La promessa di trovare soluzioni condivise sui vari problemi che attanagliano il presente e il futuro del siderurgico ex Ilva; l’integrazione al 70% dell’indennità della nuova cassa integrazione guadagni straordinaria (CIGS) per tutti i lavoratori e la massima rotazione possibile; ed infine la possibilità di fare formazione in presenza. E’ quel poco che oggi i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia in Amministrazione Straordinaria sono riusciti a ‘promettere’ alle organizzazioni sindacali dei metalmeccanici nel primo incontro oggi a Roma tra Acciaierie d’Italia in AS e le sigle sindacali presso il Ministero del Lavoro, per discutere l’istanza di attivazione della cassa integrazione guadagni straordinari (CIGS) prevista per le aziende in amministrazione straordinaria richiesta dall’azienda per 5.200 unità.
“Durante la riunione sono emersi temi importanti da parte delle sigle sindacali che il management di Acciaierie d’Italia in Amministrazione straordinaria si impegnerà a risolvere, sottolineando la totale disponibilità a trovare soluzioni condivise con le associazioni sindacali” fanno sapere dall’azienda in una stringata nota nella quale citano le promesse di cui sopra. Troppo poco certo, ma (senza forse) oggi questo è quello si può fare. Parliamo di una società in amministrazione straordinaria che gestisce in affitto impianti sotto sequestro giudiziario di proprietà di un’altra società anch’essa in amministrazione straordinaria. Una società che non ha liquidità perché non può ottenere il finanziamento del circolante dal sistema bancario, non avendo la proprietà di alcun asset industriale. E che per sopravvivere, oltre al suo risicato giro cassa, ha un costante bisogno di afflusso di risorse economiche da parte del governo per pagare gli stipendi di oltre 10mila dipendenti diretti (risorse che non ci sono motivo per quale si manda in cassa integrazione oltre metà dei dipendenti di tutto il gruppo), per acquistare le materie prime senza le quali non potrebbe produrre alcunché, e per portare avanti le attività di manutenzione (pagando spesso oramai in anticipo le ditte che altrimenti visti i precedenti si rifiutano di effettuare lavori anticipando risorse economiche di tasca loro) ordinaria e straordinaria affinché gli impianti, seppur con il Piano Ambientale in gran parte attuato, non arrechino danni all’ambiente e non attentino alla vita degli stessi lavoratori diretti e dell’indotto che li ‘vivono’ ogni giorno. Perché è sin troppo chiaro a tutti che oggi, il vero pericolo è quello che può accadere all’interno del più grande siderurgico d’Europa più che all’esterno.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/06/20/ex-ilva-cassa-integrazione-per-5200-1/)
Stando così le cose, senza nuove risorse (parte delle quali dovrebbe arrivare dal prestito ponte di 320 milioni di euro che la Commissione Europea potrebbe sbloccare entro questo mese e altrettante da qualche cartolarizzazione dei crediti commerciali come avvenne sotto la gestione Morselli nel 2022 per 1,5 miliardi di euro da parte di Morgan Stanley) la produzione non potrà ripartire e con esso il Piano di Ripartenza annunciato lo scorso mese di maggio dalla struttura commissariale. Del resto la siderurgica è un settore nel quale i numeri non mentono mai. E con il solo altoforno 4 in marcia (che oggi viaggia sulle 10mila tonnellate di ghisa giornaliere prodotte) il rischio che l’ex Ilva fermi del tutto la sua attività produttiva non poi così remoto visto che l’impianto si è dovuto fermare per vari interventi manutentivi tre volte in un mese. Né è dato oggi sapere se e quando l’altoforno 2 possa ripartire, anche se i commissari vorrebbero rimetterlo in marcia in autunno, visto che l’altoforno 1 necessita del rifacimento del crogiolo per un intervento finanziario che si aggira tra i 100 e i 150 milioni di euro. Dunque, stando a questi numeri e considerando che ogni milione di tonnellata prodotta equivale alla forza lavoro di mille operai, i 4400 lavoratori di Taranto per cui l’azienda ha chiesto l’avvio della nuova cassa integrazione guadagni straordinaria sino al termine del commissariamento e non al termine dell’attuazione di un piano industriale che ad oggi manca, erano ampiamente previsti (si arriva a 5200 inglobando i 400 di Genova e altre 400 unità degli altri siti italiani). Che sommati ai 1600 confinati in Ilva in AS dal 2018 arrivano alla cifra tonda di 5000 lavoratori. E sempre perché i numeri non mentono, chi ha buona memoria e ottima conoscenza del dossier Ilva dovrebbe ricordare che al termine della due diligence del 2014, ArcelorMittal sostenne la tesi (off the record) che nel sito di Taranto vi era un’eccedenza di forza lavoro pari proprio a 5mila unità. Dopo dieci anni ci siamo arrivati. Senza dimenticare, ovviamente, le migliaia di lavoratori dell’indotto e le aziende (anche dell’autotrasporto) per le quali lavorano che a queste condizioni (e con i crediti vantati dal doppio fallimento negli ultimi nove anni) rischiano in gran parte di chiudere i battenti accompagnando alla lenta dismissione il siderurgico di Taranto, che quest’anno segnerà il record negativo nella sua produzione dalla sua apertura negli anni sessanta. Ben prima di traguardare ill fatidico 2030 (non quello cantato nella visionaria canzone degli Articolo 31 negli anno novanta del secolo scorso), anno dal quale non si potranno più acquistare i certificati verdi per compensare le emissioni di Co2 prodotte dall’utilizzo di fonti fossili. Il che potrebbe anche convincere definitivamente il governo di partorire un bando di vendita degli asset produttivi del gruppo spezzatino, che vorrebbe significa un ridimensionamento definito per tutto il gruppo.
E’ questo il panorama dentro il quale ci muoviamo, al di là delle ricostruzioni fantasiose sulla sentenza della Corte della Giustizia Europea (sulla quale torneremo), del riesame dell’Autorizzazione Integrata Ambientale attualmente in corso e di tutte le questioni ambientali ancora in sospeso come il caso benzene di cui torneremo a parlare nei prossimi articoli. Anche per questo I rappresentanti sindacali nazionali hanno informato il tavolo odierno che le loro strutture confederali hanno richiesto un incontro alla Presidenza del Consiglio dei Ministri in ordine alle prospettive future e al rilancio di Acciaierie d’Italia. Con il rappresentante del Ministero del Lavoro, che ha confermato che verranno calendarizzate ulteriori riunioni sul tema della cassa integrazione, nell’ottica di raggiungere un accordo condiviso. Perché il dramma nel dramma è che ad oggi, a 12 anni dal sequestro degli impianti, non vi è ancora traccia di un piano B per Taranto: per i suoi lavoratori, per l’economia di una città e di un’intera provincia, se non un futuro di cassa integrazione perenne e di fantasmagoriche visioni post industriali per nulla aderenti alla realtà, o continui rimandi ad accordio di programma che non hanno mai salvato nessuno in questo Paese.
Le reazioni dei sindacati
“L’incontro di oggi al Ministero del Lavoro sulla procedura di cassa integrazione per i lavoratori dell’ex Ilva non ci lascia soddisfatti in quanto è stato confermato che non è stato ancora sbloccato il prestito ponte di 320 milioni di euro, risorse necessarie per il piano di ripartenza” ha affermato al termine della riunione Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom-Cgil. “L’azienda in amministrazione straordinaria ha ribadito la propria impostazione sull’avvio della cassa integrazione per 5.200 lavoratori. Sono fondamentali per la prosecuzione della discussione, gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria e la messa in funzione del secondo altoforno. Ad oggi il piano per la ripartenza che è stato presentato in Confindustria a Roma il 7 maggio scorso è in contraddizione con i numeri prospettati di cassa integrazione. Lo sblocco delle risorse è centrale e condizione imprescindibile per realizzare un accordo di ripartenza” dichiara Scarpa. Per la Fiom-Cgil “il cambio effettivo delle relazioni sindacali avviene se si costruiscono le condizioni per arrivare ad un accordo, dal momento che l’unico ancora in vigore è quello del 2018. L’incontro di oggi è stato aggiornato a dopo la convocazione a Palazzo Chigi, come richiesto unitariamente da Fim, Fiom, Uilm, indispensabile per avere risposte sul futuro industriale, occupazionale e ambientale dell’azienda”. Sulla stessa lunghezza d’onda Francesco Brigati, segretario generale della Fiom Cgil Taranto: “Non si può discutere di questa procedura di cassa integrazione senza avere nessun elemento utile che ci aiuti a capire quale prospettiva ha lo stabilimento di Taranto, a partire dalla transizione ecologica, dei livelli produttivi che riguardano tutti i siti di Acciaierie d’Italia, e con questo numero di lavoratori che per noi resta comunque eccessivo”.
Per il segretario nazionale FIM CISL Valerio D’Alò Acciaierie D’Italia “l’incontro odierno ha risposto in gran parte alle nostre aspettative su quanto ci aspettavamo da questo incontro. Un incontro – precisa D’Alò – che non aveva l’obiettivo di entrare nel dettaglio e nei numeri della Cassa Integrazione, quanto piuttosto la necessità di avere chiarimenti da parte dell’Amministrazione Straordinaria di Acciaierie D’Italia, un aggiornamento sulla prospettiva del Gruppo e il Piano di ripartenza. L’azienda ci ha fornito un primo aggiornamento su aumento dei fornitori, sugli acquisti e sui primi investimenti per rimettere in moto gli impianti. Ci hanno anche dato primo riscontro rispetto al Piano. Noi abbiamo posto dei punti precisi rispetto all’uso della Cassa – sottolinea ancora il segretario della FIM – che sarà per ora inevitabile vista la produzione di circa 1 milione di tonnellate di acciaio, anzi già in uso dal 20 febbraio 2024 data di avvio dell’Amministrazione Straordinaria. Chiediamo – precisa – una gestione che deve essere lontana da quella disastrosa della Morselli e che deve prevedere oltre alla rotazione tra i lavoratori, un’integrazione salariale e la formazione per tutti i lavoratori. Su questo l’azienda ha dato le sue disponibilità – anche sull’integrazione salariale del 70% – portando questa cassa al livello di dei lavoratori di Ilva in AS. Abbiamo richiesto – continua D’Aò – anche la tutela all’interno del percorso di rilancio di tutto il bacino di lavoratori (1600 circa) e con essa il riconoscimento dell’accordo che firmammo in sede ministeriale nel 2018 che tratta proprio questo aspetto. Anche su questo abbiamo ricevuto disponibilità da parte dell’azienda. Allo stesso modo – dice D’Alò – come condividiamo la fotografia attuale del milione di produzione, così chiederemo che l’andamento de numeri della procedura vada diminuendo in base al riavvio degli impianti e all’aumento produttivo. Durante l’incontro l’azienda ci ha inoltre comunicato che riconoscerà in pieno gli aumento salariali previsti dal CCNL dei metalmeccanici senza riassorbire gli stessi sui superminimi – come richiesto dalla FIM -. Resta per noi imprescindibile – conclude il Segretario nazionale FIM D’Alò – che al di là dell’esclusione dei manutentori dalla Cassa, i numeri di partenza della stessa rispondano alle esigenze di salvaguardia degli impianti e rispetto dei coefficienti di rimpiazzo. Su questo ancora siamo lontani da numeri condivisi. Infine, per poter dare prospettiva agli impianti di finitura (tubifici, Laf, Pla2) abbiamo chiesto l’azienda che venga percorsa la strada di acquisto di bramme”.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/06/27/ex-ilva-una-vis-senza-polemica/)
“Ancora una volta ci siamo ritrovati di fronte ad una procedura di cassa integrazione, con numeri quasi raddoppiati di lavoratori rispetto a quella precedente, senza confrontarci seriamente su una prospettiva che dia certezze a 20mila lavoratori di tutto il sistema ex Ilva, compresi le migliaia di lavoratori del sistema degli appalti per i quali permane una condizione di grave sofferenza e incertezza sotto ogni punto di vista. Per quanto ci riguarda, fermo restando l’integrazione salariale alla cigs che deve essere riconosciuta ai lavoratori, a prescindere dall’eventuale accordo, per alleviare le gravi difficoltà persistenti, non si può continuare a parlare solo di cassa Integrazione, legata alla durata dell’amministrazione straordinaria, senza avere un percorso di ripresa di tutte le attività e che ci faccia vedere una prospettiva di risalita produttiva e di rientro di tutti i 5.200 lavoratori, avendone già 1.600 in cigs nell’Ilva in AS, e che dia garanzie anche ai lavoratori delle aziende dell’indotto”. Così Guglielmo Gambardella, segretario nazionale Uilm, e Davide Sperti, segretario Uilm Taranto, al termine dell’incontro al Ministero del lavoro. “È altrettanto chiaro – sottolineano Gambardella e Sperti – che è complicato discutere di cassa integrazione alla vigilia dell’ennesima procedura di vendita, annunciata dal ministro Adolfo Urso, per la quale è a noi sconosciuto il perimetro industriale ed i vincoli dei livelli occupazionali con cui verrà avviato il bando”. “È indispensabile avere certezza delle adeguate risorse messe a disposizione per l’annunciato piano di ripartenza, a partire dal prestito ponte di 320 milioni, di cui si è ancora in attesa dell’approvazione da parte della Commissione europea, fra l’altro insufficienti anche per fare la sola manutenzione di tutti gli impianti” aggiungono. “Se si vuole veramente rilanciare Ilva c’è bisogno di risorse che permettano l’acquisto di materie prime per un volume d’affari potenziale di diversi miliardi – argomentano -. Altrimenti non c’è discontinuità rispetto alla gestione Mittal e si continuerà a tirare a campare solo qualche altro mese”. “Se l’ex Ilva è stata dichiarata per legge un gruppo strategico nazionale, il Governo deve intervenire con misure straordinarie per garantire la continuità produttiva – continuano -. E se l’ex Ilva dovrà essere messa sul mercato dovrà essere fatto valorizzandone tutte le potenzialità di tutti gli impianti del gruppo e di tutto il personale e con i lavori dei forni elettrici già avviati, come da impegno del Governo. Per questo ieri abbiamo inviato la richiesta di aggiornamento del tavolo presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri”. “L’incontro di oggi al ministero del Lavoro è stato un déjà-vu – aggiungono -. Ancora una volta, dal 2019, anno della prima cassa integrazione unilaterale da parte di ArcelorMittal, siamo di nuovo a parlare di cigs a fronte di migliaia di lavoratori e famiglie che invece soffrono da anni, in attesa di risposte sul loro destino”. “Per tutte queste ragioni, respingiamo con determinazione questo ennesimo tentativo di prendere tempo a discapito del futuro di migliaia di persone e con il concreto rischio di generare un disastro ambientale, industriale ed occupazionale” concludono.
“La richiesta di cassa integrazione formulata da Acciaierie d’Italia, con numeri così drastici rischia di compromette del tutto il senso di discontinuità che l’amministrazione straordinaria ha provato a dare fin qui, attraverso un dialogo costruttivo e un’interlocuzione abbastanza costante e schietta. Però oggi con l’avvio di questa procedura si è scelto di bypassare la verifica del contesto e delle condizioni di avvio del piano di ripartenza. Manca quasi del tutto la discussione sul piano industriale e mancano le garanzie sulla sostenibilità economica per realizzarlo. Garanzie che può determinare solo il Governo. Di sicuro dall’amministrazione straordinaria non ci aspettavamo miracoli, ma il livello di incertezza che ci è stato rappresentato al tavolo odierno è troppo alto e dà alla nostra organizzazione sindacale la sensazione che anche la partita sulla vendita al privato prospetti l’ennesimo regalo di stato dove a pagare sono sempre i lavoratori ed i cittadini”. Questa invece la posizione di Francesco Rizzo e Sasha Colautti per l’esecutivo Nazionale Confederale USB. “Per USB serve che la discussione sui presupposti di realizzazione del piano di rilancio sia seria, per affrontare nel merito, anche nei territori, il quadro complessivo, anche e soprattutto alla luce dell’ultima sentenza della Corte Europea. Solo partendo da questo possono esserci le condizioni per condividere percorsi gestiti attraverso gli ammortizzatori sociali; ma anche qui non possiamo accettare i numeri così presentati, che ci sembrano fuori dalla realtà: abbiamo detto chiaramente che vanno ridotti drasticamente e che non può mancare un’integrazione salariale importante a tutela del reddito di chi lavora – concludono -. Riteniamo che i messaggi debbano essere di distensione, di prospettiva e di garanzie vere per il futuro. Questo ci aspettiamo”.
(rileggi il nostro articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/04/05/lex-ilva-sulla-strada-della-dismissione/)


Vecchione Giulio
Buongiorno
Dispiace dirlo, ma l unica salvezza è la cassaintegrazione.
Le poche risorse raccattare dai Commissari servono per le materie prime, le manutenzioni e per pagare indotto ed autotrasporti.
Non possono pagare stipendi a persone che non possono fare nulla, perché non c’è la produzione di acciaio necessaria per impiegare più persone
La cassaintegrazione permette di salvare i conti di ADI in AS e di dare un sollievo economico agli operai.
In altri paesi europei ci sarebbero stati una caterva di licenziamenti.
La cosa grave è che manca una visione del futuro di Taranto,di ADI e le altre realtà annesse.
Si tira a campare ma il 2030 è vicino.
E intanto si approfitta dello strumento della cassaintegrazione straordinaria perché nessuno sa che pesci prendere
Saluti
Vecchione Giulio