L’ennesimo manifesto contro l’ennesimo decreto definito salva-Ilva. Le associazioni non mollano, il governo pure. O viceversa. L’ultimo provvedimento stanzia ulteriori risorse per garantire la continuità produttiva. In questo modo si mettono a disposizione risorse sino a 400 milioni. Per movimenti, comitati e cittadini vengono sottratti fondi alle bonifiche “ed è una vergogna”.

Inoltre, insistono, le norme sulla valutazione preventiva dell’impatto sanitario solo all’apparenza sono emanate per adempiere alle disposizioni della Corte di giustizia dell’Unione europea, ma penalizzano il diritto alla salute, basando le valutazioni su vecchi limiti superati anche dalle indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Cittadini e associazioni hanno spiegato in una conferenza stampa il loro punto di vista sugli ultimi atti del governo che riguardano l’ex Ilva, prossima ormai a passare nelle mani degli azeri di Baku Steel, presentando il grande manifesto affisso in viale Magna Grecia, quasi all’altezza di corso Italia. Sul lato sinistro campeggia la scritta “Su tutte le malattie e le morti dovute all’inquinamento industriale restano, indelebili, le vostre impronte digitali. Rappresentanti dello Stato italiano vergognatevi”. Accanto una vignetta di Zaza ritrae una caricatura della premier Giorgia Meloni con la bocca cucita e in testa una ciminiera, che indossa la fascia tricolore. Infine, due nuvolette con le frasi “si torna a produrre a 8 milioni di tonnellate” e “fatevene una ragione …di Stato” e la scritta “Produzione garantita, sopravvivenza no”.

L’iniziativa porta la firma di Genitori tarantini, Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, WWF Taranto, Comitato per la difesa del territorio jonico, associazione Progentes, Comitato Donne e Futuro per Taranto libera, Anta-Associazione Nazionale Tutela Ambientale, Parco Regionale del Mar Piccolo, Comitato per la Qualità della Vita, assoziazione Nobilissima Taranto, Comitato 16 Novembre, Anief-Sindacato Scuola Taranto, Lavoratori Metalmeccanici Organizzati, associazione Pittaggio del Baglio, associazione Itaca, associazione Dedalo, associazione SOS Cittadino, associazione Le Gambe di Mazinga, Comitato Quartiere Tamburi, cittadine e cittadini.

Durante la conferenza si è parlato degli ultimi sviluppi che riguardano il territorio, anche con riferimento al rigassificatore, al dissalatore sul fiume Tara e al parco fotovoltaico in Mar Piccolo.

Chiaramente la vicenda ex Ilva domina la scena. L’avv. Maurizio Rizzo Striano, che insieme al collega Ascanio Amenduni, assiste gli 11 cittadini che hanno promosso l’azione inibitoria contro l’ex Ilva davanti al Tribunale delle imprese di Milano (la prossima udienza è fissata per il 22 maggio), ha definito l’ultimo decreto “ammazza tarantini”.

Si tratta “di un decreto indegno – ha affermato Massimo Castellana, portavoce dell’associazione Genitori Tarantini – contro la salute dei cittadini, contro la salubrità ambientale, contro la dignità di un territorio che sembra essere distaccato dal resto d’Italia, quasi fosse un possedimento”.

Secondo Castellana “questo decreto sembrerebbe prendere atto delle conclusioni della Corte di giustizia dell’Ue, ma in realtà va in direzione diametralmente opposta in quanto richiama dei limiti di emissioni che sono contenute nel decreto legislativo del 2010 (governo Berlusconi) che imponeva dei limiti molto alti per le emissioni”.

Quindi, “non aderisce – ha fatto rilevare – alla sentenza della Corte, la quale stabilisce che qualora, nonostante le migliori tecnologie disponibili, ci fosse ancora un rischio per i cittadini e per gli operai, i limiti devono essere ulteriormente ridotti. E afferma che dovrebbero far riferimento ai limiti della Comunità Europea fino a spingersi a dire di osservare i limiti dell’Organizzazione mondiale della sanità che sono molto più bassi rispetto a quelli contemplati dalla legislazione italiana”.

Per l’operaio di Ilva in As Stefano Sibilla del sindacato LMO-Lavoratori metalmeccanici organizzati “non vogliono vedere quello che c’è sotto la falda, nei terreni dell’area a caldo e non solo. Gli operai ci lavoreranno per anni e quei lavoratori si ammaleranno e moriranno per tumore. Noi questo non lo accettiamo. Come sindacato siamo contro tutte queste politiche. Quella fabbrica bisogna fermarla perché continua a causare un disastro ambientale”.

 

 

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