Era il 30 maggio 1987 quando i Duran Duran si esibirono per la prima volta a Bari allo Stadio delle Vittorie nel corso dello “Strange Behaviour tour” ( la tournée che faceva seguito all’album Notorius, il primo della band inglese senza il chitarrista Andy Taylor ed il batterista Roger Taylor, membri originari, poi rientrati nella band nel 2003, il primo poi uscì nuovamente nel 2007).
La venue di Bari viene ancora oggi menzionata dai membri dei Duran per qualcosa di particolare che accadde in quell’occasione, tanto da meritare un paragrafo del libro autobiografico “In the Pleasure Groove” del 2012, scritto dal bassista John Taylor, un vivido ricordo di Nick Rhodes qualche settimana fa in un programma web condotto dal giornalista musicale Red Ronnie ed un accenno sul palco all’interno della Fiera del Levante di Bari, a distanza di 38 anni, proprio del cantante Simon Le Bon.
Praticamente a causa di un nubifragio che inzuppò il terreno di gioco dello stadio i Duran Duran furono costretti a suonare con il pubblico a distanza mentre sul prato davanti a loro nelle prime file si ritrovarono ad avere soltanto un nugolo di carabinieri, poliziotti e ambulanze. “Ma lo spettacolo è stato fantastico e memorabile lo stesso”, ha rammentato Le Bon.
Piaccia o no, specie a certa stampa snob, i Duran Duran sono tra i pochi superstiti degli anni ’80 che producono con una certa credibilità ancora dischi nuovi e vanno in giro in tour (gli altri sono Depeche Mode, U2, Cure e Simple Minds). Ciò grazie alla loro incredibile capacità di adattamento alle ere musicali ed al fatto che hanno ancora curiosità e passione per la musica pop.
Certo lo show portato in Europa in questi giorni e precedentemente negli Stati Unti è molto eighties oriented, considerato che 3/4 dei brani in scaletta pescano da quel decennio che prima li ha idolatrati e poi, sul finire, ignorati.
Eppure dopo 45 anni e passa di carriera riescono ad essere ancora credibili, nonostante, soprattutto in Italia, certi stereotipi, ciclicamente riproposti da una buona parte di stampa musicale pigra, resistano sino a far venire l’orticaria: il film “Sposero Simon Lebon”, l’isteria di Sanremo 1985 e quella canzone “Wild Boys” ridotta a inno-tormentone dei paninari, presi in giro dal comico Braschi nel programma tv ”Drive In”, un cult degli anni ‘80.
In realtà quel brano, che poi molti fan dei Duran stessi hanno finito con il rinnegare, aveva ben altre ambizioni e intenzioni, traendo ispirazione dal romanzo dallo scenario apocalittico “I Ragazzi Selvaggi” dello scrittore inglese William S. Burroughs.
Invece, il revisionismo critico nei confronti dei Duran Duran è cominciato da almeno 20 anni, proprio da quando si sono riuniti con la formazione originale, trattati come band credibile ed influente per molte generazioni di musicisti pop e non più come come effimero fenomeno degli anni ’80.
IL CONCERTO DI BARI
Una set list pensata per accontentare in maniera trasversale un pubblico occasionale, quindi zeppa delle hit che almeno una volta nella vita anche l’ascoltatore più distratto ha ascoltato: “Hungry like the Wolf, “Wild Boys”, “The Reflex”, “A View to a Kill”, “Notorius”.
Restano scontenti forse i fan più esigenti che quelle canzoni le hanno ascoltate centinaia e centinaia di volte e si entusiasmano, invece, per il ritorno in scaletta di brani del 1981 come “Friends of Mine” e “Careless Memories”, eseguiti con grande energia dalla band uno dietro l’altro. “Planet Earth”, il loro primo singolo in assoluto, continua ad essere uno dei pezzi più belli da ascoltare, mentre tra le cose più recenti Sunrise (datato 2004) dal vivo mantiene ottimi consensi.
Ci si domanda, invece, con il vasto repertorio di cui dispongono i Duran Duran, come mai si intestardiscano a riproporre una cover di un brano rap dei Grandmaster Mell Mell realizzata nel 1996, dal titolo “White Lines” (suonata ben 586 volte sinora e tra le prime 15 canzoni più eseguite di sempre). L’accoglienza del pubblico di Bari, infatti, è stata tiepida.
Ma questo poco importa alla fan base (composta per la maggior parte da donne dai 50 anni in su) più votata a godersi la serata senza stare troppo a pensare ai fronzoli. A questo tipo di concerti si va per ballare e divertirsi.
A proposito non si possono inchiodare alle poltrone le persone ad un concerto del genere, tant’è che poco dopo la metà si rompono gli argini della sicurezza e tanta gente finisce sotto il palco, come dovrebbe essere, facendo incazzare non poco quelli delle prime file che avevano pagato un bel po’ di soldini per stare lì.
La voce di Simon Le Bon tiene bene dall’inizio alla fine e sul palco si conferma un frontman “paraculo”, nel senso buono del termine: saluta Bari più volte, interagisce con qualche battuta durante delle piccole pause e prima dei bis (“Save a Prayer” e “Rio”, due masterpiece che non stancano mai) chiede al pubblico di intonare quel coretto da stadio che tanto bene portò all’Italia del calcio ai Mondiali del 2006, altrimenti i suoi compagni di band non torneranno sul palco.
Il frontman dei Duran però si fa serio quando prima di “Ordinary World” chiede di rivolgere un pensiero ai fratelli e alle sorelle che in questo momento non si stanno divertendo come loro ad un concerto: “Israele, Gaza, pace per entrambi. E per la gente in Ucraina che lotta solo per vivere in un mondo normale (Ordinary World, appunto).
Il concerto termina dopo due ore circa con il bassista John Taylor (anche questa volta ha dato dimostrazione di essere un grande musicista, suonando lo strumento con il caratteristico groove funky), che indossa sulle spalle il nostro tricolore e saluta calorosamente il pubblico, assieme ai suoi compagni di palco.
Ciò a conferma di un rapporto speciale tra la band inglese ed il nostro Paese. Un rapporto che proprio quest’anno ha festeggiato 40 anni di inossidabile amore (da quel Festival di Sanremo del febbraio 1985).
*foto Alessandra Milfa








