“L’arredo urbano è pensato per perfezionare non solo l’estetica ma anche la funzionalità dello spazio a disposizione dei cittadini, definendone l’identità e apportando significativi miglioramenti anche alla qualità della vita di chi abita in città”.
Se applichiamo questo concetto dell’urbanistica contemporanea a Taranto, però, il quadro che ne emerge è piuttosto sconfortante: quello di una cittadinanza priva di orgoglio per il proprio territorio, indifferente al vandalismo e che trova nel danneggiamento dei beni pubblici il proprio divertimento massimo.
Non si potrebbe spiegare in altri termini quanto appare agli occhi di chi si accinga a fare una passeggiata in una zona qualsiasi della città: rifiuti abbandonati, deiezioni canine e (soprattutto) tante opere pubbliche deturpate.
L’ultimo eclatante esempio è costituito dalle panchine letterarie. Inaugurate poco meno di due anni fa, tra novembre e dicembre 2022, queste installazioni artistiche nacquero dal progetto collettivo La Factory-handmade in Italy, promosso dall’associazione Il Gazebo Esagonale, in collaborazione con il Comune di Taranto.
L’iniziativa, per di più, rientrava tra quelle ideate dall’amministrazione comunale in vista della candidatura del capoluogo ionico a Capitale Italiana della Cultura 2022.
Realizzate a forma di libro aperto, decorate da artisti (per la maggior parte locali) selezionati attraverso un contest e intitolate ciascuna ad un autore contemporaneo legato alla città, le panchine furono ribattezzate TAlassà (dal greco: mare), per ribadire, anche negli elementi decorativi, il legame della nostra terra con il suo elemento identitario più significativo.
Le otto sedute furono installate in alcuni tra i punti più caratteristici della città: piazzale Bestat, nei pressi della Biblioteca Acclavio, piazza Maria Immacolata, all’interno della Villa Peripato, all’inizio della passeggiata Alessandro Leogrande del Lungomare, corso Due Mari, accanto all’ingresso del Castello Aragonese, in via Cariati a Taranto Vecchia e su piazzale Democrate.
L’obiettivo era quello di permettere a cittadini e turisti di ammirare la bellezza del paesaggio cittadino attraverso un’opera che coniugasse arte e cultura, passato e presente, consentendo anche la ricarica di cellulari e altri dispositivi attraverso una presa USB e un pannello solare di ricarica.
Fortemente voluto anche l’invito alla lettura, presente nei richiami alla forma del libro e agli autori (tra cui Alda Merini, Pier Paolo Pasolini e lo stesso Leogrande): “Se si vuole costruire un futuro culturalmente solido – dichiarò l’allora assessore alla Cultura, Fabiano Marti – non si può prescindere dalla promozione della lettura nelle famiglie, cui aggiungiamo il fatto che Taranto deve basare la sua rinascita sulla crescita turistica”.
Ma cosa ne è stato, due anni dopo, di questo progetto ambizioso? In questo breve lasso di tempo il tarantino medio ha effettivamente dato prova della sua “cultura”, quella basata sul vandalismo: quasi tutte le installazioni hanno il pannello solare inutilizzabile perché fracassato o semplicemente divelto. Ad alcune panchine è stata, invece, sottratta la presa Usb. Le decorazioni, curate da artisti rinomati come Gabriele Benefico, Nunzia Marzella, Carlo Casamassima e Nicola Sammarco, sono state deturpate da scritte, disegni, incisioni o semplicemente grattate via.
La panchina situata accanto alla Biblioteca Acclavio, polo culturale della città, è paradossalmente una delle più devastate, dal momento che anche la struttura è stata danneggiata. Menzione a parte per l’installazione della Villa Peripato, che alcuni mesi fa fu imbiancata “per errore” dalla ditta di manutenzione, cancellandone per intero la parte decorativa.
Insomma, più che fruire l’esperienza artistico-letteraria ipotizzata da Marti, quello che i turisti che continuano a riversarsi tra Borgo e Città vecchia possono apprendere intuitivamente da queste installazioni è che a Taranto esiste ormai da tempo un problema culturale, incentrato essenzialmente sull’assenza di educazione civica e che offre concrete manifestazioni in diversi ambiti.
Certo, un sistema di videosorveglianza che possa prontamente individuare i colpevoli, accompagnato da sanzioni certe e immediate, potrebbe sicuramente fornire un aiuto in una città abituata a tollerare fin troppo chi danneggia il bene pubblico.
Ma è anche vero che si rende sempre più urgente un’opera rieducativa, in tutti i luoghi preposti, che parta dalle nuove generazioni e che insegni non solo il rispetto per la propria città, ma anche il rifiuto dell’indifferenza nei confronti di quanto accade quotidianamente.









Qui si ripropone, per l’ennesima volta, il grande problema di Taranto. Concordo quasi del tutto su quanto esposto. Rimangono solo alcuni dilemmi: 1) vogliamo veramente essere sorvegliati continuamente da qualcosa che somigli al cosiddetto Grande Fratello installando dappertutto telecamere per colpa degli incivili? – 2) questo Grande Fratello di quanti occhi abbisogna affinché funzioni da deterrente? – 3) questi occhi dietro alle telecamere sarebbero veramente utili oppure esordiranno con un “ma mi hai visto?” o ancora con un “ma vuoi essere fiscale?”, domande che mi rivolse un agente di Polizia Locale? – 4) siamo sicuri che gli eventuali colpevoli delle deturpazioni siano sensibili alle eventuali sanzioni, considerando che spesso si tratta di “branchi di ragazzini” o di “extracomunitari sfaccendati” o, ancora, di “ubriachi”? – 5) ha senso tentare di salvare le installazioni creative quando le stesse si trovano in zone completamente trascurate dall’Amministrazione Comunale (vedansi soprattutto la Villa Peripato e il lungomare, e non solo…).
Mi piacerebbe vedere una Città curata dai suoi abitanti ma ho perso ogni speranza. Sebbene io creda nella cultura e nella democrazia, penso che la soluzione si possa trovare solo in una forma di deterrenza assolutistica che, sinceramente, auspico non si crei mai.