Ascolta l’audio dell’articolo
Torneranno ad incontrarsi nel tardo pomeriggio di oggi a Roma, a Palazzo Chigi, per un aggiornamento sulla vicenda ex Ilva il governo, i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia in Amministrazione Straordinaria e i sindacati metalmeccanici.
Come riportato nei giorni scorsi, fonti vicini al dossier sostengono come sia altamente probabile che il governo possa varare a stretto giro un nuovo provvedimento economico per immettere nuova liquidità nelle casse della società, per mantenere in attività l’azienda attualmente in marcia con un solo altoforno (il 4) dopo l’incendio che lo scorso 7 maggio ha messo fuori uso l’altoforno 1, sotto sequestro giudiziario senza facoltà d’uso. Difficile al momento immaginare un prossimo dissequestro dell’impianto, almeno sino a quando non sarà stata fatta chiarezza sulle cause del grave indicente.
Fermo anche l’altoforno 2, che sarebbe dovuto ripartire lo scorso marzo portando proprio alla fermata di Afo 1: operazione prevista nel piano di ripartenza dei commissari straordinari di AdI in AS (con scadenza 2026) venuta meno a causa della mancanza delle risorse economiche necessarie per acquistare il nuovo crogiolo (stessa operazione che era prevista per Afo 1). Con l’altoforno 4 che viene gestito con fermate programmate continue per le operazioni di manutenzione previste per evitare che possa usurarsi troppo in fretta.
Senza dimenticare che per quanto riguarda il reparto delle acciaierie, dei tre convertitori di Acciaieria 1, solo il Convertitore 1 è operativo. Dal 3 giugno, il gasometro di Acciaieria 2 ha subito una fermata programmata per circa 30 giorni, con gravi ripercussioni: stop ai convertitori, alla fossa siviere e alla produzione, con il 75% della forza lavoro che sarà sospesa.
Oltre a conoscere quali saranno i prossimi provvedimenti del governo, le organizzazioni sindacali sperano di ricevere degli aggiornamenti concreti in merito alla trattativa in corso con il gruppo azero Baku Steel, sulla quale le informazioni sono state sempre piuttosto scarse. Quel che appare abbastanza chiaro ai più, è che senza le opportune garanzie anche questo matrimonio con un nuovo gruppo privato sarà destinato a fallire. Del resto lo stesso ministro Adolfo Urso nei giorni scorsi ha dichiarato che il gruppo indiano Jindal e il fondo americano Bedrock sarebbero ancora in corsa per avanzare eventuali rilanci con nuove offerte economiche, segno evidente di come di certezze al momento ve ne siano davvero poche, specie sul percorso di decarbonizzazione che dovrebbe traguardare il passaggio dagli altoforni ai forni elettrici nei prossimi dieci anni.
In siffatto contesto alquanto precario, i sindacati proveranno a mettere sul tavolo anche il delicatissimo nodo occupazionale. Attualmente, dopo l’incidente all’altoforno 1 sono 4.046 i lavoratori in cassa integrazione in tutto il gruppo. In particolare, il sito di Taranto vede 3.538 cassintegrati divisi tra le varie aree, quello Genova 178, Novi Ligure 163 e Racconigi 45.
Senza dimenticare gli oltre 1600 lavoratori che dal 2018 sono collocati in regime di cig in Ilva in Amministrazione Straordinaria (la società che di fatto è ancora la proprietaria di tutti gli impianti del gruppo siderurgico italiano) e che secondo gli accordi stipulati all’epoca con ArcelorMittal sarebbero dovuti rientrare a tutti gli effetti in organico a settembre 2025. Anche se gli stessi furono poi sacrificati negli accordi del marzo 2020 sottoscritti da ArcelorMittal e commissari straordinari di Ilva in AS, per dare vita ad Acciaierie d’Italia con l’ingresso dello Stato nel capitale sociale dell’azienda tramite Invitalia, durante la gestione del governo Conte II.
E con un occhio particolare ai lavoratori dell’indotto, occupati in decine di aziende che ogni giorno operano nel siderurgico, che superano le cinquemila unità e che sono da sempre l’anello debole della catena. Non solo perché la maggior parte di loro è inquadrata con il contratto multiserivizi notoriamente con meno tutele sotto ogni punto di vista rispetto a quello dei metalmeccanici. Ma anche e soprattutto perché l’eterna crisi economica del siderurgico si abbatte a fasi alterne come uno tsunami sulle aziende dell’indotto nel pagamento delle fatture, comportando a sua volta ritardi nei pagamenti degli stipendi e nelle procedure di parte della cassa integrazione dei lavoratori.
Da tempo infatti, le organizzazioni sindacali chiedono che si apra una discussione sul futuro di quelle migliaia di lavoratori che rischiano di essere espulsi definitivamente dal siderurgico. Tutele che in questo senso potrebbero arrivare sia dalla contrattazione di un nuovo esodo incentivato (come accadde già nel 2018 all’interno della trattativa con ArcelorMittal), sia da eventuali interventi normativi che possano guardare al prepensionamento tramite una legge speciale che possa anche essere vista come un risarcimento per chi per decenni ha svolto un lavoro usurante esposto a gravi ripercussioni di salute.
Il tutto, mentre si attende di conoscere la redazione finale del parere istruttorio conclusivo del gruppo istruttore in relazione al riesame dell’Autorizzazione Integrata Ambientale, lavoro conclusosi lo scorso 4 giugno e che approderà a breve sul tavolo della Conferenza dei Servizi, che dovrà esprimersi sullo stesso a stretto giro. Soltanto dopo arriverà il decreto del ministero dell’Ambiente, tassello imprescindibile per consentire al siderurgico di proseguire la sua attività.
A meno che nel frattempo non venga meno in via definitiva anche l’ultimo altoforno in funzione o la magistratura, in questo caso il tribunale di Milano, non imponga uno stop all’attività produttiva dell’ex Ilva in attesa di conoscere cosa preveda la nuova AIA in termini di prescrizioni ambientali e tutela della salute.
(leggi tutti gli articoli sull’ex Ilva https://www.corriereditaranto.it/?s=ilva&submit=Go)

