora diverse le situazioni da monitorare e da portare a compimento. Diciamo che siamo in uno scenario quasi da post operam, ma non ancora del tutto.
(leggi l’articolo sulla VDS dell’area di crisi industriale https://www.corriereditaranto.it/2021/07/12/la-politica-ascolti-la-scienza-e-segua-la-ragione/)
Concludendo, chi contesta a priori questo studio è in chiara malafede perché ignora che è redatto sugli studi e sui dati raccolti negli anni dagli enti pubblici. Così come è in malafede chi continua a descrivere lo scenario ambientale e sanitario di Taranto con toni apocalittici. O chi continua a sfruttare a proprio piacimento e per mero tornaconto personale, qualsiasi cosa accada dentro e fuori dal siderurgico. Ribadiamo ancora una volta che pensare ad una realtà industriale, qualunque essa sia, con emissioni pari a zero è da libro dei sogni. Almeno al giorno d’oggi. Così come pensare di poter raggiungere un’assenza totale di danno sanitario, come spiegato da anni dalle autorità sanitarie preposte, è pura utopia. Avvicinarsi quanto più possibile ad un rischio sanitario quasi pari a zero è invece il dovere assoluto che qualunque azienda impattante si deve imporre, e che la politica a tutti i livelli deve perseguire. Con il supporto imprescindibile della scienza, quella vera e ufficiale, quella che studia, analizza, ed ha davvero a cuore il presente e il futuro del territorio. Perché solo la compensazione dei diritti in gioco in questa infinita vicenda, il lavoro l’ambiente e la salute, può essere la soluzione più giusta. E se uno di essi dovesse finire per esser meno tutelato, allora è lì che la politica dovrà intervenire ed investire per evitare scompensi importanti. E soprattutto accertandosi in maniera onesta e sincera, se e in che modo sarà possibile anche solo una parziale riconversione produttivo del siderurgico, quella favoleggiata decarbonizzazione che ad oggi avrebbe bisogno di ingenti risorse economiche per svariati miliardi di euro che nessuno è in grado di garantire. Senza dimenticare il vero buco nero di tutta questa vicenda che quasi nessuno ha ancora il coraggio di pronunciare: il sequestro degli impianti dell’area a caldo ancora vigente, che impedisce qualsiasi ragionamento concreto e realistico sul presente e sul futuro di quell’azienda.
Soprattutto se, come oramai appare certo ai nostri occhi che in questi mesi abbiamo descritto uno scenario prossimo alla dismissione per l’ex Ilva, per una sorta di legge del contrappasso nei prossimi anni a pagare dazio più grande sarà il lavoro (con migliaia di lavoratori che rischiano di arrivare alla pensione in cassa integrazione) e quindi l’economia di un intero territorio (con decine di aziende dell’indotto e dell’autotrasporto ad un passo dal fallimento), dopo decenni in cui senza ombra di dubbio la tutela della salute e dell’ambiente di lavoratori e cittadini non è mai stata al primo posto nell’agenda di tanti. Evitando di invocare continuamente l’intervento della magistratura italiana ed europea, come se quest’ultima potesse o dovesse sostituirsi alla politica: un’idea profondamente eversiva e reazionaria, non di certo democratica. Dando ai cittadini l’illusione di un mondo perfetto, quello giudiziario, anch’esso a volte vittima di preconcetti ideologici. Mettendo finalmente da parte un esercito di azzeccagarbugli (in politica, nel giornalismo, nella società civile, ed anche a volte nel campo scientifico) che da anni rendono impossibile un discorso e un percorso serio e realistico. Inquinando il dibattito e la realtà con dati spesso vecchi, fuorvianti, manipolati e di parte. Smaniosi della ribalta, morti di fama, continuano a scambiare la notorietà con la credibilità. Ma anche questo, ahi noi, ad oggi sembra ancora essere un auspicio da ingenui idealisti. Pur restando l’unica strada da perseguire. Ma che rischia di restare deserta oggi e per sempre.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/04/05/lex-ilva-sulla-strada-della-dismissione/)



Questo articolo di Gianmario Leone merita di far parte della storia di Taranto, anche se temo che rimarrà inascoltato non solo dagli irriducibili “accusatori” del Siderurgico di Taranto ma anche dall’opinione pubblca generale.
Sulla recente sentenza della Corte di giustizia europea meriterebbe una ESPLICITAZIONE al più alto livello giuridico, tecnico e scientifico dell’assunto finale: “Se ci sono pericoli gravi e rilevanti per l’ambiente e per la salute umana, l’esercizio dell’acciaieria dovrà essere sospeso.” Chiarissimo e inoppugnabile ma CHI E COME si stabilisce che il pericolo è GRAVE E RILEVANTE?
Nel mio piccolo, all’epoca dello scontro con il MATTM e con la regione Puglia sul benzo(a)pirene della cokeria Ilva di Taranto che aveva superato il limite fissato per legge, io sostenni: “se non si trova la soluzione giusta per abbattere il benzo(a)pirene, fermate la cokeria.” I limiti ben precisi esistevano ed erano stati superati a lungo, ma non fummo ascoltati, finanche al TAR di Lecce.
Buonasera
Commentavo altri articoli del sig. Leone concludendo che
“Non vi è peggior sordo di chi non vuol sentire”.
E’ evidente che i dati dimostrano la notevole attenuazione dei problemi sanitari e che i parametri delle emissioni rientrano nei limiti di Legge. Ma i dati qualcuno li legge e soprattutto sa leggerli.
Ma la vulgata popolare rimane “dagli all’ILVA” di manzoniana memoria e quindi i colpevoli sono sempre gli untori, pardon l’ILVA.
E’ anche evidente che non esiste acciaio green, come non esistono idrocarburi green, cemento green e chimica green.
Ma in questo caso si deve optare la scelta politica ed economica di non voler più produrre acciaio, idrocarburi, cementi e prodotti chimici in generale, Ed allora si chiude e basta e 20.000/30.000 persone a Taranto e dintorni dovranno fare altro.
Concludo ribadendo che oggi lo stabilimento è pericoloso, non per le emissioni ben dentro i parametri di Legge, ma perchè cade a pezzi sulla testa dei dipendenti diretti e dei lavoratori dell’indotto che stanno cercando in tutti i modi di rappezzarlo, pur di non farlo chiudere. Io sono con loro e mi rendo conto dei pericoli che ogni giorno devono affrontare, avendo partecipato da autotrasportatore alla costruzione e al rifacimento di tanti impianti.
Saluti
Vecchione Giulio