Proseguono le operazioni in vista della bonifica di amianto della nave Drea ormeggiata al porto di Taranto.

Come si ricorderà, la società Med Fuel Bunkering di Messina, proprietaria del traghetto un tempo appartenuto alla flotta Moby, lo scorso dicembre ha siglato un’intesa con l’impresa Maren Srl di Taranto. L’azienda (che vanta tra i suoi clienti gruppi come Ministero della Difesa, Marina Militare, Fincantieri, Leonardo, Eni, Acciaierie d’Italia e Cimolai) ha presentato un piano di lavoro sottoposto al vaglio dello SPESAL e del Dipartimento di Prevenzione della Asl di Taranto che dovranno approvarlo insieme a delle prescrizioni.

Il tutto dopo che suoi tecnici hanno effettuato un sopralluogo sulla nave ormeggiata presso la calata IV del porto di Taranto dallo scorso settembre, e che soltanto a fine ottobre ha ottenuto l’ok all’utilizzo della banchina commerciale (un tempo utilizzata dall’ex Cementir) da parte dell’Autorità Portuale di Sistema del Mar Ionio e dalla Capitaneria di Porto. Quest’ultimo passaggio, ineludibile per poter effettuare la relativa bonifica, concesso soltanto dopo oltre un mese e mezzo dall’approdo della nave. Dove è giunta al rimorchio dopo aver lasciato il cantiere Brodosplit di Spalato in Croazia ed essersi vista negare l’approdo a Crotone in Calabria.

Nel frattempo ARPA Puglia ha svolto dei campionamenti a bordo della nave, richiesti dalla stessa Asl come vigilanza sul piano di lavoro presentato dalla Maren, che altro non potranno fare che certificare la presenza di amianto a bordo.

Le operazioni riguarderanno alcuni pannelli ignifughi delle cabine e dei corridoi contengono un 13% di amianto, pari a circa 100 tonnellate di materiale, ed avverranno all’interno della nave stessa: le attività copriranno un arco temporale tra i 90 e i 120 giorni. I pannelli verranno stoccati, impallettati e sigillati con la vernice incapsulante e poi caricati direttamente dalla nave a bordo di automezzi, che prenderanno la strada della Basilicata dove saranno definitivamente trattati in un sito specializzato. Terminate queste operazioni, la nave prenderà la rotta che la porterà al porto del Pireo dove effettuerà altri lavori di ristrutturazione e manutenzione per poi tornare ad essere operativa a tutti gli effetti.

Sulla vicenda della Drea nei mesi scorsi si sollevò l’ennesimo, inutile caos mediatico scatenato sui social anche e soprattutto grazie, e questo bisogna ribadirlo per onestà intellettuale, a causa dell’indecisione e dell’incompetenza di chi si ritrova a ricoprire incarichi politici e istituzionali sul territorio, spesso e volentieri solo per grazia ricevuta.

Basti ricordare, ad esempio esemplificativo, quanto accadde lo scorso settembre: bastarono 24-48 ore di tam tam sui social, qualche articolo sui giornali locali e nazionali, per spingere l’Autorità Portuale guidata dal commissario straordinario Giovanni Gugliotti a dichiarare che “l’Autorità Portuale non ha autorizzato e non autorizzerà l’attracco della nave Drea presso le banchine del porto di Taranto.

Tale decisione è stata assunta tenendo prioritariamente conto delle legittime preoccupazioni espresse dalla comunità locale circa possibili rischi legati alla presenza di amianto”. A poche ore di distanza, il giorno dopo, il Comune di Taranto attraverso una nota ufficiale firmata dal sindaco Piero Bitetti affermava che “la posizione dell’Amministrazione è chiara e definitiva, non saranno tollerate decisioni in contrasto con la volontà della città”.

Come ben sappiamo le cose sono andate diversamente. Della vicenda non ne hanno più parlato né l’Autorità Portuale né l’amministrazione comunale. Oltre ad essere completamente scomparsa dai radar dei social poco dopo.

Del resto, come sanno fin troppo bene gli enti di controllo sanitari e ambientali oltre che gli addetti ai lavori, di operazioni di bonifica di amianto se ne svolgono ogni giorno sul nostro territorio. Nel quale da decenni sono presenti siti industriali abbandonati al loro destino (l’ex oleificio Costa e l’ex Cementir tanto per fare due esempi di siti inquinati dall’amianto ignorati dagli illuminati che abitano la politica locale e la società civile); dove da anni si bonificano (in silenzio e lontano dai riflettori) migliaia di tonnellate all’interno e all’esterno del siderurgico; dove è presente un Arsenale militare in cui l’amianto era ed è ancora di casa nei bacini, nelle officine e sulle navi militari; dove la gran parte degli impianti di scarico dei palazzi e degli edifici della città contengono amianto. Eppure, chissà perché, non possiamo permetterci l’approdo di una nave perché alcuni pannelli ignifughi delle cabine e dei corridoi contengono un 13% di amianto. Incredibile ma vero.

Senza contare poi, che la presenza di questa nave ha permesso di far arrivare un pò di ossigeno alle casse degli armatori locali tramite la tassa di ancoraggio vista l’atavica crisi che da anni attanaglia il porto di Taranto. Oltre a portare lavoro in un territorio con la più alta percentuale di utilizzo di cassa integrazione in Puglia.

Per fortuna però, ogni tanto a prevalere sono ancora la conoscenza, la scienza, la serietà e la competenza.

(leggi gli articoli sulla nave Drea https://www.corriereditaranto.it/?s=nave+drea&submit=Go)

One Response

  1. Taranto paesotto del terrore e dell’orrore ,mi fa tanto vergognare tutta questa ignavia ,soltanto a noi lo schifo ,ormai siamo i soggetti nazionali ,che tristezza ..tra monnezza ,minerale ,idrocarburi ,salamastra ,gas ora anche l’amianto ,per non parlare delle scorie radioattive ,Taranto batte ogni primato di paesotto dello schifo ,del si alla vergogna ..verdi ,lega ambiente associazioni di vera meschinità e falsità assoluta ,siamo in balia dell’ignavia cittadina ,dio aiutaci vedi e provvedi per favore ,mai visto tanto schifo tutto insieme e il bello è che molti fanno finta di non vedere ,sentire e parlate ,che schifo .aprite l’aeroporto vi prego ,poi fate che cavolo volete tanto è una battaglia persa .

Rispondi a Fra Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *