“La scuola è una pubblica istituzione e un luogo di lavoro, pertanto è necessario che l’abbigliamento indossato al suo interno sia consono a quelle regole di buon senso che sono alla base del vivere collettivo. Per queste motivazioni si ribadisce che non è possibile indossare, per alunni, docenti e personale scolastico, ciabatte, pantaloncini corti, magliette scollate e corte oltre misura, canottiere“.
Sono le poche e semplici regole contenute nella maggior parte delle circolari diramate dai dirigenti degli istituti scolastici italiani all’inizio dell’anno 2025/2026.
C’è chi allarga le indicazioni alle unghie (che non devono essere “troppo lunghe, per ragioni di sicurezza”) o alle barbe (non troppo lunghe né incolte), chi consiglia di legare i capelli, specialmente se molto folti, anche per questioni igieniche.
Insomma, un vero e proprio dress code da rispettare in ambito scolastico, a cui da quest’anno si unisce il divieto formale di usare tablet e cellulari in classe.
E, come spesso accade quando vengono fornite indicazioni precise sul rispetto di alcune norme, non mancano polemiche e dissenso: addirittura la voce autorevole del Codacons ha espresso perplessità nei confronti del dress code scolastico, affermando che un eccesso di norme rischia di “complicare inutilmente la vita di alunni e genitori, di burocratizzare la scuola e limitare la libertà d’espressione dei ragazzi“.
D’altro canto c’è, invece, chi invoca l’adesione ad una divisa scolastica anche per le scuole medie e superiori, non solo per questioni di uniformità e decoro ma anche per evitare le discriminazioni che si vengono a creare attraverso la scelta di marchi e abbigliamento firmato.
La sensazione, tuttavia, è che il polverone mediatico non trovi uguale corrispondenza nella realtà dei fatti.
Per trovare conferma a questa ipotesi basta fare un giro tra le scuole di Taranto per capire qual è la situazione reale e come vengono vissute queste norme dai ragazzi.
Magliette a manica corta ma decorose, pantaloni lunghi, solo in alcuni casi un accenno di trucco: le scuole secondarie di primo e secondo grado della città ci restituiscono un quadro di decoro e sensibilità nei confronti del buon senso, sia nei quartieri centrali che in periferia. Non certo una questione di “ceto sociale”, insomma, come affermano alcuni.
Pur nella diversità dello stile personale di ciascuno, peraltro, non sembra che gli studenti vivano il dress code come una limitazione personale, anzi, ne riconoscono la validità.
“Siamo in un contesto formale – afferma una studentessa di un liceo tarantino – è giusto che l’abbigliamento sia adeguato ed esprima rispetto nei confronti di chi condivide con noi il luogo di studio e lavoro”.
Del resto, basta poco: “Una maglietta e un pantalone di cotone, ma lungo – afferma un altro studente – sono sufficienti ad affrontare il caldo di questi primi giorni di scuola senza scadere nell’indecoroso. Ciabatte, canottiere e shorts indossiamoli per andare a mare, questo è tutt’altro luogo ed è corretto che anche l’abbigliamento sottolinei questa differenza”.
Una maturità, insomma, che si rivela di gran lunga superiore rispetto a quella di taluni “commentatori seriali”, che invocano la libertà di recarsi a scuola senza alcuna restrizione, dimenticando che il concetto di libertà personale presenta limiti ben precisi nel momento in cui rischia di entrare in conflitto con quella altrui. Quantomeno nell’ambito di una società civile.
“Non dimentichiamo che la scuola ci prepara al lavoro di domani – aggiunge un altro studente – e sappiamo bene che in molti luoghi lavorativi esiste un dress code da rispettare”.
Molto rumore per nulla, quindi? Non proprio. La chiacchierata con alcuni dirigenti scolastici fa emergere alcune resistenze e incomprensioni, non soltanto con gli alunni, che possono essere, tuttavia, superate facilmente con un dialogo costruttivo e con l’esempio.
“È chiaro – affermano alcuni dirigenti – che i docenti devono essere i primi a rispettare dress code e divieto di utilizzo dei cellulari e dei tablet in classe, pena la sfiducia del ragazzi nei confronti della validità di queste regole. Riteniamo che ascoltare le esigenze degli studenti, le loro perplessità e idee, sia la chiave vincente per un clima di collaborazione e maturità che renda la scuola luogo sereno ma formale. Non bisogna vivere il dress code come un’imposizione, bensì come parte del patto educativo stipulato tra la scuola e le famiglie, come accettazione consapevole delle norme del vivere collettivo, nel rispetto di tutti”.
Insomma, conciliare buon senso e libertà d’espressione, decoro e gusto personale è ancora possibile, al netto di polemiche spesso infondate e del tutto gratuite. Non trasformare la scuola in un luogo di omologazione, soffocando la personalità dei ragazzi (che deve essere valorizzata soprattutto a livello dei contenuti, più che della forma), è ben diverso dall’insegnare il rispetto di regole condivise alla base del vivere comune.
