Il racconto della vita di due studenti che inizia e termina a Taranto. In mezzo, un pezzo di storia italiana su cui per settant’anni circa è calato il silenzio, quello degli Internati Militari Italiani. Gli IMI, per utilizzare un acronimo coniato dallo stesso Hitler.
È il fulcro di “Internati. Il violino di Dachau. La lunga marcia per Mauthausen”, il libro scritto dalla tarantina Silvia Quero ed edito da Edita casa editrice e libraria, presentato a Palazzo di Città alla vigilia della Giornata della Memoria.
La giornata degli Internati Militari Italiani è stata istituita soltanto nel 2025: una decisione che ha rotto un silenzio lungo oltre mezzo secolo sulla storia degli oltre 650 mila soldati italiani che rifiutarono di collaborare con il nazifascismo dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, finendo per subire la prigionia nei campi di concentramento tedeschi come prigionieri politici.
Facilla e Bardarè, due ragazzi che studiavano rispettivamente al liceo musicale Paisiello e al magistrale della nostra città: con la testa piena della propaganda del Ventennio, scendono in piazza per chiedere di combattere. Vengono implotonati e presto capiscono che la guerra è ben diversa da ciò che si racconta ai giovani, apprendendo una verità che orienterà le loro successive scelte di vita: “La violenza non è mai la soluzione“.
La decisione di non giurare fedeltà alla Repubblica di Salò e agli ufficiali delle SS, di cui avrebbero assunto gli stessi diritti e doveri, li condanna alla reclusione nei campi di concentramento: uno a Dachau, l’altro a Mauthausen. Costretti a dividere “800 grammi di burro in cinque” a fronte di 12 ore di lavori forzati, a punizioni corporali e a vivere in condizioni igieniche precarie, esposti a privazioni continue di ogni genere e malattie.
“Subito dopo l’8 settembre – racconta la Quero – Hitler dice alle sue truppe di catturare tutti gli italiani, disarmarli e tenerli in stallo. Quindi tutti gli italiani venivano ammassati e tenuti in grosse strutture, messi in fila e selezionati in base alla scelta di giurare o meno fedeltà. All’inizio soltanto i sottufficiali andavano ai lavori forzati, gli ufficiali stavano nel campo a patire la fame e basta”.
Poi c’erano i dissidenti, specie quelli che provavano a fuggire. E per chi veniva catturato nuovamente, spesso era la fine.
“C’è un museo degli IMI a Pavia – spiega la Quero – in cui viene citato un uomo di Francavilla, un pugliese, che aveva tentato la fuga ed era stato catturato e rinchiuso in una baracca con altri 14 internati militari italiani: sono stati arsi vivi. Una testimonianza riportata da un commilitone sopravvissuto, ma di molti altri casi simili si sono perse le tracce”.
Ma torniamo alla storia dei due tarantini di cui si parla nel libro: due approcci diversi, entrambi catartici. “Da un lato il violino di Vittorio Facilla – racconta l’autrice – che ha voluto dimenticare tutto, fornendo ai figli una versione molto filtrata della storia, tanto che ricostruirla è stata impresa ardua. Dall’altro William Bardarè, che ha conservato i ricordi di quanto accaduto con una precisione che oserei definire chirurgica, affidando le sue memorie al figlio Francesco: il suo aiuto è stato tanto prezioso quanto coinvolgente dal punto di vista emotivo”.
E proprio il figlio di Bardarè, presente all’incontro con commozione composta, ci racconta qualche stralcio della storia di suo padre: “Da piccolo non comprendevo l’importanza dei racconti di papà – spiega – Solo crescendo mi sono reso conto del valore delle testimonianze che aveva raccolto e conservato con precisione e cura quasi maniacali: sicuramente un modo per dare un senso a quanto accaduto ed evitare che simili errori si ripetessero nel futuro, che altri giovani come lui potessero prendere abbagli simili.
William Bardarè frequenta l’ultimo anno degli studi magistrali ma viene rimandato: non ha, però, il tempo per poter riparare con gli esami perchè viene chiamato sotto le armi.
“Diciamo anche che è andato ben volentieri – racconta il figlio Francesco – perché gli studenti all’epoca avevano voglia di intervenire nella guerra che era alle porte di casa. Quindi viene affidato al 48° Reggimento Ferrara di stanza a Bari. Poi, insieme a tutti i suoi commilitoni, viene spedito poi in Jugoslavia e proprio in quelle zone, precisamente nelle bocche di Cattaro, il 16 settembre 1943, viene catturato. Dopo diverse tappe in numerosi campi di concentramento, tra cui Mauthausen, dove è stato per tre mesi, finisce nello Stalag XVII A, dove ha trascorso il periodo più lungo e più duro di prigionia. Le sue memorie sono costellate di aneddoti che custodisco gelosamente, a memoria di quanto accaduto”.
Perchè oggi, più che mai, c’è ancora bisogno di parlare dell’Olocausto alle giovani generazioni: “Dimenticare l’Olocausto, così come tutte le altre violenze, sarebbe assurdo – chiosa la Quero – È fondamentale soprattutto per i ragazzi, in questo momento particolarissimo, dove la legge del più forte sembra quasi prevaricare sul resto. Bisogna avere il coraggio di dire no, il mio libro in fondo vuole rappresentare proprio questo: portare l’esempio di chi ha il coraggio di dire no, in maniera assolutamente pacifica”.
Perchè, come affermava George Santayana, “Chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo”.

