Rilke, il poeta ucciso da una rosa

 

In libreria una nuova traduzione dei “Sonetti a Orfeo” a cura di Riccardo Held
Posted on 24 Ottobre 2025, 15:15
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Al padre che lo rimproverava invitandolo a cercarsi un’occupazione più redditizia, il poeta Ovidio rispondeva che “sponte sua numeros veniebat ad aptos”, ovvero che senza cercarla, e spesso in modo improvviso, la Musa della poesia lo rapiva suggerendogli l’ispirazione creatrice.

Torna in mente questo noto episodio riportato nei Tristia ovidiani a proposito della nuova traduzione che per Mondadori ha curato di recente Riccardo Held (già traduttore per i “Meridiani” di Goethe e altri) dei  il poeta nato “bambina” e divenuto precocemente una delle voci più limpide della poesia dello scorso secolo.

Rilke infatti, nato maschio da una mamma che lo voleva femmina e come tale lo vestiva e figlio di un militare caduto in disgrazia e finito a lavorare per le ferrovie tedesche, scrisse i cinquantacinque componimenti che costituiscono questa sua silloge in pochi giorni, esattamente dal 2 al 23 febbraio del 1922, quando (rivelerà in alcune lettere ai suoi sodali) fu letteralmente “rapito da una selvaggia tempesta creativa”, scrivendo di getto e a penna in bella grafia i suoi versi (egli ripeteva di odiare il rumore della macchina da scrivere).

In quel periodo, ispirandosi non alla forma del sonetto classico in lingua tedesca di cui Schlegel era stato il maestro, ma facendo riferimento agli amati poeti greci e latini come pure all’ammirato Baudelaire, Rilke compose addirittura metà dell’opera in soli tre giorni, tra il 2 e il 5 febbraio, scrivendo giorno e notte e talvolta dimenticando anche di desinare.

Egli aveva viaggiato a lungo visitando Vienna, Parigi, Monaco, addirittura la lontana Russia, ma aveva deciso ben presto di ritirarsi a vita privata, come già in gioventù aveva potuto fare grazie ai favori dell’amica principessa di Duino, la quale era stata la sua più convinta mecenate donandogli addirittura un mezzanino ove egli aveva composto buona parte dei componimenti confluiti poi nel capolavoro intitolato “Elegie duinesi”.

I “Sonetti ad Orfeo” rappresentano invece il culmine della maturità della sua poetica e furono composti nel Castello di Chateau de Muzot in Svizzera, donatogli dall’abbiente mercante e musicista Werner Reinhart, altro suo ammiratore e sostenitore economico.

In questa traduzione, più fresca ed attualizzata rispetto alle già plurime ed egregie circolanti nei decenni scorsi per altre case editrici, emerge con assoluta chiarezza l’estrema profondità di questo autore: egli partiva infatti da una vita di provincia banale e disadorna (sebbene molte lettere siano andate perdute, numerose sono le prove che addirittura sua madre esponeva ancora in salotto bottiglie vuote di vini pregiati illudendosi di ingannare gli ospiti con le vestigia di un passato affluente) e da un amore giovanile del tutto disincarnato con la giovane Valerie, per la quale pare avesse scritto un centinaio di lettere (anch’esse perdute) sublimando un atto d’amore mai consumato.

Decisivo sarebbe stato prima il viaggio in Egitto, motivato dalla curiosità di visitare le piramidi, poi i nove mesi trascorsi tra Roma e la Spagna e ancor più il sodalizio con Pasternak e con Tolstoj (invero l’incontro con quest’ultimo fu per Rilke deludente, perché egli intravvide nella condiscendenza del gigante russo un atteggiamento paternalistico e non una vera ammirazione tra pari). In tal senso l’episodio che permea tutta la poetica rilkiana, e in particolare questa raccolta, si riferisce ai due poli della sua riflessione: da un lato il concetto di ciclicità della natura e quindi il concetto di “eterno ritorno” teorizzato già da Vico e da Nietzsche, dall’altro la complessa e contraddittoria relazione con la carnalità, esemplata sui diversi rapporti sia epistolari sia reali con numerose figure femminili, dalle quali pure Rilke si isolò nelle ultime settimane di vita.

Afflitto da una rara forma di leucemia che aveva scoperto ferendosi accidentalmente con una rosa, egli non aveva voluto né vedere né sentire più nessuno, neanche l’affascinante Salomè il cui amore egli aveva condiviso con Nietzsche senza mai possederla (la donna, dal carattere volubile, era andata in sposa forzosamente ad un amico che aveva minacciato di pugnalarsi a morte qualora ella l’avesse rifiutato).

Sebbene in larga parte perduta, la produzione letteraria ed epistolare di questo poeta, destinato a postuma fortuna editoriale e a non pochi discepoli in chiave epigonale, resta un unicum nel panorama letterario europeo, ancor più se si considera che questo “recluso dell’arte”, come lo definì Valery rammentando il fatto che nel Castello mancassero acqua ed elettricità, è stato capace di scrivere capolavori ancora godibili e soprattutto attuali, basti pensare a cosa egli avesse scritto circa la condizione femminile: “un giorno esisterà la fanciulla e la donna, il cui nome non significherà più soltanto un contrapposto al maschile, ma qualcosa per sé, qualcosa per cui non si penserà a completamento e confine, ma solo a vita reale: l’umanità femminile”.

“Sonetti ad Orfeo”
di Rainer Maria Rilke, traduzione di Riccardo Held
Mondadori Editore- 2025
pp. 152- Euro 18,00

*Recensione a cura di Alessandro Epifani

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