Quali criteri seguono le nostre istituzioni quando prendono decisioni negli ambiti più svariati?
La domanda può sembrare banale, specie per un giornale che da tantissimi anni denuncia la mancanza totale di competenza a tutte le latitudini. Eppure questo interrogativo, tralasciando la vicenda dell’ex Ilva sulla quale ci siamo abbondantemente espressi e che lunedì in Consiglio comunale ci ha regalato l’ennesima figuraccia della nostra classe politica con l’aiuto non richiesto di schegge isolate della società civile, ce lo siamo posto con insistenza nelle ultime settimane in relazione alla vicenda della nave Drea, traghetto appartenuto alla flotta Moby e che ora è passato alla società Med Fuel Bunkering di Messina, che con la sua storia ha riempito le cronache locali e nazionali nell’ultimo mese.
Parliamo di una nave abbastanza datata (50 anni di vita operativa compiuti da poco), unità da 184 metri di lunghezza e 22.528 tonnellate di stazza, capace di trasportare fino a 1.900 passeggeri e 500 veicoli, che dallo scorso 18 settembre è ancorata alla banchina pubblica della calata IV del porto di Taranto (un tempo utilizzata dall’ex Cementir), giunta a Taranto al rimorchio dopo aver lasciato il cantiere Brodosplit di Spalato in Croazia ed essersi vista negare l’approdo a Crotone in Calabria.
In realtà, anche qui da noi, lo scorso 17 settembre l’Autorità di Sistema Portuale espresse il proprio diniego all’istanza di accosto presso una banchina pubblica dello scalo ionico presentata dalla società siciliana, per poi ottenere il via libera appena 24 ore dopo (il 18 settembre) dalla Capitaneria di Porto guidata dal comandante Leonardo Deri, per ragioni di sicurezza. Questo perché il comandante del rimorchiatore Protug75, aveva dichiarato di non essere più in sicurezza per il peggioramento delle condizioni meteo: se avesse rotto il cavo di rimorchio la nave sarebbe stata alla deriva senza persone a bordo nel Golfo di Taranto, situazione ovviamente inaccettabile per la sicurezza della navigazione e la tutela dell’ambiente marino.

Adesso facciamo un passo indietro. La nave, che per settimane ha vagato per il Mediterraneo e lungo le coste italiane, è da tempo alla ricerca di un porto dove effettuare i lavori di rimozione e smaltimento di pannelli contenenti amianto (circa 100 tonnellate) presenti nelle cabine.
E’ bastata questa notizia, per dare il via al solito caos mediatico scatenato sui social dai soliti settori legati all’ambientalismo tarantino che confluiscono nella società civile ed arrivano a trovare sponde amiche nelle nostre istituzioni. Alimentando solo confusione e disinformazione nei cittadini attraverso un sistema oramai collaudato da anni e anni, che non fa altro che alimentare ignoranza, demagogia e populismo su tutto ciò che riguarda prioritariamente ambiente e salute, ma che non risparmia nessun altro settore della nostra città. Dipinta da anni nel peggiore dei modi possibili, con la complicità connivente di una stampa locale e nazionale che da tantissimi anni ha svenduto se stessa al mercato dei like ad ogni costo.
La Drea è stata infatti subito trasformata in una sorta di ‘nave dei veleni’ da tenere il più lontano possibile dalla nostra città, che avrebbe corso il rischio di essere invasa da fibre di amianto che si sarebbero disperse in maniera incontrollata nell’aria. E così, sono bastate 24-48 ore di tam tam sui social, qualche articolo sui giornali locali e nazionali, per spingere l’Autorità Portuale guidata dal commissario straordinario Giovanni Gugliotti a dichiarare che “l’Autorità Portuale non ha autorizzato e non autorizzerà l’attracco della nave Drea presso le banchine del porto di Taranto. Tale decisione è stata assunta tenendo prioritariamente conto delle legittime preoccupazioni espresse dalla comunità locale circa possibili rischi legati alla presenza di amianto”. A ruota, il giorno dopo, il Comune di Taranto attraverso una nota ufficiale del sindaco Piero Bitetti affermava: “La posizione dell’Amministrazione è chiara e definitiva, non saranno tollerate decisioni in contrasto con la volontà della città”.
Ma di quale comunità locale e di quale città parlano? A chi fanno esplicitamente e implicitamente riferimento? Chi è che decide se a Taranto debba o meno approdare una nave del genere e se qui si possano fare o meno dei lavori di bonifica? Chi sono i tecnici a cui si sono rivolti l’Autorità Portuale e il Comune di Taranto? Quali i loro pareri scientifici? Ovviamente, come nel caso della nave gasiera per l’ex Ilva, nulla ci è dato sapere. Anche perché, ancora una volta, di scientifico non c’è assolutamente niente. Con l’intera cittadinanza che resta all’oscuro delle reali motivazioni e di chi è che in realtà decide per tutti. Che almeno spiegassero, facessero parlare qualcuno titolato a farlo. Nulla di tutto ciò.
Certo, può apparire paradossale che tutto questo avvenga in una città dove da anni si chiede la bonifica di ampie aree di terra e mare inquinate (siderurgico compreso). Ed invece è proprio quel che accade. Un territorio che da decenni permette la presenza di siti industriali abbandonati al loro destino (l’ex oleificio Costa e l’ex Cementir tanto per fare due esempi di siti inquinati dall’amianto ignorati dagli illuminati che abitano la politica locale e la società civile), dove da anni si bonificano (in silenzio e lontano dai riflettori) migliaia di tonnellate all’interno e all’esterno del siderurgico, dove è presente un arsenale militare in cui l’amianto era ed è ancora di casa nei bacini, nelle officine e sulle navi militari, dove la gran parte degli impianti di scarico dei palazzi e degli edifici della città contengono amianto, non può permettersi l’approdo di una nave perché alcuni pannelli ignifughi delle cabine contengono un 13% di amianto. Incredibile ma vero.

E poco importa se la presenza di questa nave conceda, ad esempio, un pò di ossigeno alle casse degli armatori locali tramite la tassa di ancoraggio vista l’atavica crisi che da anni attanaglia il porto di Taranto. Poco importa se l’iter previsto dalla legge obblighi l’elaborazione di un apposito Piano di intervento che spetterebbe in questo caso alla società Ecologica (che si occupa delle bonifiche di amianto sui vagoni di Trenitalia) individuata dall’armatore siciliano; che il suddetto piano dovrebbe ottenere il via libera dello Spesal, del Dipartimento di Prevenzione della Asl di Taranto e di ARPA Puglia (ovvero gli organi preposti al controllo sanitario e ambientale); che poi vada approvato un piano di lavoro (le operazioni dovrebbero durare all’incirca 60 giorni) che permetterebbe ad un’azienda locale di ottenere un appalto e magari di riportare a lavorare alcuni lavoratori ex TCT in cassa integrazione da anni e via dicendo.
Tutto questo, semplicemente, non interessa a chi da poco o da anni specula sui problemi del nostro territorio. A chi parla di cose di cui non conosce nemmeno il titolo. A chi è un miracolato della politica o a chi la vicenda Ilva ha relegato una visibilità che altrimenti non avrebbe potuto sperare di avere nemmeno nel suo condominio.
La nave, ad oggi, è stata considerata in buona forma dal personale del Rina, il Registro navale italiano, che ha ispezionato il traghetto nei giorni scorsi. Attualmente la stessa ha i certificati per la navigazione scaduti che però la stessa Rina rinnoverebbe, qualora sarebbe individuato un nuovo scalo di approdo (si parla del porto di Livorno) dove effettuare i lavori di bonifica (oltre ad altri interventi di manutenzione). Sarà anche per questo, forse, se l’Autorità Portuale di Sistema del Mar Ionio ha convocato per lunedì un tavolo tecnico con tutti i soggetti presenti nella prima riunione di un mese fa, ovvero la Capitaneria di Porto, l’Asl di Taranto, lo Spesal, l’Arpa Puglia, la società Ecologica, e la società Med Fuel.
Resta, ancora una volta, l’ennesima evitabile figuraccia dei nostri prodi locali. Chapeau.
(leggi gli articoli sulla nave Drea https://www.corriereditaranto.it/?s=nave+drea&submit=Go)

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