Di quelle notti, dei sogni estivi di quell’Italia laccata oro, resteranno per sempre impressi i suoi occhi.
Neri, accesi, spiritati. Increduli, sgranati e sognanti. Gli occhi di Totò, sono gli quelli di una nazione che i suoi, se li stropiccia davanti al tubo catodico, mentre si lascia cullare dalle declinazioni artistico – letterarie di un Bruno Pizzul, che in formato “top di gamma”, inscena una lectio magistralis, lunga un mese, sulla nazionale (probabilmente) più forte di sempre, e sul Mondiale che mai potremo digerire.
In realtà, chi come me oggi, si trova a metà degli “enta”, non è che lo Schillaci delle “Notti Magiche” lo abbia vissuto “prime time”.
Ne abbiamo sentito parlare, ne conserviamo infantili e sbiaditi ricordi azzurri, che hanno grosso modo lo stesso profilo delle leggende. Di quel calciatore sappiamo tutto a causa dell’enfasi e dell’amore con il quale ci è stato tramandato, rimasto immutato nel tempo, se non addirittura accresciuto grazie ai tratti genuini di un guascone siculo, al quale sia empaticamente che per debito accumulato a livello familiare, era impossibile non voler bene.
Schillaci è, era e certamente sarà una storia che merita di essere raccontata, perché fa bene al cuore del calcio, più di quanto non abbiano mai fatto Messi, Cristiano Ronaldo e Mbappè. Fredde macchine, e a noi non piace.
Schillaci noi ragazzi dei tardi anni ottanta, lo abbiamo incontrato in differita, imparando come il mantello dell’uomo della provvidenza, in quel mese, gli cascasse a pennello, a tal punto da sembrargli disegnato addosso dall’abile sarto Vicini. Supereroe quasi per caso, senza lieto fine già in quell’ ”estate italiana”. Destino “cinico e baro”, ma anche un po’ stronzo. Questione di secondi, di tempi, di uscite sbagliate. Per info, citofonare Zenga.
Italia ’90 traccia il segno, non solo dell’inesorabile declino di un Paese vissuto al di là delle proprie possibilità, al centro di una bolla, ma anche della parabola di Toto – gol, che in maglia Juve prima, e poi con quella nerazzurra dell’Inter, al netto di un primo anno esaltante (15 reti in 30 gare, ndr), vissuto ancora ad abbeverarsi alla fonte del Mondiale, non sarà più l’uomo dagli occhi di fuoco. Colpa degli infortuni, e del cuore, ma si sa, a quello non si comanda.
L’inquadratura sulla luna che si specchia sul golfo di Napoli, con la quale la Rai saluta i telespettatori dopo la semifinale contro l’Argentina, fa da spin off al sorgere del Sole, o meglio del Sol Levante, dove Schillaci, pur schizzando via, lontano migliaia di chilometri dal suolo patrio, diventa ancora una volta, ancor più intensamente icona del Made in Italy.
In Giappone, primo emigrante calcistico italiano a quelle latituidini, Totò diventa Toto-San: autista privato 24 ore al giorno, interprete al seguito, casa high level, ed un entusiasmo devastante ad accompagnarlo negli stadi. Per loro, per quei tifosi, il filo che lega il Mondiale italiano agli occhi folli di Schillaci non si è mai interrotto, lui lo sente, se ne nutre e trasforma in gol tutto quello che gli passa intorno. Tre anni, cento presenze, sessantotto gol, un titolo nazionale, ed un sorriso ritrovato. Totò è tornato. Idolo, Samurai, Shogun.
Il resto è storia recente, di un uomo divenuto icona, forse troppo presto. Muor giovane chi agli Dei è caro. Arigato, Totò. Ci rivediamo al prossimo Mondiale. Sperando di esserci.
*a cura di Salvatore Carso (editorialista esterno del corriereditaranto.it)
