Sul processo ‘Ambiente Svenduto’ che riparte per la terza volta negli ultimi undici anni dall’udienza preliminare in quel di Potenza, negli ultimi mesi si è abbattuto uno tsunami giudiziario che ha generato una serie di sentimenti contrastanti: incredulità, sgomento, stupore, rabbia, indignazione, rassegnazione. Stati d’animo comprensibili per l’animo umano ma che, com’è giusto che sia, debbono sempre restare fuori dalle aule dei tribunali, dove l’unico arbitro è il diritto e i sentimenti non sono ammessi.
La sospensione del pagamento delle provvisionali alle parti civili prima e l’annullamento della sentenza di primo grado poi, con tanto di spostamento del processo a Potenza deciso dalla Corte d’Assise d’Appello di Taranto-Lecce, ed infine la prescrizione dei reati per la metà degli imputati, non può che continuare a generare nei cittadini la sensazione che stabilire con certezza i fatti, gli eventi, le responsabilità o meno degli eventi in questo Paese rischi di essere sempre più una chimera.
In realtà però, le cose non stanno esattamente così. Prima di ripercorrere i casi più emblematici e discussi di questo processo, corre infatti l’obbligo di fare alcune precisazioni che vogliamo ribadire con forza, ancora una volta, onde evitare di essere fraintesi o strumentalizzati come avvenuto più volte in passato. La Corte d’Assise d’Appello non si è affatto pronunciata contro la sentenza di primo grado nei suoi contenuti più importanti. Né si è espressa contro i reati contestati agli imputati o contro l’inchiesta (e quindi i dettagli più importanti come le perizie chimiche ed epidemiologiche) che portò al sequestro degli impianti dell’area a caldo del siderurgico, meno che mai il suo pronunciamento riguarda l’avvenuto o meno disastro ambientale nel territorio tarantino.

Non è stato intaccato l’assunto di fondo, ovvero che indipendentemente dal rispetto dei limiti emissivi previsti dall’AIA del 2011, dalle varie aree dello stabilimento sono state generate per anni emissioni diffuse e fuggitive non adeguatamente qualificate, in modo sostanzialmente incontrollato e in violazione dei precisi obblighi assunti dall’Ilva nella stessa AIA e negli atti d’intesa stipulati con le pubbliche amministrazioni al fine di migliorare le prestazioni ambientali e ridurre la fuoriuscita di polveri e inquinanti. E che la circostanza per cui l’attività dello stabilimento si sia mossa all’interno di parametri autorizzati, non varrebbe comunque ad escludere la rilevanza penale della condotta dei dirigenti, poiché il rimprovero mosso dal giudicante nei loro confronti si riferisce all’imponente attività emissiva incontrollata ed incontrollabile, derivante da scorrette modalità esecutive della produzione, nonché da inadeguatezze strutturali degli impianti e dalla mancata adozione di idonee misure di cautela.
La perizia chimica ed epidemiologica hanno fotografato una situazione reale, drammatica: che poi anch’esse possano essere state interessate da qualche errore di procedura o di calcolo, questo andrà dimostrato in aula ed i suoi estensori dovranno invece evidenziarne la bontà. Ma resta il fatto che quanto avvenuto durante la gestione dei Riva (ed anche nel trentennio a guida statale con l’Italsider) ha prodotto un danno ambientale e sanitario innegabile (nonostante in questi anni sia mancata chiarezza generale nella spiegazione dei dati, degli studi effettuati, fattore che ha generato ancora più frustrazione e confusione).
Meno che mai è stata messa in discussione la narrazione sulla vita della fabbrica durante gli anni della gestione Riva con il ruolo sin troppo opaco dei sindacati, raccontata da decine di operai durante le udienze, con le loro testimonianze su un clima tutt’altro che idilliaco. Racconti che hanno trovato spazio negli anni anche all’interno di libri, documentari, convegni, dibattiti, tavole rotonde, che hanno squarciato un velo su quel che accadeva al di là delle mura di cinta della grande fabbrica. Il cui emblema è indubbiamente rappresentato dal caso della palazzina LAF, ritornato in auge con il film dell’attore e regista Michele Riondino per chi di quella storia non aveva mai sentito parlare, ma che la comunità operaia e sindacale tarantina e dell’Italia intera non ha mai dimenticato, visto che divenne il primo caso di mobbing di massa sul posto di lavoro.
Racconti sulla vita nei vari reparti, spesso gestiti dai così detti ‘fiduciari’, o da uomini molto vicini alla proprietà che hanno determinato il mancato rispetto della dignità e dei diritti dei lavoratori. Così come non vi è stato e mai ci potrà essere alcun colpo di spugna sulle tante, troppe morti sul lavoro durante e dopo la gestione dei Riva. Incidenti gravissimi e decessi spesso evitabili, causati da una gestione del lavoro che ha finito per mettere a repentaglio la vita di decine di operai. In gran numero poi colpiti anche dalle malattie professionali legati spesso al lavoro di anni nei reparti più inquinanti e pericolosi dell’area a caldo. Una lunghissima scia di eventi drammatici, che ha sconvolto e compromesso per sempre l’esistenza di decine, centinaia di famiglie. E che questo sia stato e sia ancora oggi il dazio da pagare al mercato, al capitalismo industriale e finanziario, è tesi che non potrà mai essere accettata.
Perché è fuori da ogni dubbio che se si fosse operato in un altro modo, più della metà di questi eventi (da quelli ambientali e sanitari sino ai luoghi di lavoro) si sarebbero potuti tranquillamente evitare. Tutto questo è cristallizzato non solo nel tempo o nei racconti, ma nella mente, nei cuori e nei ricordi di migliaia di operai. E nessuna sentenza di nessun tribunale potrà mai cancellarlo.

Quanto stabilito dalla Corte d’Appello di Taranto lo scorso settembre, riguarda però tutt’altro: ovvero che quel processo andava sì celebrato ma non a Taranto. E’ quindi una sentenza in punta di diritto, che nulla ha a che fare con gli elementi del processo in sé. Che non nega alcunché. Dunque, tanto per chiarirlo ancora una volta ai lettori, non è una posizione o un’interpretazione di parte. Né è una sentenza che appoggia chissà quale teoria negazionista o che si colloca in una posizione appannaggio e tutela degli imputati del processo.
Detto ciò, così come abbiamo fatto in tutti questi anni, non possiamo non evidenziare tutto quello che in questo processo non torna. Ad esempio non sapremo mai il perché la Corte d’Assise di primo grado abbia voluto ostinatamente condannare diversi imputati della pubblica amministrazione e/o avvocati che difendevano l’ex Ilva al tempo dei Riva, nonostante in aula sia stato dimostrato più volte come le intercettazioni dalle quali erano emersi i presunti reati di cui erano accusati, erano state o trascritte male oppure interpretate per seguire una determinata linea processuale. Così come forse non sapremo mai cosa abbia spinto la Corte e i pm dell’accusa a sostenere determinate teorie su presunti complotti, pressioni o altro nonostante non vi fossero prove concrete e inoppugnabili a sostegno di tale tesi.
Tra i casi più emblematici vi è ad esempio quello che riguarda l’ex direttore di ARPA Puglia, il dott. Giorgio Assennato, condannato a 2 anni perchè accusato di favoreggiamento nei confronti dell’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola. Secondo l’accusa, Assennato avrebbe taciuto delle pressioni subite dall’ex governatore, affinché attenuasse le relazioni dell’Arpa a seguito dei controlli ispettivi ambientali nello stabilimento siderurgico. Una tesi sostenuta anche dall’ex responsabile delle relazioni esterne Girolamo Archinà, ma che entrambi gli imputati hanno sempre fortemente negato. Con il dottor Assennato che rinunciò anche alla prescrizione il che comportò, come ‘regalo’ dalla Corte d’Assise di primo grado, una condanna raddoppiata. L’unico vero screzio tra i due (secondo quanto ammesso da entrambi) avvenne quando sulla stampa, il 15 luglio 2010, apparvero dei dati di ARPA Puglia che il governatore ancora non conosceva, perché una ‘gola profonda’ dell’Agenzia li comunicò senza alcuna autorizzazione ad un’associazione ambientalista tarantina che li rese pubblici.
Sempre a proposito del 15 luglio 2010 (giorno nel quale gli inquirenti captarono un’intercettazione tra Archinà ed un esponente del Centro Studi Ilva in cui si menzionava l’attività giornalistica del quotidiano ‘TarantoOggi’ ed in cui si pronunciava la famosa frase ‘ho sempre detto che la stampa andava pagata tutta per tagliarle la lingua’, il che dimostrava ancora una volta come quello fosse l’unico organo di stampa all’epoca libero e indipendente) va ricordato che quel giorno era stata indetta una conferenza stampa per presentare il primo atto del piano di risanamento della qualità dell’aria di competenza della Regione. In precedenza lo stesso assessore Nicastro aveva comunicato alla stampa che seguendo il suggerimento di Arpa, il piano di risanamento avrebbe imposto l’adozione dei Wind-day con riduzionre del 10% della produzione di coke nei giorni di vento dal settore Nord-NordOvest. “Daremo come in campagna in cui si sospende il lavoro nei giorni dicattivo tempo” disse ai giornali Nicastro. Poi la Regione cambiò idea e, nonostante la diffida di Altamarea e la contrarietà del dott. Assennato, decise di limitare il piano al semplice monitoraggio diagnostico: un annacquamento, un errore politico di Vendola e Nicastro. Per questo il dott. Assennato non partecipò alla conferenza stampa in cui si presentava il.piano di monitoraggio redatto da Arpa. Nessuno di Arpa era presente, per sua stessa decisione: un fatto irrituale, una protesta senza precedenti. La conferenza fu anche rinviata di un paio d’ore perché nel frattempo Vendola aveva convocato una riunione coi vertici di ILVA, a cui Assennato non era stato invitato (non sarebbe stato tecnicamente possibile). E’ qui che nasce nei PM la convinzione che quel giorno Assennato avrebbe subito pressioni da Vendola. Come ha dimostrato fornendo il testo delle mail private, Assennato era molto deluso e arrabbiato e per questo non incontrò il dirigente della Regione Antonicelli (anche lui tra gli imputati del processo) a cui Vendola avrebbe ordinato di uscire dalla riunione e di ammonirlo con la famosa frase di non usare le bombe-carta come bombe a mano. Vendola, come detto, era furibondo perché l’associazione Altamarea aveva avuto da qualcuno del laboratorio microinquinanti di Taranto i dati del Benzoapirene nei primi mesi del 2010, dati che non erano ancora stati ancora inviati alla Regione e che lo stesso Assennato ancora non conosceva.
Ad una collaboratrice brindisina che chiese al dott. Assennato come fosse andata la conferenza stampa, lo stesso rispose: “Ho aspettato venti minuti. Antonicelli e Nicastro erano in riunione da Vendola, e sono andato via. Non mi faccio trattare così da nessuno”. Che sarebbero le famose tre ore di anticamera di cui parlò all’epoca Archinà. Assennato non nominò mai la riunione con i dirigenti dell’ex Ilva, tra cui il patron Emilio Riva, perché non sapeva chi fosse presente a quella riunione.
Ciò che ha lasciato sempre perplessi (ad esser buoni) è che il processo ‘Ambiente Svenduto’ si poggia anche e soprattutto sulle attività di indagini ambientali svolte da ARPA sotto la gestione decennale del dott. Assennato (oltre che dei dati e degli studi dell’ASL di Taranto). Una mole infinita di dati, di indagini, di rapporti, di relazioni che hanno provato, spesso, l’inquinamento prodotto dal siderurgico sotto la gestione Riva (nonostante in molti casi i parametri di legge fossero comunque rispettati). Eppure, uno dei maggiori conoscitori e difensori del rispetto delle norme ambientali, colui il quale introdusse la Valutazione del Rischio Sanitario con la finalità di stabilire i livelli di emissione compatiti con la salute umana, oltre ad aver realizzato le prime Valutazione del Danno Sanitario (2013-2016), è stato messo sul banco degli imputati insieme a chi quell’azienda di fatto gestiva. Quali siano state le colpe e i reati commessi dal dott. Assennato ancora oggi resta avvolto nel mistero. Per l’ex dg è scattata la prescrizione a cui questa volta non rinuncerà, saggiamente aggiungiamo noi.
Altro caso fortemente ambiguo, il grossolano errore commesso nei confronti dell’ex presidente della provincia di Taranto, Gianni Florido. In un’udienza del luglio 2018, venne infatti dimostrato in aula che la frase incriminata che portò gli inquirenti a ritenere l’imputato colpevole del reato di concussione avvenuta e di una tentata ai danni di un altro dirigente della Provincia di Taranto, Ignazio Morrone, che subentrò a Luigi Romandini (il teste principale dell’accusa) nella direzione del settore Ambiente, non era mai stata pronunciata. La tesi accusatoria poggiava sulle presunte pressioni che Florido avrebbe messo in atto per far sì che l’azienda ottenesse l’autorizzazione ad adeguare la discarica Mater Gratiae, evento peraltro mai avvenuto sotto la sua presidenza, ma soltanto il 13 ottobre 2013 grazie ad un decreto del governo quando lo stesso era agli arresti domiciliari. Nel calderone finirono insieme a Florido anche ***** [Dato rimosso su richiesta legale dell’interessato – diritto all’oblio] ed un dirigente dell’ente, Vincenzo Specchia. I primi due furono condannati a tre anni, il secondo a due con pena sospesa.
In realtà, come emerse dalle varie udienze, la Provincia era intenzionata a concedere l’ok con una serie di prescrizioni, al termine di un iter lunghissimo (con un passaggio anche al TAR), che comportò le proteste della proprietà dei Riva. Non va dimenticato però, che in quegli stessi anni la Provincia avviò una la causa contro l’Ilva, perché gli scarichi idrici del siderurgico fossero controllati a piè di impianto e non a fine di impianto, come invece voleva l’azienda. O quando nel 2007 sempre la Provincia finanziò con 1 milione e 700.000 euro l’ARPA (con il dr. Assennato che dichiarò pubblicamente “Io ringrazio Florido, la Provincia perché ha armato l’ARPA”) per acquistare i primi spettrometri per controllare le polveri e le diossine. Mentre nel 2008 l’ente finanziò l’A.S.L. di Taranto con centomila euro per effettuare la prima indagine di coorte sullo stato di salute dei cittadini del quartiere Tamburi e Paolo VI. Nel 2011 sempre la Provincia chiese all’Ilva di adeguare le fideiussioni sulle discariche, operazione che andava effettuata nel 2008. L’Ilva passò – pagava poche centinaia di migliaia di euro – a 300 milioni di euro di richiesta di fideiussioni.
Inoltre, sempre delle udienze, emerse come alla base delle accuse mosse nei confronti degli imputati, vi fossero conflitti interni alla Provincia, posti da dirigente in ballo, soldi da restituire all’ente da parte di alcuni dirigenti indebitamente percepiti. Insomma, nulla che c’entrasse con le vicende dell’Ilva sulle quali in aula non fu dimostrata alcuna condotta illecita da parte degli imputati: eppure ci sono state indagini, intercettazioni, arresti, carcere, condanne, umiliazioni pubbliche, vite politiche e private segnate e distrutte per sempre, anni di vita andati perduti. E che nessuno potrà restituire indietro. Anche per Florido, *** dato rimosso su richiesta legale – diritto all’oblio – *** e Specchia è sopraggiunta la prescrizione.
Altro caso spinoso quello che ha riguardato l’avv. amministrativista Francesco Perli, nei confronti del quale si verificò un gravissimo errore di trascrizione di un’intercettazione, sulla quale la Procura aveva di fatto fondato le sue maggiori accuse. Errore che comportò l’interruzione dell’udienza, un ritiro in Camera di Consiglio da parte della Corte d’Assise, la convocazione in tutta fretta del perito nominato dalla Procura che ammise davanti alla Corte l’errore di trascrizione. In quell‘intercettazione telefonica, grazie alla quale la Procura accusò l’avv. Perli di aver pronunciato la parola ‘inquinato‘ gli atti, lo stesso avvocato semplicemente affermava di aver ‘impugnato‘ gli atti.
Nei conforti di Perli pende anche l’accusa di aver lasciato intendere in alcune intercettazioni, che l’AIA concessa all’Ilva nell’agosto del 2011 fosse stata in quale modo pilotata dalla stessa azienda, che avrebbe ottenuto una serie di agevolazioni in sede di istruttoria. Inoltre, nel processo Perli si è difeso dall’accusa di aver violato il segreto parlando dell’iter dell’AIA, affermando che il procedimento è pubblico, oltre ad aver negato di essere stato presente alla famosa riunione in Regione tra Vendola e i dirigenti dell’ex Ilva (con Archinà che sostenne la tesi che il dott. Assennato venne volutamente lasciato per tre ore in anticamera dallo stesso governatore) perchè quel giorno era in udienza a Milano come attestato dal verbale del giudice prodotto in giudizio, evento che però non è servito ad evitargli la condanna di cinque anni in primo grado. Anche per l’avv. Perli è scattata la prescrizione.

E’ bene ribadire e sottolineare come tutte queste persone, così come tutti gli altri imputati, si sono sempre difesi all’interno del processo e che avrebbero voluto veder riconosciute le loro ragioni al termine dello stesso, venendo assolti. La prescrizione è un loro diritto e se mai è figlia degli errori e delle lungaggini della macchina giudiziaria. E chieder loro di rinunciare alla prescrizione invece di chieder conto degli errori di cui sopra a chi di competenza, è un atto vile oltre che meschino. La realtà è che sarebbe stato molto più opportuni e sensato separare l’ambito riguardante i reati più gravi, da quelli imputati alle amministrazioni e agli enti di controllo. Aggregare tutto e tutti nello stesso calderone ha di fatto comportato l’ingolfamento del processo e l’equiparazione di tutti gli imputati allo stesso livello, pur ricoprendo ruoli completamente differenti e opposti in tutta questa vicenda.
Altri due casi resteranno avvolti nel mistero. A cominciare, ad esempio, dal mai chiarito caso di presunta corruzione da parte dell’ex responsabile delle relazioni esterne dell’ex Ilva, Girolamo Archinà nei confronti di un ex perito della Procura (il consulente Lorenzo Liberti), attraverso la consegna, sostenuta dall’accusa e smentita dalla difesa, di diecimila euro all’interno di una busta in una stazione di servizio nei pressi di Acquaviva delle Fonti sulla A14. In udienza non vi fu certezza assoluta che quello scambio avvenne e che quei soldi fossero il tentativo di corruzione del perito (Archinà sostenne che fossero la donazione annuale dell’azienda alla curia per l’organizzazione della Settimana Santa). Venuto a mancare l’imputato, non sapremo mai la verità.
Così come resteranno per sempre nel limbo le dichiarazioni rese in aula nel febbraio del 2020 da Fernando Severini, teste a prova contraria della difesa, Ispettore del lavoro, responsabile della Sezione di P.G. dell’Ispettorato, Sezione Tecnica, per quarantatré anni, fino al primo dicembre 2012. Al centro delle due udienze, l’inquinamento del I seno del Mar Piccolo e l’attività di indagine svolta dall’ex pm Petrocelli, relativa a delle attività collegate con l’Arsenale di Taranto. Dalle due udienze che lo videro protagonista, emerse chiaramente “che era assolutamente impossibile portare in avanti l’esercizio del bacino per condizioni strutturali precarissime ed estreme condizioni di pericolosità”. Un’indagine che avrebbe dovuto portare al sequestro di diverse aree dell’Arsenale che sarebbe dovuto avvenire la mattina nella quale il tutto venne misteriosamente bloccato. Anche su questo però, difficilmente sapremo mai la verità: sia perché il giudice Petrocelli è venuto a mancare diversi anni fa, sia perché non risulta alcun fascicolo d’indagine aperto in tal senso dalla Procura, sia perché il teste in aula ha affermato che parte dell’incartamento di quell’attività d’indagine è sparito.

Sia ben chiaro, ancora una volta, che qui non si è mai voluta sostenere chissà quale tesi innocentista, anzi (non fosse altro perché chi scrive condusse una battaglia senza quartiere negli anni ante 2012 dalle colonne del quotidiano locale ‘TarantoOggi‘ nei confronti dell’inquinamento dell’ex Ilva al tempo dei Riva, e non solo nei confronti di quello del siderurgico, in totale solitudine giornalistica fatta eccezione per il sito inchiostroverde.it). Inoltre, chi scrive ricorda benissimo il clima di quegli anni ante 2012: quella commistione e connivenza che si respirava nell’aria tra grande industria (ricordiamo sempre che qui dal 1952 opera l’innominabile Eni oltre al cementificio Cementir che aprì lo stesso anno dell’ex Ilva, con la presenza ingombrante della Marina Militare), classe politica, imprenditoria, organizzazioni sindacali, stampa, tanti componenti della società civile, Curia e massoneria. Quel clima che di fatto esiste ancora oggi e che non abbiamo dimenticato e che non ignoriamo affatto. Si era oggi come allora tutti dalla stessa parte, tranne rarissime eccezioni, collegati da legami personali, amicali e parentali tutt’altro che limpidi. E come abbiamo denunciato centinaia, migliaia di volte, è sempre stato principalmente questo e lo è ancora oggi, il vero male di questo territorio. Ma da qui a far passare tutto questo come reati in un’aula di tribunale, come insegnano la storia e la giustizia ce ne passa.
Ma tornando al processo, qui si vuol semplicemente evidenziare come i tanti casi opachi a carico di alcuni imputati, abbiano reso questo dibattimento tutt’altro che limpido e cristallizzato come in tanti ancora oggi credono. Sono quelli che pensano che la magistratura debba supplire alle mancanze della politica, usandola come una mannaia nei confronti di chi ancora oggi vuol provare ad intraprendere la strada del confronto e delle soluzioni ragionate e sensate. Esultando per ogni indagine, per ogni inchiesta, per ogni arresto, per ogni rinvio a giudizio, per ogni condanna: ma solo e soltanto se ciò riguarda il proprio ‘nemico’ e avalla il proprio teorema poggiato spesso su preconcetti e presunzioni nel possedere la verità assoluta. Perché in caso contrario, anche la magistratura, gli stessi giudici o pm, diventano nemici. Come se la giustizia fosse qualcosa di personale, come se i magistrati dovessero agire su mandato di qualcuno, invece che essere uno dei tre poteri sui quali abbiamo fondato lo stato di diritto e gli Stati moderni. Per questo i magistrati tarantini e con essi le forze dell’ordine che hanno lavorato a quella gigantesca inchiesta andranno comunque sempre ringraziati per il lavoro svolto.
La speranza, che dovrebbe appartenere invece ad ogni singolo cittadino, è che ogni dubbio, ogni errore, venga fugato oppure riconosciuto. Perché soltanto così si potrà parlare di giustizia giusta, di stato di diritto garantito, sia per le vittime che per i colpevoli su quali vige sempre la presunzione d’innocenza sino all’ultimo grado di giudizio. L’art. 533 del codice di procedura che ha come titolo “condanna dell’imputato”, prevede che “Il giudice pronuncia sentenza di condanna se l’imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio”. Non dimentichiamolo mai. Specialmente in questi anni di esasperato giustizialismo degna della peggiore Santa Inquisizione.
E’ fuori da ogni dubbio che questo processo deve essere svolto e deve arrivare sino all’ultimo grado di giudizio. Che si arrivi ad un verdetto finale chiaro senza ombre. Che questo avvenga è nell’interessi di tutti, in particolar modo per tutti la città di Taranto. Perché per ragionare serenamente sul presente e guardare al futuro con maggiore fiducia, il passato non può più essere avvolto nell’ombra.
(leggi tutti gli articoli sul processo Ambiente Svenduto https://www.corriereditaranto.it/?s=ambiente+svenduto&submit=Go)


Buonasera
Grazie sig. Leone per la chiarezza e la imparzialità nel raccontare le vicissitudini giudiziarie dal 2012 al 2024.
Come ho già ribadito in altro mio intervento non aver tutelato i diritti degli imputati ad un giusto processo, oggi ci porta a non poter tutelare in tempi ragionevoli i diritti di coloro che hanno subito danni da inquinamento ambientale.
Gli errori commessi dai Giudici del Tribunale di Taranto sono imperdonabili.
Speriamo che i Giudici di Potenza, sulla scorta degli errori commessi dai colleghi Tarantini, possano finalmente fare chiarezza e portare Giustizia.
Intanto fanno bene il Dott Assennato e gli altri ad usufruire della prescrizione.
Non si può vivere una vita intera in attesa di essere condannato o assolto.
Saluti
Vecchione Giulio
Carissimo professore Leone, chi sa se i giudici del prossimo ambiente svenduto avranno il coraggio di leggere questo suo articolo. Per parte mia lo conserverò e lo tirerò fuori e proverò a farlo pubblicare. Un fortissimo abbraccio Gino.demarzo@gmail.com
Ormai da tempo assistiamo a scene di “giustizia raccapriccianti” ,assistiamo a partiti tipo i sinistri che vanno contro gli interessi nazionali degli italiani ,che forse dovremmo incominciare a dire che la giustizia è un valore aggiunto o qualcosa che non esiste specialmente a Taranto,una città per modo di dire ridotta ad uno stralcio e siamo sempre più ridicoli e ingiustamente trattati come degli stupidi a certi livelli ..ordini superiori che partono da chi? Udienze spostate perché? ,come mai ? E in quanti a svendite ormai andiamo forti,vendiamo tutto oltre l’ambiente ,tra qualche anno non sappiamo chi bestemmiare per tutto lo schifo che ci circonderà,per poi pensare e dire chi è causa del suo mal pianga se stesso,per cui l’ignavia che ci circonda,ci ha condannati a vivere in una terra che poteva essere bella e affascinante,ma in realtà siamo anni luce da tutte le altre province ,perché vincerà sempre il detto “ce me ne futte a me”..per cui qualsiasi cosa accadrà leggeremo l’articolo sproloquio che pochissimi tarantini hanno voglia di leggere,ma che dulcis in fundo per la teoria del ceme ne futte a me si può omettere di venirne a conoscenza ,tanto possono defecarci in bocca il discorso non cambierebbe .. Taranto è terra di conquista , mai sarà città di giustizia o di cultura e nemmeno la coltura che alle cozze sarà vietata la commercializzazione in quanto inquinate…ambiente svenduto oggi è regalato e a quanto pare pure risarcito,wow la Bella addormentata d’Italia siamo solo noi .