«C’è una situazione gravissima di povertà. Il nostro centro di accoglienza notturno attualmente ospita 22 persone, cinque delle quali sono donne, diversi stranieri, la maggior parte sotto i 40 anni. Il loro è un vero e proprio grido d’aiuto». A Taranto quel grido si sente ogni notte, anche quando la città dorme. È il rumore sommesso di chi ha perso tutto e non ha più nemmeno le parole per chiederlo indietro. Le parole di don Nino Borsci, direttore della Caritas diocesana, non descrivono un’emergenza passeggera, ma una frattura profonda che attraversa la città e ne mette a nudo le fragilità sociali più estreme.
La Caritas, presidio silenzioso ma costante di solidarietà, è oggi chiamata a rispondere a bisogni che non sono più emergenze episodiche, ma una condizione strutturale. Il dormitorio di Vico Seminario, la mensa dei poveri che ogni giorno offre pasti a centinaia di persone, e i quattro Centri di accoglienza straordinaria (Cas) per migranti rappresentano una rete di sostegno essenziale per uomini e donne che vivono sospesi in un limbo fatto di precarietà, solitudine e perdita di riferimenti. Persone che hanno alle spalle storie complesse, famiglie spezzate, lavori svaniti, salute fragile. Volti segnati da una sofferenza che raramente nasce da una sola causa, ma da un intreccio di problemi che si alimentano a vicenda.
Don Nino Borsci, parroco della chiesa di San Francesco De Geronimo, direttore della Caritas Diocesana, fondatore e presidente della comunità terapeutica Airone, conosce quei volti uno ad uno. E ne racconta le storie con la concretezza di chi vive ogni giorno accanto agli ultimi: «Il nostro centro di accoglienza notturno potrebbe ospitare fino a 50 persone ma cerchiamo di prenderne di meno perché non è solo la questione di offrire da dormire e da mangiare, ma anche di seguirli, fare in modo che possano vivere bene e quindi nel rispetto delle persone nei momenti di comunità e di relazioni».
Dietro ogni ospite c’è un percorso diverso: «C’è chi, dopo un matrimonio finito, non è riuscito a reinserirsi. C’è chi è uscito dal carcere e non aveva più nessuno. E poi ci sono le donne, spesso le più fragili. Abbiamo due-tre ragazze che erano in mezzo alla strada. Ora sono ospiti da noi, ma non hanno documenti, non hanno residenza, non hanno nemmeno la tessera sanitaria. Due sono italiane. Poi c’è una signora anziana che accogliamo da anni». Nel centro convivono italiani e stranieri, senza distinzioni: «Tra gli uomini ci sono molti stranieri dal Pakistan e dal Bangladesh. C’è anche un ospite che ha più di 60 anni, ma molti sono sotto i 40».
Una parte degli accolti arriva da percorsi migratori complessi. «Alcuni non possono stare nei CAS presenti sul territorio», spiega don Nino, che gestisce anche quattro centri con la Prefettura per quasi 90 ospiti. «Quando il loro percorso finisce, prima di metterli fuori ci assicuriamo che abbiano un lavoro e una casa». È qui che emerge il volto dei nuovi poveri: «Sono persone che avevano uno stipendio e oggi non ce la fanno più, o che hanno perso il lavoro e si rivolgono alla Caritas».
L’accoglienza è sempre temporanea e orientata all’autonomia. «Non possiamo accogliere drogati o ubriachi. I drogati li indirizziamo verso il Serd. Il nostro scopo è far capire che non possono vivere per sempre alle spalle della Caritas, ma devono rimettersi in cammino».
Da qui i percorsi di formazione e reinserimento: «Abbiamo organizzato un corso per panettieri, un corso per pizzaiolo, un altro corso per cameriere. Alla fine dei corsi diamo loro un attestato». E i risultati arrivano: «Durante l’estate c’è chi è andato a lavorare a Policoro, chi ad Ugento, chi a Santa Maria di Leuca. Sono andati in giro a lavorare. Il compito nostro è proprio quello: prenderli dalla strada e cercare di inserirli nel mondo del lavoro».
La quotidianità del centro è fatta di gesti semplici. La mensa, condivisa con altre realtà solidali, la doccia, una partita a carte, la televisione accesa prima di spegnere le luci. «Si creano amicizie, bei rapporti. Non c’è distinzione tra italiani e stranieri: è una comunità».
Ma il quadro resta allarmante. «C’è una situazione di povertà gravissima. I dati sono tutti in aumento, questo è il problema». Una rete capillare cerca di reggere l’urto: «Ogni parrocchia ha il suo centro d’ascolto, ne abbiamo oltre 60 e diverse migliaia di famiglie che vengono assistite dalla Caritas».
I Centri di Ascolto, vere “antenne della povertà” sul territorio, rappresentano il primo punto di contatto per chi chiede aiuto. Luoghi di accoglienza incondizionata, senza distinzione di razza, sesso o religione, dove l’ascolto diventa il primo passo verso la cura. È qui che la Caritas esercita la sua missione più profonda: animare, educare, prendersi carico del bisogno trasformandolo in possibilità. Perché dietro ogni richiesta c’è una persona. E dietro ogni persona, una storia che merita di essere salvata.
*foto di apertura Franzi Baroni

angela
Ma in Italia tutto va bene! Non è che don Nino si inventa tutto? Non esiste la povertà, non è vero che le persone non si curano perchè la sanità è bloccata, non è vero che gli affitti sono alti e che le tasse si mangiano tutto, non è vero che non si trova lavoro. Ha ragione la Meloni: tutto va bene.
Cataldo detto aldo
Purtroppo Don Nino ha ragione e lo si vede davanti ai nostri occhi anche nei mercati dove molte persone vanno a rovistare negli scarti di frutta e verdura. Ma c’è anche chi lavora e guadagna cosi poco che finisce in povertà.