E’ stato approvato martedì in via definitiva dal Senato, con 178 voti a favore, nessun contrario e 13 astenuti, il decreto-legge 9 agosto 2022, n. 115, recante misure urgenti in materia di energia, emergenza idrica, politiche sociali e industriali”, meglio conosciuto come ‘Aiuti bis‘, che destina 17 miliardi di euro a misure per contrastare i rincari nei settori dell’energia, del gas naturale e dei carburanti, rafforzando il bonus sociale elettrico e gas per il quarto trimestre 2022, sospendendo, tra l’altro, le modifiche unilaterali dei contratti di fornitura di elettricità e gas.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/09/19/un-miliardo-per-il-preridotto-a-taranto/)
Il decreto, approvato ad inizio agosto dal Consiglio dei Ministri, ha subito un tortuoso iter parlamentare conclusosi soltanto due giorni. Nel testo, come si ricorderà, vi è un passaggio importante sull’ex Ilva.
Nella Relazione Tecnica a supporto del decreto, si leggeva infatti che la disposizione interviene al fine di consentireall’Agenzia nazionale per
l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa S.p.A. – Invitalia “di assicurare la continuità del funzionamento produttivo dell’impianto siderurgico di Taranto della società ILVA S.p.A., qualificato stabilimento di interesse strategico nazionale”. “Alla copertura degli oneri derivanti dall’intervento da parte di Invitalia, come delineato dalla norma, per un importo pari, nel massimo, a 1.000.000.000 euro, per l’anno 2022 si provvede, quanto a 900.000.000 euro, mediante corrispondente versamento all’entrata del bilancio dello Stato delle somme iscritte in conto residui, nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze, (ai sensi dell’articolo 27, comma 17, del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 luglio 2020, n. 77). Quanto a 100.000.000 euro mediante corrispondente riduzione dell’autorizzazione di spesa (di cui all’articolo 1 quater, comma 1, del decreto legge 28 ottobre 2020 n. 137, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 dicembre 2020 n.176).
La disposizione prevede, inoltre, “il coinvolgimento di primarie istituzioni finanziarie al fianco del MEF nella conduzione delle operazioni in parola. Alla copertura dei relativi oneri, che non potranno essere complessivamente superiori a 100.000 euro per l’anno 2022, si provvede mediante corrispondente utilizzo dell’autorizzazione di spesa (di cui all’articolo 2, comma 13-bis, del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, convertito con modificazioni dalla legge 17 luglio 2020, n. 77)”.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/08/04/ex-ilva-il-governo-interviene-3/)
Con l’articolo 29, contenente misure urgenti per il sostegno alla siderurgia dove non si fa esplicito riferimento all’Ilva, si autorizza Invitalia a “sottoscrivere aumenti di capitale o diversi strumenti, comunque idonei al rafforzamento patrimoniale, anche nella forma di finanziamento soci in conto aumento di capitale, ulteriori rispetto a quelli previsti ai precedenti periodi» e fino ad un importo non superiore a un miliardo di euro”.
Un passaggio quest’ultimo, sul quale da settimane si sta giocando una partita tutt’altro che secondaria tra l’azionista privato della società Acciaierie d’Italia, ovvero ArcelorMittal Italia, e l’azionista pubblico Invitalia. Il perché è molto sempice e cercheremo di spiegarlo al meglio.
Da un lato c’è il governo Draghi, con il premier che sin dal suo insediamento ha detto chiaro e tondo come la produzione dell’ex Ilva non fosse in discussione, che vorrebbe destinare questa cifra, o gran parte di essa, a quel famoso aumento di capitale che porterebbe Invitalia ad ottenere la maggioranza delle quote societarie nella governance dell’azienda. Un’intenzione legittima e comprensibile, che però in qualche modo stride non poco con l’accordo sottoscritto lo scorso 31 maggio, allorquando Invitalia S.p.A. e il gruppo Arcelor Mittal Italia, soci di Acciaierie d’Italia Holding S.p.A. firmarono una proroga di due anni (fino al 31 maggio 2024 precedentemente fissato al 31 maggio 2022) dell’accordo di investimento e patto parasociale originariamente siglato il 10 dicembre 2020. Accordo che prevedeva l’acquisizione della maggioranza da parte di Invitalia proprio a maggio 2022, pari al 60% delle quote societarie, attraverso un aumento di capitale di 680 milioni di euro, dopo il primo aumento versato nelle casse di Acciaierie d’Italia di 400 milioni nella primavera del 2021.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/07/30/22qualita-dellaria-2021-dati-buoni-e-criticita/)
Come ampiamente risaputo, la proroga del closing si è resa necessaria a fronte del mancato avveramento delle condizioni sospensive da cui dipende la realizzazione del secondo aumento di capitale previsto (a partire dal dissequestro degli impianti dell’area a caldo del sito di Taranto), nonché per consentire la continuazione dell’affitto dei complessi aziendali di Ilva S.p.A. in Amministrazione Straordinaria che ha firmato con Acciaierie d’Italia un accordo di proroga del contratto di affitto, in quanto proprietaria degli impianti.
Ricordiamo che attualmente vi è lo stato di sospensione della governance aziendale posto che Arcelor ha ceduto il 50% dei diritti di voto a Invitalia (che detiene una quota azionaria del 40%): questo perché per esercitare pienamente il proprio diritto di voto Invitalia ritiene necessario che si realizzino una serie di condizioni sospensive, tra cui, in primis, il dissequestro degli impianti, perchè si rischierebbe, in mancanza di esso, il danno erariale. Questi aspetti sono fondamentali ai fini dell’accesso al sistema bancario e finanziario in termini continuativi nel tempo e quindi ai fini della continuità aziendale di Acciaierie d’Italia e hanno inevitabilmente un impatto significativo anche sulle aziende dell’indotto.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/07/26/ex-ilva-dieci-anni-trascorsi-invano/)
Il socio privato invece, spinge affinché il miliardo di euro previsto dal decreto Aiuti bis venga utilizzato nella forma di finanziamento soci in conto aumento di capitale, per far fronte al cronico problema della carenza del finanziamento del circolante (ovvero, in termini spiccioli, i soldi per comprare le materie prime che servono per produrre acciaio e quindi venderlo per fatturare e per non avere difficoltà nel pagare gli stipendi). Del resto, come ampiamente risaputo e spiegato in più occasioni dall’azienda attraverso il presidente Franco Bernabè e l’ad Lucia Morselli, questa è una carenza strutturale che nasce dal dicembre 2020 dopo l’accordo con Invitalia. Tradotto: l’azienda, da un punto di vista economico, non sta in piedi (non certo da oggi, ma da anni). Specie da quando, dopo l’ingresso di Invitalia nel capitale sociale di AmInvest Co. Italy Spa, ArcelorMittal Italia è stata deconsolidata a partire dal secondo trimestre 2021 dal perimetro economico della multinazionale (per favore spiegatelo a chi ancora oggi, candidato nuovamente a ricoprire ruoli romani, continua a rimproverare ad ArcelorMittal di investire all’estero e non in Italia…). La nuova società Acciaierie d’Italia infatti, deve operare in modo indipendente con propri piani di finanziamento. Ovvero deve cercare altrove canali di finanziamento del capitale circolante. E le banche, rispetto al passato, sono molto più prudenti. Specie nei confronti di una situazione così opaca e di una società che non è ancora proprietaria degli impianti.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/05/31/dissequestro-ex-ilva-no-della-corte-dassise2/)
Senza dimenticare che questa perenne crisi di liquidità, si ripercuote sui lavoratori diretti (di cui 2500 in cassa integrazione straordinaria), sugli ormai atavici ritardi nei pagamenti alle aziende dell’indotto e dell’appalto che a cascata comportano la fermata o la chiusura di ditte con il conseguente dramma sociale per centinaia di lavoratori, che da anni scontano meno tutele ‘grazie’ al passaggio ai contratti multiservizi da quello metalmeccanico (che ha costi maggiori per gli imprenditori locali che certo santi non sono, anzi), sulla manutenzione ordinaria e straordinaria degli
impianti con la pericolosa diminuizione della sicurezza per gli impianti e i lavoratori stessi (o sul come mandarli avanti viste le centinaia di milioni ancora da pagare all’Eni per il rifornimento del gas, debito commerciale nei confronti del gruppo petrolifero che ammontava a 285 milioni al 30 giugno), senza dimenticare i 1500 lavoratori di Ilva in AS che secondo gli accordi del 2018 sarebbero dovuti rientrare in fabbrica dall’ingresso principale nel 2023, traguardo spostato al 2025, ma che secondo quanto sottoscritto nel marzo 2021 e di nostra conoscenza non dovrebbero rientrare in questo accordo. Come velatamente fatto intendere anche dall’ad Lucia Morselli in diverse occasioni.
Del resto, se il socio pubblico rinvia l’aumento di capitale concordato in un accordo del 2020, il socio privato ha gioco facile nel sostenere la tesi che la crisi di liquidità sempre dallo Stato andrà tamponata. Anche a fronte del fatto che il socio privato ha attestato una spesa di 700 milioni di euro per il completamento delle prescrizioni del Piano Ambientale che dovrà essere attuato entro l’agosto 2023, viatico imprescindibile per tornare a chiedere il dissequestro degli impianti dell’area a caldo alla Corte d’Assise di Taranto (che a tutt’oggi non ha ancora depositato le motivazioni della sentenza di primo grado del processo ‘Ambiente Svenduto‘ pronunciata nel maggio di oltre un anno fa).
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/05/31/acquisto-ex-ilva-closing-slitta-al-2024/)
Così come non si può non notare che il miliardo presente nel dl Aiuti bis e il miliardo stanziato con il dl Aiuti ter, fanno la somma esatta del piano industriale che trae origine dall’accordo del dicembre 2020. Che prevede un piano di investimento per un valore complessivo di circa euro 2 miliardi di euro in un arco temporale di almeno cinque anni, ma probabilmente si toccheranno i dieci. E che contiene come interventi principali il rifacimento e l’avvio dell’Altoforno 5 (fermo dal 2013 e che da solo provvede alla produzione del 40% dell’intero siderurgico), investimenti per la costruzione di un nuovo forno ad arco elettrico (che dovrebbe garantire una produzione annua di acciaio pari a 2,5 milioni), ed investimenti tecnici e miglioramento qualità oltre all’adeguamento ed upgrade ambientale degli impianti esistenti. Ma è chiaro che di fronte ad una crisi economica ed energetica come quella attuale anche questo piano, molto probabilmente andrà rivisto.
Questa è la situazione attuale, che tutti conoscono fin troppo bene. E sulla quale, specie in piena campagna elettorale, in tanti banchettano sostenendo le tesi più inverosimili. Per questo, almeno in questo articolo, non torneremo sulle vicende legate alla situazione ambientale e sanitaria (su cui torneremo a breve), o su quelle prettamente lavorative e dei rapporti tra azienda e sindacati. Né al mai ancora oggi chiarito processo di decarbonizzazione o alla fantasiosa idea della chiusura immediata dell’area a caldo. Per tutto questo rimandiamo all’articolo linkato qui sotto. In attesa di comprendere quello che accadrà dal 25 settembre in poi. Ad maiora.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/03/01/ex-ilva-il-futuro-non-e-adesso/)
