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Si è tenuto presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, l’incontro in una sala gremita tra le organizzazioni sindacali, le istituzioni locali e i Ministri Adolfo Urso e del Lavoro e delle Politiche Sociali Marina Calderone per discutere del futuro asset dello stabilimento dell’ex Ilva di Taranto.

La delegazione pugliese è composta, tra gli altri, dall’assessora regionale all’Ambiente Serena Triggiani, dal Direttore del Dipartimento Ambiente, Paolo Garofoli, dai sindaci di Taranto Piero Bitetti e di Statte Fabio Spada, dal presidente della Provincia di Taranto Gianfranco Palmisano, dal presidente del comitato SEPAC, la task force lavoro della Regione Puglia Leo Caroli, dalla coordinatrice dell’Avvocatura regionale Rossana Lanza, dai responsabili dipartimenti Attività Produttive Gianna Elisa Berlingerio e Comunicazione Istituzionale Rocco De Franchi, dal direttore generale di Arpa Puglia Vito Bruno.

Durante il confronto è stato presentato il nuovo progetto di decarbonizzazione che prevede la realizzazione di un polo per la produzione di preridotto a Taranto, con l’installazione di due forni elettrici a Genova e Taranto. L’obiettivo è la creazione dello stabilimento green più grande d’Europa – e potenzialmente del mondo – per la produzione di acciaio a impatto ridotto.

“Il piano che presentiamo a voi e agli enti locali, prevede secondo la nostra proposta, la piena continuità operativa e quindi la riattivazione, nell’arco dei prossimi mesi, e la manutenzione dei tre altiforni”. Lo ha detto il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso alla riunione al Mimit con le organizzazioni sindacali nazionali e di categoria sull’ex Ilva. “Puntiamo alla piena decarbonizzazione che possa consentire il rilascio adeguato dell’Autorizzazione integrata ambientale” ha aggiunto Urso.

“La Costituzione italiana non prevede la nazionalizzazione degli impianti. Lo esclude!” ha ribadito il ministro Urso citando l’art. 43 della Carta Costituzionale. “Abbiamo il dovere di assegnare l’ex Ilva il più presto possibile al soggetto che farà la proposta migliore a qualunque sia il soggetto industriale, a capitale straniero, a capitale italiano, parzialmente straniero o italiano, pubblico, privato – ha aggiunto il ministro -. Ma è chiaro che senza l’autorizzazione integrata ambientale e sanitaria Aia non si può”. L’autorizzazione Aia “è assolutamente necessaria per poter proseguire e aggiornare la gara perché avendo presentato un piano in piena decarbonizzazione che vincola l’acquirente a realizzarlo nell’arco di otto anni, l’investitore lo deve sapere”.

“Baku Steel “pensava che fosse normale che fosse concesso l’approdo di una nave rigassificatrice e ha fatto un’offerta partendo dal presupposto che ci fosse. Se non c’è, glielo dobbiamo dire perchè altrimenti la sua offerta non è fondata sulla realtà” ha aggiunto Urso.

La gara per assegnare l’ex Ilva sarà riaperta ha quindi confermato il ministro. La gara, ha annunciato Urso, sarà riaperta dal primo agosto “alla luce delle nuove condizioni, così da dare la possibilità di partecipare anche ad altri acquirenti. Ottobre potrà essere il mese per la chiusura del bando di gara, poi bisognerà passare per Antitrust e normativa Golden power. Se tutto andrà per il verso giusto, la fase si concluderà all’inizio del 2026 con il definitivo passaggio ai nuovi investitori”. 

“Questo incontro con i sindacati è stato positivo. L’elemento più importante è che tutti i sindacati, all’unanimità, hanno considerato che per dare consistenza a tutto il progetto legato alla decarbonizzazione dell’ex Ilva, è ovviamente indispensabile che ci siano anche i forni DRI, e questo ovviamente nel limite in cui il sindacato può esprimersi su scelte così tecniche e specifiche. Bisogna tenere conto di questo punto di vista del sindacato che ci ha incoraggiato ad andare avanti. In questo modo si dà maggiore consistenza industriale al sito e soprattutto si limitano gli esuberi di personale. Il sindacato ha altresì richiesto garanzie assolute sui livelli occupazionali e la Regione si è impegnata ad inserire nell’accordo di programma l’impegno richiesto dal sindacato”. Così il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano al termine della riunione.

Per l’ex Ilva di Taranto “serve un certo quantitativo di gas e non è detto che debba per forza essere un rigassificatore. Potrebbe essere anche un’altra fonte. Una delle ipotesi è di chiudere l’accordo senza indicare qual è la fonte, ma qual è il fabbisogno che in un modo o in un altro va assicurato alla fabbrica. È inutile litigare su una situazione, quella della nave, che non sappiamo neanche se sia possibile ormeggiarla, noi non abbiamo neanche questi elementi” ha affermato ancora il governatore.

La Fiom Cgil al tavolo al Mimit sulla vertenza ex Ilva, ha ribadito al ministero “che non sarà accettata nessuna ipotesi che preveda esuberi. Non ci potrà essere nessun percorso di transizione senza la continuità produttiva e occupazionale. Gli impianti di DRI devono necessariamente essere realizzati dove saranno presenti i forni elettrici” ha affermato Michele De Palma segretario generale della Fiom Cgil.

“Noi abbiamo ottenuto il risultato che volevamo: abbiamo chiarito che per noi il problema assoluto è la salvaguardia dei livelli occupazionali”. Lo afferma il leader della Uilm, Rocco Palombella al termine del tavolo sull’ex Ilva di Taranto. “A noi ci interessa vedere che faranno, se lo faranno, un accordo di programma dove vengono salvaguardati i livelli occupazionali”, ha aggiunto e “il nostro assenso di massima è nel salvaguardare i livelli occupazionali e stabilire un vero piano di decarbonizzazione”. “Mi auguro che riescano a trovare una soluzione tra enti locali e governo per poter andare avanti”, ha concluso il leader della Uilm.

“Priorità dei sindacati è che all’interno dell’Accordo di Programma Interistituzionale che i sindacati non possono firmare, è la tutela occupazione di tutti i lavoratori diretti, dell’indotto, dell’appalto e di Ilva in AS. Il minimo è questo per quanto ci riguarda, destino delle persone è più importante di quello della siderurgia italiana” ha aggiunto Davide Sperti segretario generale della Uilm Taranto. 

“Abbiamo ribadito alle istituzioni presenti che senza la produzione di preridotto a Taranto viene messa in discussione la solidità futura dell’intero stabilimento e la sostenibilità occupazionale di Taranto e degli altri stabilimenti italiani. Bisogna essere consapevoli che senza la produzione dei 3 DRI di Taranto lo stabilimento rischia di non avere futuro. Scommettere sul fare o non fare il DRI significa scommettere sulla pelle delle persone” ha detto invece il segretario generale Fim Cisl Ferdinando Uliano e il segretario nazionale Fim Cisl Valerio D’Alò.

USB Lavoro Privato ha rimarcato “con forza la propria posizione: prima vengono le garanzie per i lavoratori. Non è accettabile discutere del piano di decarbonizzazione in totale assenza di un intervento straordinario per l’occupazione. Parliamo di oltre 10.300 lavoratori diretti di AdI, molti dei quali in cassa integrazione da anni, 1.700 di Ilva in AS, da oltre 8 anni in cassa integrazione a zero ore e almeno 5.000 nell’appalto. Una platea enorme, che rappresenta l’unico vero interesse generale in questa partita. Eppure, come già accaduto nel 2014, si ripete lo stesso schema fallimentare: si parte dal bando per una vendita “a qualsiasi costo” e si tralascia completamente il piano per l’occupazione”.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2025/07/14/ecco-il-piano-per-decarbonizzare-lex-ilva/)

One Response

  1. I problema è promettere di fare il DRI alle calende greche e proseguire subito x tanti anni con gli altoforni a ciclo integrale. Forse i tarantini avranno finalmente capito di essere sempre presi in giro e ne hanno i polmoni pieni. DRI subito a Taranto con forni elettrici e ciclo integrale al Nord altrimenti piano B di riconversione e alternativa industriale partendo dalle infrastrutture , il riciclo dei metalli con cantieristica navale , energia da fonte rinnovabile tanto la siderurgia a queste condizioni non avrà futuro maggiormente in Italia.

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