“L’acciaio di Taranto serve al Paese”

 

In attesa di comprendere quanto il siderurgico reggerà con un solo altoforno
Posted on 01 Luglio 2024, 07:00
6 mins

Dal tavolo di confronto proposto dal convegno di Siderweb (sito specializzato nel settore dell’acciaio) in collaborazione con Sideralba, che si è tenuto a Napoli, arrivano aggiornamenti e conferme sul presente e sul futuro dell’ex Ilva di Taranto. Sono intervenuti, intervistati dalla responsabile relazioni esterne di Siderweb Francesca Morandi, il commissario di Acciaierie d’Italia in A.s. Giancarlo Quaranta, Luigi Rapullino, ad del Gruppo Rapullino e Sideralba, e l’ad di Condor spa, Nunzia Petrosino.

Il commissario Quaranta ha offerto un quadro chiaro della situazione di AdI. “Abbiamo iniziato la nostra esperienza il 20 febbraio. Abbiamo trovato una situazione molto complessa e condizioni delicate nel procedere al recupero della funzionalità degli impianti, partendo con un solo altoforno che produceva al 60% della sua capacità. Ora l’abbiamo portata al 90%, ripristinando normali condizioni di mercato con i fornitori. Dovremmo ora procedere verso ottobre a riprendere la produzione con un secondo altoforno, cercando di riprendere una produzione normale. Con circa l’80% degli interventi pianificati su Taranto”, ha ricordato il commissario in merito al piano di ripartenza elaborato per il siderurgico. Riguardo alla procedura di cessione, Quaranta ha sottolineato che “si importano 8 milioni di tonnellate di coils per un business potenziale da 6/7 miliardi di euro. Una cifra che, credo, possa essere interessante per un investitore. Siamo al lavoro per riuscire, entro la fine del prossimo mese, a finire la stesura della procedura di gara, anche perché non è compito dei commissari quello di fare gli imprenditori. In questa fase, abbiamo permesso le visite agli impianti per far sì che i soggetti interessati potessero mettersi già al lavoro per la presentazione della propria proposta d’acquisto con cognizione di causa”. Riguardo alla strategicità geografica di Taranto, il commissario ha osservato come la città possa permettere approvvigionamenti di materie prime da tre direttrici commerciali, oltre che dal Nordafrica. E questo è un ulteriore elemento che rende particolarmente importante il rilancio del polo siderurgico.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/06/27/ex-ilva-una-vis-senza-polemica/)

Il commissario straordinario di AdI in AS, Giancarlo Quaranta (a sinistra)

Rapullino, ad del Gruppo Rapullino e Sideralba ha rilevato il bisogno attuale sul mercato di un’Acciaierie d’Italia a pieno regime. “Abbiamo proprio bisogno di Taranto. La prossima settimana andremo a sdoganare merci di cui non conosciamo il prezzo, e in una situazione di mercato dalle marginalità risicate come quelle attuali pagare o non pagare il dazio è il confine tra vendere in guadagno o in perdita”. Un quadro condiviso anche da altre realtà presenti in sala, che se ci fossero le condizioni sarebbero ben felici di poter tornare a comprare il materiale prodotto a Taranto. Spostandosi sul tema della supply chain, il patron di Sideralba ha evidenziato come sia sempre più importante avere un rapporto di vicinanza con il cliente. La vicinanza con il cliente e il fornotire è necessaria anche per Nunzia Petrosino, amministratrice delegata di Condor spa, che ha confermato: “Negli ultimi anni abbiamo consumato circa 100mila tonnellate di acciaio, e molte da AdI e Sideralba. In questo percorso di crescita, questi sono i fornitori che hanno contribuito a questo triennio di successo della nostra azienda. Sia in Italia sia all’estero, perché esportiamo il 20% della nostra produzione. Credo che proprio questa vicinanza ci abbia permesso di trovare il materiale più adatto alle nostre esigenze e questa collaborazione riesce a fornire le certezze di cui un cliente ha bisogno”. Un sistema virtuoso di filiera, che sicuramente potrà giocare un ruolo fondamentale proprio nella sfida per far giocare all’acciaio e al Sud Italia ruoli da protagonisti negli equilibri geo-economici del Mediterraneo.

Ammesso e non concesso che l’ex Ilva di Taranto non chiuda prima del previsto. Sul tema è ritornato brevemente, ospite della trasmissione ‘Otto e mezzo’ su La 7 Franco Bernabè, l’ex presidente di Acciaierie d’Italia Holding spa. “La sentenza della Corte di Giustizia Europea dell’altro giorno fa riferimento ad un caso di più di dieci anni fa. Negli ultimi anni in particolare sono stati fatti interventi rilevantissimi, con spese per un miliardo e 800 milioni, rendendo quella di Taranto una delle acciaierie più compatibili con l’ambiente e la salute a livello internazionale. Io mi auguro che venga salvata, perché altrimenti sarebbe una perdita colossale per l’Italia: io credo che quell’azienda abbia un futuro. Il problema principale che abbiamo incontrato è stata la crisi energetica, con costi che sono passati da un anno all’altro da 200 milioni a 1,4 miliardi di euro. Si pensi al caso dell’azienda Uniper, che è stata salvata dalla Germania con una cifra monstre di 63 miliardi, per cui mi auguro che il governo italiano salvi l’ex Ilva per molti miliardi in meno”. 

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/04/05/lex-ilva-sulla-strada-della-dismissione/)

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4 Commenti a: “L’acciaio di Taranto serve al Paese”

  1. Vecchione Giulio

    Luglio 1st, 2024

    Buongiorno
    E ci risiamo.
    Lo stabilimento Ex Ilva di Taranto serve innanzitutto al paese.
    Ma serve a Taranto??????
    Come stanno le cose oggi non serve né a Taranto e né alla nazione.
    Deve produrre di più e molto meglio, ma nel pieno rispetto dell’ Aia ambientale e del Vis sanitario.
    Solo così potrà essere utile per Taranto e per L’ITALIA.
    Ma dobbiamo smetterla di chiedere sacrifici ai tarantini per il bene del paese
    Abbiamo già dato.
    Quindi si riparte solo con uno stabilimento a norma e che rispetti le emissioni.
    Diversamente si può anche chiudere.
    Questo è il compito di Quaranta e degli altri commissari.
    Saluti
    Vecchione Giulio

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  2. Gico

    Luglio 1st, 2024

    O serve o non serve in questo momento Taranto urge di un nuovo piano economico alternativo o complementare basato sul terziario, servizi energia sostenibile ed anche acciaio green altrimenti si rischia una catastrofe sociale di vaste dimensioni.

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  3. Giuseppe Capobianco

    Luglio 1st, 2024

    L’ex Ilva ha bisogno di miliardi per sistemarla e renderla idonea sia per l’AIA che per il Vis Sanitario che per la fantomatica produzione green. La cittadinanza è stanca: troppi morti e malati tra bambini e popolazione civile. 5500 operai in cassa integrazione: Quanto ci costa questa azienda? Tra condanne all’Italia e decreti salva Ilva, c’è rottura tra tarantini e politica. I soldi della vendita dell’acciaio finiscono in Lombardia che grazie all’autonomia potrà ontascare il gettito fiscale a danno dei cittadini di Taranto che avranno in cambio solo morti e ammalato e nessun beneficio economico e/o sanitario: non c’è un ospedale oncologico all’altezza della situazione. Alla luce di quanto sopra occorre parlare solo di chiusura dello stabilimento con interventi di bonifica e investimenti sulla logistica, sul porto e altre attività per reinserire tutti i cassintegrati e gli operai rimasti. Continuare con l’idea che imprenditori stranieri (prenditori) possano risolvere questi problemi è pura fantasia, se vengono è solo per tiranneggiare e guadagnare. Pertanto occorre potenziare gli stabilimenti esistenti in Italia e chiudere definitivamente lo stabilimento fatiscente tarantino. P.S. Non è vero che sia una caso di 10 anni fa, si sono aggiunte altre sostanze inquinanti e nocive, come i benzeni ad arricchire Ia gamma dei veleni emessi nell’aria che non erano stati presi in considerazione. Quindi chiudere è l’unica soluzione logica ed economica.

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    • Gico

      Luglio 2nd, 2024

      Condivido pienamente, purtroppo resta il problema che non esiste nessun piano alternativo e soprattutto la volontà da parte di nessuno di estrapolarlo ; si figuri i colonialisti lombardo veneti che hanno già adeguato le loro acciaierie; per rioccupare e tamponare il dramma della disoccupazione basterebbe rendere operativo la tanto acclamata vocazione cargo dell’ aeroporto dirottando minimi flussi commerciali solo svolti da Fiumicino e Malpensa; poi le Favole sui forni elettrici, sui cantieri topolini partoriti dai governi precedenti sulla logistica portuale sui parchi voltaico con relative filiere magari sulle vaste aree industriali dismesse ci possono anche stare. A Taranto non si è in grado di fare dal sito siderurgico neanche un museo industriale tipo Auschwitz: sarebbe vergognoso anzi per alcuni ambientalisti il nostro territorio rappresenta un campo di concentramento industriale letale pienamente attivo.

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