«L’ex Ilva si deve salvare». Simone Bettini lo ha detto senza esitazioni davanti alla platea riunita nella sede di Confindustria Taranto, dopo aver rispolverato il mantra: «Questa è l’acciaieria più green d’Europa». Una frase che, in questo momento, sembra quanto meno azzardata se non anacronistica e sintetizza la posizione di Federmeccanica sul destino dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa, mentre il governo valuta le offerte sul tavolo per il suo futuro industriale.

Il presidente nazionale dell’associazione che rappresenta l’industria metalmeccanica è arrivato a Taranto per un confronto dal titolo «Acciaio italiano: una scelta strategica per il futuro dell’industria. Il ruolo dell’ex Ilva per il futuro della manifattura italiana». In mattinata ha visitato lo stabilimento di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria insieme al management e al direttore generale Maurizio Saitta.

«Ho voluto vedere da vicino questo stabilimento – ha riferito Bettini – e sono rimasto molto soddisfatto del lavoro fatto. Confermo la mia convinzione: è un presidio strategico per il Paese e non possiamo assolutamente farne a meno».

Il numero uno di Federmeccanica ha rivendicato i progressi compiuti negli ultimi anni anche sul piano ambientale. «Il management, soprattutto negli ultimi anni, grazie anche – ha affermato – agli investimenti pubblici che hanno consentito di mettere a sistema nuove attrezzature per ridurre l’impatto ambientale, ha fatto un grandissimo lavoro».

Da questa convinzione ne deriva che lo stabilimento ha «ancora prospettive industriali. Abbiamo potuto vedere con i nostri occhi e sentire con le nostre orecchie che ci sono tutte le condizioni per rilanciare l’ex Ilva in maniera sostenibile. Non mi capacito che non si riesca a risolvere questa vicenda».

Il tema, per Bettini, non riguarda soltanto Taranto ma l’intero sistema produttivo italiano. «Il messaggio dell’industria metalmeccanica che arriva dalla nostra indagine – ha commentato – è forte e chiaro: senza un’adeguata offerta di acciaio prodotto in Italia intere filiere della nostra industria sono a rischio».

I numeri della recente indagine congiunturale di Federmeccanica dicono che il 63% delle imprese metalmeccaniche utilizza acciaio nei propri processi produttivi e per il 42% di esse il costo della materia prima supera il 30% dei costi totali. Oltre il 60% delle aziende si rifornisce sul mercato italiano e il 68% degli imprenditori considera il rilancio dell’ex Ilva un passaggio decisivo per la competitività industriale del Paese.

«Non si tratta soltanto di evitare un continuo aumento dei costi», ha avvertito Bettini. «Il vero rischio è entrare in un abbraccio mortale con chi può in qualsiasi momento interrompere le catene di fornitura e togliere ossigeno alla nostra industria».

In un contesto internazionale sempre più instabile, il tema assume anche una dimensione geopolitica. «La situazione internazionale in cui ci troviamo deve far riflettere – ha evidenziato – perché dobbiamo creare le condizioni affinché il sistema produttivo italiano sia autonomo senza dipendere da altri».

Federmeccanica, ha assicurato Bettini, è pronta a fare la propria parte. «Siamo disponibili fin da subito a un confronto costruttivo – ha precisato – con tutti gli attori coinvolti, dai sindacati alle istituzioni, a partire dal governo. Non c’è più tempo da perdere».

Il destino dello stabilimento è oggi legato anche alle decisioni dell’esecutivo. Proprio nelle stesse ore dell’incontro di Taranto, il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha comunicato che i commissari straordinari hanno inviato al governo un report sulla manifestazione di interesse presentata dal gruppo Jindal e sulle risposte fornite dal fondo Flacks. Il negoziato prosegue con l’obiettivo di confrontare le due proposte e individuare quella più solida per il rilancio dell’impianto.

Un passaggio che, secondo Bettini, dovrà accompagnarsi a una visione industriale chiara. «Oggi – ha ammesso – trovare un imprenditore disposto a investire qui senza garanzie o certezze rappresenta un grande problema. Le grandi imprese che un tempo avrebbero potuto affrontare operazioni di questa dimensione non ci sono più. L’Italia è fatta soprattutto di piccole e medie imprese, anche se di grande qualità».

Ed ancora: «Stiamo cercando di portare più luce possibile su questo tema perché il Paese deve rendersi conto che questo è un asset strategico».

Bettini ha preferito evitare «di entrare nel merito della gara o delle vicende giudiziarie. Sono questioni tecniche. Qui sono in gioco migliaia di posti di lavoro. Se domani questa azienda non ci fosse più probabilmente i lavoratori troverebbero nel tempo una sistemazione. Ma poi ai loro figli cosa facciamo fare?».

La risposta, secondo Federmeccanica, passa da un piano industriale credibile: «Serve un tavolo serio per costruire un business plan di questa azienda e decidere cosa dovrà diventare in futuro». Per Bettini, però, un punto resta fermo. «Essendo strategico per il Paese, questo stabilimento – ha concluso – deve rimanere un asset fondamentale e, a mio avviso, in mano allo Stato».

Sulla stessa linea il presidente di Confindustria Taranto, Salvatore Toma. «Sono fortemente convinto – ha dichiarato – che lo stabilimento siderurgico di Taranto possa continuare a produrre nel rispetto dei criteri di sostenibilità e sicurezza. Ma è necessario che tutti gli attori istituzionali, politici e imprenditoriali abbiano piena consapevolezza della sua strategicità e del suo valore industriale, che è un valore del Sistema Paese».

Federmeccanica e Confindustria Taranto sostengono che «la prospettiva più realistica per il rilancio del sito è quella di un significativo intervento pubblico orientato alla riconversione industriale verso tecnologie moderne e sostenibili — incluse soluzioni come il DRI (Direct Reduced Iron) e il forno elettrico — salvaguardando l’occupazione e l’indotto».

I costi dell’intervento «si giustificano con una precisa politica industriale: mantenere la produzione di acciaio primario in Italia, garantire la tenuta delle filiere manifatturiere e consentire la transizione tecnologica verso processi più puliti. Sarebbe preferibile investire risorse pubbliche in un progetto industriale sostenibile piuttosto che continuare a finanziare la cassa integrazione senza prospettive di rientro».

La questione, a parere di Federmeccanica e Confindustria Taranto, «chiama in causa tutti i livelli istituzionali — Governo nazionale, Regione Puglia e Comune di Taranto — che devono trovare un coordinamento efficace, superando le divisioni emerse anche su temi tecnici come la localizzazione della nave rigassificatrice necessaria agli impianti DRI».

Il momento, ha fatto presente Toma, «è particolarmente critico perché impone scelte non facili che investono il futuro dell’acciaieria, da qui ai prossimi anni, ed è per questo ancora più importante che tutti gli stakeholder possano convergere su scelte univoche e condivise: ne va dell’economia del Paese ma anche della stabilità, sociale ed occupazionale, del territorio jonico, con tutte le complesse implicazioni che la vicenda porta con sé».

Fondamentale, ha ribadito, «sarà il ruolo del governo, che oltre a sostenere al meglio ogni aspetto del processo industriale e della decarbonizzazione ambientale dello stabilimento, dovrà garantire una presenza forte nella futura governance dell’ex Ilva. Ringrazio infine il presidente Bettini di Federmeccanica per aver voluto sostenere queste ragioni venendo qui a Taranto, cuore della siderurgia».

 

 

3 Responses

  1. Davvero belle parole di Federmeccanica e Confindustria, ma che sollevano un dubbio importante: le persone l’hanno capito che AdI ha finito i soldi? L’azienda perde più di un milione di euro al giorno, le serve chiudere un accordo di cessione entro aprile per avere il permesso di prendere in prestito (si badi bene, pre-sti-to) 300 milioni di euro per la sopravvivenza di 6 mesi scarsi! Non ci sono soldi per le materie prime, gli impianti si fermano!
    Sono a rischio gli stipendi e siamo ancora, dopo un anno, a dire “no ma forse Jindal”, “adesso vediamo Flacks che dice”, “ora ci sediamo per iniziare ad accennare una bozza di piano industriale”. Ci sediamo dove, esattamente, che da maggio bisognerà vendere il tavolo per pagare gli stipendi?
    E chi li pagherà quelli che si siedono ai tavoli? Chi metterà i soldi da buttare in fantasiose quanto inattuabili consulenze fatte dagli amici di…?
    Ah, giusto, li pago io. E se li devo pagare di tasca mia, questo circo non è buono nemmeno a far ridere.

  2. Dichiarazione riportata da stampa
    ”Bettini ha preferito evitare «di entrare nel merito della gara o delle vicende giudiziarie. Sono questioni tecniche. Qui sono in gioco migliaia di posti di lavoro. Se domani questa azienda non ci fosse più probabilmente i lavoratori troverebbero nel tempo una sistemazione. Ma poi ai loro figli cosa facciamo fare?».

    Quanto si preoccupa il Presidente Federmeccanica Taranto , addirittura sostiene che i padri lavoratori ex Ilva troveranno un lavoro e i figli.
    Solo x dire che oltre ad essere considerati operai a vita , direi che speriamo che i figli con il sangue dei padri , possano dare un futuro decisamente migliore che quella Fabbrica
    Che amarezza e tristezza queste affermazioni che denotano un livello veramente basso e mi fermo qua

  3. Aggiungo che sarei profondamente offeso da queste parole, come cittadino di Taranto, se non fosse che purtroppo la mamma degli ignoranti è sempre incinta.
    Lo dico in quanto si ignora che molti dei figli dei lavoratori Ilva sono in giro x il mondo a dare lustro ad altre città.
    Sono professionisti in ogni settore e mai ritorneranno, proprio perché la miopia assoluta condita da un bel po’ di ignoranza fa si che sia oscurato completamente un altro tipo di economia possibile.
    Le parole contano ed hanno un peso enorme

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