Se gli alieni arrivassero per la prima volta oggi sulla Terra, atterrando con una navicella spaziale in un punto qualsiasi dell’immensa, ambita ed erosa costa italiana, penserebbero che gli imprenditori balneari siano una categoria fragile della popolazione indigena. Altro che rider, braccianti e operai: gli imprenditori balneari italiani soffrono e pure tantissimo, perché la Direttiva dell’Unione Europea 2006/123/CE detta “Bolkestein”, in riferimento all’economista ed ex commissario UE, impone loro (come a tutti i colleghi di altri 26 Paesi), di partecipare a regolari gare per potersi aggiudicare le concessioni demaniali delle spiagge, in forza delle quali svolgere attività d’impresa. In verità, negli altri 26 Paesi europei non si è sollevato il polverone italiano per le motivazioni che si esporranno a breve. Per il momento, è sufficiente rilevare che il nodo delle concessioni balneari in Italia è la perfetta sinossi di un Paese in piena decadenza, dove il paradosso è rivestito di carattere cogente e il tessuto economico risulta troppo spesso incancrenito e vivacchiante sui fasti di un ideale mangereccio appartenente a un’epoca che volge, fortunatamente, all’imbrunire. La maggiore età raggiunta a suon di proroghe dall’inattuata direttiva, anche se formalmente recepita nel d. lgs. 59/2010, ne è l’infelice prova concreta.

Quando “insistere” non basta più. Cos’è accaduto fino a ieri?

Lungo le coste italiane sussistono quasi 27.000 concessioni balneari, il 70% circa delle quali valgono fino a 2.500 euro: ciò significa che moltissimi stabilimenti pagano allo Stato un prezzo davvero irrisorio per poter “insistere” sul pubblico demanio con ombrelloni, lettini e compagnia bella. Tutto senza contare che per l’Agenzia delle Entrate i due terzi dei gestori non dichiarano al fisco il dovuto degli incassi, ma questa è un’altra storia, purché si tenga presente che il giro d’affari vale circa due miliardi di euro all’anno con un incasso di poco più di cento milioni per lo Stato.

Tutto ebbe inizio con la firma del Re Vittorio Emanuele III al Codice della Navigazione promulgato nel 1942, secondo cui la concessione di un bene demaniale (in cui ricadono anche spiagge, scogliere, ecc.) doveva essere sempre subordinata all’interesse pubblico, nel caso pervenissero più domande su di esso. Fu sotto il Governo Andreotti VII, con una riforma del suddetto codice avvenuta nel 1992, che le cose presero una piega ancor peggiore, attraverso l’introduzione del c.d. “diritto d’insistenza” secondo cui i soggetti già titolari delle concessioni – in ragione della regia normativa previgente – sarebbero stati sempre preferibili ai nuovi pretendenti, e che le concessioni stesse si sarebbero automaticamente rinnovate ogni sei anni. La conseguenza di questa normativa appare lapalissiana: da decine di anni intere cordate o famiglie si sono ritrovate a godere di un ingiustificabile diritto di prelazione, facendo il bello e il cattivo tempo dell’estate italiana, con particolari voli pindarici a Sud, dove il peggio riesce sempre a raggiungere nuove vette quando si tratta di “accomodarsi”. Nel 2009, quindi, la Commissione Europea emise una moratoria all’Italia puntando il dito contro il diritto d’insistenza, sicché il Parlamento italiano lo abrogò e non vi fu alcuna procedura d’infrazione europea. Al contempo, però, la norma italiana ha introdotto il termine di scadenza delle concessioni sussistenti all’anno 2015, finché una nuova legge, nel 2012, ha stabilito la proroga delle concessioni fino al 2020, ma nel 2016 l’Ue ha aperto un’altra procedura d’infrazione nei confronti del Belpaese. Rullo di tamburi: la Legge di Bilancio del 2018 (all’epoca del Governo Gentiloni) ha, infine, esteso il termine delle concessioni sino al 2034, come se la Direttiva Bolkestein non fosse mai esistita.

Il costante aumento dei prezzi avvenuto in questi anni (in minima parte dovuto all’inflazione e in gran parte fondato su un coevo “diritto alla speculazione”), unito all’esasperazione degli arbitrari ed impietosi divieti sull’ingresso di cibi e bevande (assolutamente fuorilegge), nonché alle molteplici restrizioni dei diritti di servitù volti ad agevolare i bagnanti nell’accesso alla battigia pertinente alle aree sottoposte a concessione, hanno concorso a creare un immaginifico “cartello” privo di qualsivoglia credibilità.

Come appare una spiaggia durante uno sciopero degli imprenditori balneari

Dopo il limbo, un futuro “imparziale e trasparente”

L’Italia piccolo-borghese di pasoliniana memoria si sta rivelando tutta nell’estate 2024, in cui chi può permettersi di spendere migliaia di euro l’anno per un “abbonamento al mare” neppure si sente sfiorato dalla questione, e chi non se l’è mai potuto permettere invoca la ghigliottina degli imprenditori balneari in pubblica piazza. La via di mezzo, però, non farebbe male all’economia nazionale. Questo voyeurismo tipicamente nostrano va contemperandosi con delle ragioni di diritto che poco o nulla hanno a che vedere con la desolante fotografia di un Paese circondato da un mare di cui è difficile usufruire. Le concessioni che trovano la loro ratio nella normativa del 1992 sono ufficialmente scadute il 31 dicembre 2023, ed il Consiglio di Stato è già intervenuto sul punto con una nota che rimarca la necessità, per i Comuni, di bandire immediatamente gare “imparziali e trasparenti” per l’assegnazione delle stesse. Invero, è lo stesso Consiglio ad avallare una proroga “tecnica” sino a fine anno, ma questa pare davvero l’ultima battuta di uno sterile braccio di ferro da lasciar macerare nel dimenticatoio delle abiure italiane al più presto.

D’altro canto, un nuovo unicum nella storia mondiale: gli imprenditori balneari italiani hanno dichiarato sciopero per due ore (dalle 07:30 alle 09:30 dello scorso 9 agosto), contro la direttiva Bolkestein, e lo rifaranno almeno altre due volte per un maggior numero di ore. Certo, con calma, abbondantemente dopo i bagordi di Ferragosto, quando l’incasso dell’estate 2024 è già salvo. Trovare il confine fra finzione e realtà, in questi casi, è proprio difficile. Se si pensa che lo sciopero nacque come strumento di pressione dei più deboli contro i “padroni” (e tale è l’intenzione della Carta nel riconoscerlo quale diritto) e, inoltre, se si pensa che al mare dalle sette e mezza alle nove e mezza del mattino non ci vanno neanche le pampanelle, finzione e realtà si mescolano sino a generare una sino ad oggi ignota forma di disgustoso ridicolo. Uno schiaffo in faccia ai poveri e ai lavoratori-poveri, ai pensionati che non ce la fanno, ai giovani precari che non riescono ad accendere un mutuo e a metter su famiglia, ai boomer che sudano sette camicie da quarant’anni e non arrivano alla pensione. Sciopero, poi, consistente nel non aprire gli ombrelloni per due ore di un giorno feriale: che paura, non è che il prossimo passo coinciderà con la sospensione della somministrazione di granite e gelati dalle 3.00 alle 5.00 del mattino?

Per tutte queste ragioni, se gli imprenditori balneari italiani si dovessero sentire “attaccati” dall’UE perché questa direttiva avrà effetti più devastanti sui loro affari che su quelli dei colleghi degli altri Paesi membri, avrebbero assolutamente ragione. Ed è giusto così, considerando che in nessun altro Paese civile esiste una storia meschina come quella che si è appena descritta. Agli imprenditori balneari che sostengono di dover continuare a mantenere i loro privilegi “perché noi provvediamo anche alla pulizia delle spiagge e al decoro delle aree che occupiamo”, l’unica risposta che viene in mente è: “ci mancherebbe pure che lasciate sporco”. Nel frattempo, l’attitudine carnascialesca tipica degli italiani si spiega con manipoli di giovani e meno giovani che, imperituri, cercano lo scontro frontale con i gestori “scaduti” degli stabilimenti, piantando ombrelloni qua e là fra quelli apposti dai vari lidi “privati” perché quelle spiagge, a concessioni avariate, sono tornate “di tutti”: “Power to the People”, ma così non si risolve niente.

La costa italiana è ancora in tempo per salvarsi

Torre Blandamura: un case history tutto tarantino

Nell’estate 2025 la pagina sarà voltata, ma in questi anni anche Taranto ha vissuto la sua buona dose di soprusi e ingiustizie roteanti attorno al tema delle concessioni balneari. Nella valle degli ecomostri che è il Sud, poi, c’è anche qualche (im)prenditore che ogni tanto prova a “stiracchiare” il proprio business oltre i confini già impunemente conquistati. È quanto accaduto un paio d’anni fa nella ai confini della pineta in località Torre Blandamura sul litorale tarantino, dove dalla sera alla mattina comparvero opere cantieristiche prodromiche alla costruzione di un porticciolo turistico. La riprovazione della scoperta da parte degli abituali frequentatori di quel tratto costiero, fu tale da scatenare una petizione online a tutela dell’area demaniale in questione. Dalle successive indagini la procura, infatti, non poté esimersi dall’iscrivere nell’apposito registro ben sette persone, in quanto avrebbero agito a vario titolo configurando le fattispecie di reato ricadenti in: inquinamento ambientale, distruzione di bellezze naturali, abuso d’ufficio e falso. Si segnala, a riprova di quanto esposto nel presente articolo, che la liceità della concessione demaniale in merito all’area attualmente posta sotto sequestro, potrebbe uscirne a pezzi… Anche perché: quale ente preposto consentirebbe mai, stante la vigente normativa, di estirpare 400 mq di macchia mediterranea? E questo è solo uno dei tanti danni provocati all’area in questione da qualcuno che pensa di essere più furbo della Bolkestein, che non sarà la panacea di tutti i mali del mondo ma, quanto meno, permetterà al Paese di non vivere più il mare come un’economia pianificata, garantendo trasparenza e concorrenza, anche nell’ottica di una migliore offerta turistica che non punti soltanto a svuotare le tasche di chi sceglie l’Italia come meta estiva.

4 Responses

  1. Buongiorno
    E se avessero ragione i balneari?????
    Abbiamo visto il risultato delle liberalizzazioni in altri settori economici e non è che le aziende stanno meglio di prima,ma anche i consumatori e gli utenti mica ci hanno guadagnato??????
    E’ necessario invece un controllo rigoroso delle norme da quelle igieniche a quelle ambientali e lasciare libera la battigia per tutti
    Si deve pagare per i servizi, non per la spiaggia
    E poi vedremo quante famiglie storiche tra i balneari riescono a andare avanti lo stesso
    Per le costruzioni annesse ai bagni vale la regola generale che non è possibile chiedere nulla per le migliorie apportate su un bene in concessione o un fitto .
    Saluti
    Vecchione Giulio

  2. In primis un plauso al signor Simone Capiranno, ottimo stile e ricerca storica che raramente ho riscontrato. Sono pienamente d’accordo con lui e spero che sia la volta buona che chiunque possa ambite ad avere in lido in gestione. Io c’ho lavorato e qui in Toscana guadagnano cifre folli, ho letto anche la concessione che parla di rimozione di beni immobili realizzati durante la gestione, in caso contrario verranno incamerato dal demanio stesso, oppure abbattuti di forza dallo stato ed i costi riversati sul gestore uscente!!! Vorrei che la narrazione delle multinazionali venisse meno in quanto se un’azienda non guadagna perché dovrebbe restare? Nessuno si diverte a perdere soldi!!! Di nuovo i miei complimenti al redattore

  3. Sono tutti furfanti che si sono appropriati delle spiaggie come avute di eredità.fate girare la ruota.poi non pagano una lira di tasse allo stato evadendo centinaia di milioni di euro.

  4. Si parla di futuro imparziale e trasparente, dove imparziale deriva dal portafoglio…. Come ha detto Governo Andreotti VII, con una riforma del suddetto codice avvenuta nel 1992, attraverso l’introduzione del c.d. “diritto d’insistenza” secondo cui i soggetti già titolari delle concessioni, sarebbero stati sempre preferibili ai nuovi pretendenti, quindi se una legge mi da un diritto giusto è sbagliato che sia, legge è, quindi un cambio di rotta non va fatta con la ghigliottina. Paragonare l’Italia agli altri stati Europei è palesemente ridicolo, più di mezza Europa non ha i km di spiagge attrezzate che abbiamo in Italia, quindi è una legge a scapito per la maggior parte di un solo stato.
    Si paga poco di demanio verissimo, ma è lo stato che si deve prendere l’impegno di aumentare, è come dire a un automobilista di andare a chiedere di pagare più bollo, pensate che va di sua spontanea volontà ?
    Quando leggo sti articoli mi stupisco della poca logica messa in atto dalle persone, si fa di tutta un erba un fascio, si paragona mele con pere e si tirano conclusioni da dietro a una scrivania/tastiera con la frustrazione di una vita che forse è poco appagante, a volte è più saggio guardare il proprio al posto di puntare il dito. Le cose vanno viste sul campo non lette da articoli palesemente di fazione.

Rispondi a Michele Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *