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Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, su indicazione del ministro Adolfo Urso, ha autorizzato i Commissari straordinari di Acciaierie d’Italia in AS e di ILVA in AS ad avviare una negoziazione in via preferenziale con la cordata azera guidata da Baku Steel Company (BSC) e Azerbaijan Business Development Fund (ABDF).
Il via libera del Mimit giunge in seguito alla richiesta pervenuta il 21 marzo scorso dalle due terne commissariali di Acciaierie d’Italia in AS e di ILVA in AS e al parere favorevole espresso dal Comitato di Sorveglianza.
L’offerta di Baku Steel per l’ex Ilva è stata quella considerata migliore dai commissari straordinari di Acciaierie d’Italia (Davide Tabarelli, Giovanni Fiori e Giancarlo Quaranta affiancati dai consulenti di Boston Consulting Group), che l’hanno quindi sottoposta al vaglio del ministro Urso.
Nella proposta della società azera vi sarebbe anche la richiesta di un ingresso nel capitale sociale di Invitalia, che potrebbe entrare nella partita con una quota del 10% della nuova compagine azionaria dell’ex Ilva (pari a circa 50 milioni di euro di capitale di rischio). Eventualità che però dovrà essere autorizzata dal governo con una nuova norma ad hoc.
Resta infatti anche da capire quali saranno i ruoli e i compiti assegnati ai vari dirigenti attualmente i carica in Ilva in AS e AdI in AS: nell’ambiente della siderurgia infatti, si mormora che gli attuali commissari dovrebbero mantenere un ruolo, in particolare l’ing. Quaranta a cui il ministro Urso non vorrebbe in alcun modo rinunciare.
Nella seconda fase di negoziazione esclusiva con Baku, potrebbe anche rientrare anche una società terza, come ad esempio Jindal Steel International (in questo caso però siamo ancora nel campo delle ipotesi).
Facciamo ora un piccolo riepilogo di quanto si conosce ad oggi.
Restano da sciogliere però diversi nodi relativi al piano industriale. Baku Steel non ha mai gestito un impianto grande come quello di Taranto (tanto è vero che diverse fonti vicine al dossier da tempo parlano della possibilità che la società affidi la gestione degli impianti di Taranto a tecnici russi, come riportato anche dal quotidiano ‘Domani’), visto che gestisce un’acciaieria con capacita produttiva di 800mila tonnellate all’anno.
Inoltre vi è il nodo relativo ai livelli occupazionali, che comprenderebbero non più di 7800mila unità, a fronte degli attuali 9773 dipendenti (senza dimenticare le 1.707 unità di Ilva in AS che quasi certamente resteranno in questa società), con l’idea di assorbire gli esuberi attraverso un percorso di incentivo all’esodo e prepensionamento. Il tutto, ovviamente, dovrà passare da un accordo con i sindacati che ad oggi appare tutt’altro che scontato. E senza dienticare tutto il mondo dell’indotto e dell’appalto, che rischia di subire altri importanti tagli.
Nei piani di Baku Steel ci sarebbe una fabbrica con soltanto un altoforno e due forni elettrici, che col tempo dovrebbero diventare tre (mentre l’altoforno verrebbe chiuso sul medio periodo). Con una produzione che non supererebbe i 6 milioni di tonnellate annui di acciaio prodotto.
Senza dimenticare che in questa partita gioca un ruolo primario la procedura attualmente in corso per quanto concerne il riesame dell’Autorizzazione Integrata Ambientale, che dovrà avere il via libera del ministero dell’Ambiente e della Salute: al momento siamo nella fase delle interlocuzioni all’interno di un tavolo tecnico richiesto dall’azienda, in particolar modo dopo che l’Istituto Superiore di Sanità ha ‘bocciato’ la Valutazione d’Impatto Sanitario redatta dall’azienda, che a sua volta ha contestato il parere dell’ISS. Argomento sul quale torneremo a breve perché sullo stesso vi sono importanti novità.
Attualmente AdI prosegue la sua attività produttiva in deroga, visto che il Piano Ambientale è scaduto nell’agosto del 2023, con alcune prescrizioni che hanno ottenuto una serie di proroghe dal ministero dell’Ambiente. Ma senza una nuova autorizzazione di fatto l’azienda rischia il fermo produttivo, con la procedura di vendita che non potrebbe quindi essere conclusa.
L’offerta della cordata azera cordata composta da Baku Steel Company e Azerbaijan Investment (un fondo statale che dispone di un importante forza finanziaria ed energetica del gas, con la possibilità di installare una nave rigassificatrice nella rada di Mar Grande, senza dimenticare il gas che arriva in Italia tramite il TAP) ammonterebbe ad un miliardo di euro (500 milioni di valutazione del magazzino più 600 milioni per l’acquisto degli impianti), affiancata dalla promessa di quattro miliardi di investimenti da mettere a terra in cinque anni.
E da una richiesta avanzata allo Stato italiano di 5,5 miliardi di euro, giustificati come incentivi sugli investimenti, sull’energia, crediti garantiti dallo Stato (Sace al 70%). Una richiesta di risorse economiche non indifferente, sulla falsa riga di quello che è gia accaduto in altre nazioni, come la Francia, la Germania, l’Inghilterra o in altre nazioni extra Ue (India, Russia, Cina, Stati Uniti), dove i vari Stati hanno sovvenzionato e continuano a sovvenzionare le grandi aziende siderurgiche in particolar modo per la transizione produttiva (dal ciclo d’altoforno a quello elettrico) o nella gestione della mitigazione dell’impatto ambientale e sanitario sui territori.
Sicuramente nelle prossime settimane ne sapremo di più.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2025/03/20/ex-ilva-scelta-lofferta-di-baku-steel/)


