Quando è arrivata la notizia del suo inserimento nello staff di coach Vincenzo Di Pinto, la mente è tornata subito indietro al 2006 quando il “Mago di Turi” volle accanto a sé Paolo Giardinieri, che anni è stato lo scout man del “sommo vate” del volley Julio Velasco. Si sa come andò a finire quella stagione (piazzamento play-off e semifinale di Coppa Italia).
Il fatto che Di Pinto abbia voluto come assistente per la prossima stagione Paolo Zambolin, che in trenta anni di carriera ha collaborato con grandi personaggi del volley come Cantagalli, Held, Dall’Olio, Bernardi e pensate un po’ la coincidenza, Velasco, non può passare in sordina ai più attenti osservatori. Che la Gioiella Prisma Taranto voglia alzare l’asticella?
“Lo ringrazio per avermi contattato e convinto ad accettare la proposta di Taranto. In realtà quando un allenatore come Di Pinto ti chiama non c’è tanto da starci a pensare – afferma l’assistant coach, nativo di Salsomaggiore Terme – Lui è uno che ha fatto tanto nel mondo del volley italiano e mi darà la possibilità di aggiungere un ulteriore tassello alla mia collaborazione con chi ha fatto la storia di questo sport in Italia. Una cosa che mi fa sentire orgoglioso e fortunato”.
Che cosa ti aspetti da questa esperienza a Taranto?
“Ho 50 anni e ho ancora voglia di imparare ogni anno che passa. Non mi ritengo arrivato nonostante la lunga esperienza in questo mondo. La scelta di essere assistente deriva dal fatto che mi piace apprendere qualcosa ogni anno dagli allenatori con cui collaboro, quindi rappresenta un arricchimento professionale. Spero di mettere a disposizione di coach Di Pinto gli strumenti adatti per fargli prendere le decisioni più giuste, sia nel lavoro in palestra che durante la partita.
Dal punto di vista di team credo che come sempre il campionato sarà difficile, altrimenti non sarebbe la Superlega. Proveremo a prenderci qualche soddisfazione, di centrare dei risultati che ci possano dare la possibilità di conquistare una salvezza tranquilla. Poi se ci sarà la possibilità, proveremo ad avvicinare le prime otto. Non sarà semplice e per la Prisma Taranto equivarrebbe ad uno scudetto”.
Che tipo di squadra è stata allestita?
“Un giusto mix tra giovani che hanno voglia di esplodere ed esperti che potranno aiutare i giovani ad instradarli sulla giusta via. In un roster è sempre importante avere qualche giocatore che possa essere da esempio agli altri. Penso ad Antonov, con me a Piacenza la scorsa stagione, ma anche a Falaschi, che sono anni che sta facendo bene e la recente chiamata in Nazionale ne è la testimonianza, ad Alletti e a Rizzo. Tutti giocatori di esperienza che possono trasferire qualcosa ai compagni di squadra”.
Torniamo a Velasco, è ancora lui il più grande di tutti?
“Ho avuto l’onore di collaborare con lui l’ultimo anno in cui ha ricoperto l’incarico di allenatore di club (Modena, ndc). Per come imposta il lavoro lui, per la mentalità che ti infonde è come se ti ritrovi a partecipare ad un master universitario di altissimo livello. E’ colui che ha fatto fare un cambio di marcia a questo sport in Italia, soprattutto alla Nazionale, proprio dal punto di vista della mentalità vincente. Sicuramente quella che è stata considerata la generazione dei fenomeni sarebbe esplosa comunque perché sicuramente c’erano delle grandissime qualità individuali ma Velasco ha avuto il merito di anticipare i tempi di almeno 4-5 anni”.
Sei stato tra i primi a far parte del team di rilevazione statistica Data Volley. Come è cambiato, rispetto agli inizi, questo settore del mondo del volley?
È cambiato tanto. Prima c’era il cambio palla e la pallavolo era un altro sport. Per uno scout man i tempi di reazione erano più dilatati, con il rally point system (introdotto ufficialmente nel 2000, ndc) occorre reagire subito e dare indicazioni immediate perché se prendi due-tre punti di fila, rischi di compromettere il set. Basti pensare che con il vecchio sistema di gioco ho visto perdere squadre che erano in vantaggio 13-2. Prima tra l’altro c’era meno studio rispetto a quello che, ad esempio, faceva il palleggiatore. Adesso siamo arrivati quasi ad un’esasperazione di questo studio, c’è una mole inferiore di dati ma più approfonditi. Insomma oggi è quasi un altro sport rispetto a prima. In campo l’aspetto fisico è quasi preponderante. C’è più potenza e meno tecnica, la palla viaggia più velocemente, l’80% dei giocatori batte in salto”.
Per finire, delle tue esperienze all’estero (Francia, Slovacchia, Bugaria, Svizzera, Quatar, Colombia) qual è quella che ti è rimasta di più dal punto di vista professionale e umano?
“Professionalmente i risultati ottenuti con la nazionale del Quatar mi hanno reso molto soddisfatto. Umanamente invece le tre estati trascorse in Colombia mi hanno arricchito tantissimo oltre ad aver plasmato un gruppo di ragazze giovani che poi ha fatto il salto di qualità venendo a giocare in Europa. Ho conosciuto una cultura diversa, lontanissima dalla nostra, che, tra l’altro, mi ha fatto aprire gli occhi su quanto noi europei siamo dei privilegiati, seduti come siamo sui nostri bei divanetti”.
