Non bisogna ironizzare leggendo la storia di queste tre artigiane sognatrici partite dalla città vecchia di Taranto e giunte, oggi, a Porta Napoli. Una scelta, questa, non casuale dal momento che hanno deciso coscientemente di aprire qui il loro laboratorio per rimanere accanto al borgo antico essendo convinte sostenitrici delle sue enormi potenzialità.
Da dove nasce e come si chiama il vostro progetto?
«Siamo tre cofondatrici – Candida Semeraro, Maria Martinese, Claudia Anelli – del progetto “Ammostro” che nasce nel 2014 all’interno della scuola residenziale di “Bollenti Spiriti”».
Di che scuola si tratta?
Martinese: «La scuola è un progetto che nasce dalle politiche giovanili della Regione Puglia, in particolare con l’ex assessore pugliese alla trasparenza e alla cittadinanza attiva, con deleghe allo sport e alle politiche giovanili, Guglielmo Minervini. È un programma territoriale definibile come una residenza artistica dove diversi giovani pugliesi attivano progetti vari per tirar fuori i cosiddetti “NEET”. Parliamo quindi di giovani fuori dal sistema scolastico e lavorativo, per riuscire a mostrarli le alternative».
Per ricordare il compiano Minervini, gli va dato atto che è stato presidente del gruppo in consiglio regionale pugliese, mantenendo l’incarico fino alla morte avvenuta all’età di 55 anni.
“NEET” è un acronimo inglese di “Not in Education, Employment or Training” ed indica – secondo Treccani – la quota della popolazione tra i 15 e i 29 anni che non è né occupata né inserita in un percorso di istruzione o di formazione.
Perché avete ideato questo nome?
«Ammostro – ha risposto Semeraro – nasce come serigrafia condivisa. Il nome deriva dalla parola “Ammostro” che è uno slang giovanile, utilizzato principalmente al sud, per definire qualcosa di mozzafiato».
I mezzi d’informazione tendono ad attribuire il termine “mostro” all’ex-Ilva di Taranto. C’è, nel vostro caso, anche questo richiamo?
«No! L’idea – afferma Semeraro – è quella di un mostro buono che ci protegge dal male in generale, quindi, non è un richiamo specifico al siderurgico ma principalmente alle problematiche della nostra città.
Il nostro logo riprende una maschera apotropaica che è presente nel palazzo De Bellis di via Duomo. Tali maschere, in antichità, venivano utilizzate sulle soglie quindi sopra i portoni, sulle finestre, sugli sgocciolatoi ecc. perché servivano a protezione degli abitanti di quei luoghi. Di conseguenza ci piaceva l’idea di utilizzare un mostro buono, a protezione dei cattivi».
Di cosa vi occupate?
«Noi siamo un collettivo femminile. Siamo tre artigiane e singolarmente avevamo i nostri progetti artistici. Successivamente ci siamo volute unire per far confluire le nostre specifiche in un unico progetto che, in parte, è la serigrafia».
Candida è un’orafa; Maria una costumista e Claudia un’artigiana del cuoio e della tessitura. Hanno poi proseguito raccontandoci che nel concreto Ammostro, inizialmente, dava vita a dei capi d’abbigliamento e a vari accessori le cui grafiche, da loro realizzate, parlavano delle bellezze intrinseche della città dei due mari.
Utilizzavate, e utilizzate, specifici colori nella realizzazione di queste stampe?
Maria Martinese: «c’è stata un’evoluzione perché all’inizio del collettivo venivano fuori accessori sartoriali, orafi e in cuoio ma il filo comune era la serigrafia essendo accessori che venivano serigrafati. I simboli, come diceva l’orafa, raccontavano la bellezza di Taranto. Con il tempo il progetto si è evoluto e abbiamo voluto trasformare la serigrafia».
In che termini è avvenuta l’evoluzione?
«Parlando di “sostenibilità” del territorio e volendo mostrare sempre il bello della nostra terra, abbiamo iniziato a sperimentare i colori della macchia mediterranea. La scoperta è stata che ogni singola pianta ci dà un colore e abbiamo così trasformato la serigrafia da chimica, a naturale».
Qual è la pianta più diffusa sul territorio?
«Nella macchia mediterranea sono tantissime quelle più diffuse. Penso però che quelle a noi più care siano il mirto e il lentisco. La palette dei colori che generano va dal bruno al viola».
Ma cosa è la “SERIGRAFIA”?
«È una tecnica di stampa artigianale utilizzata nell’antichità, sin dagli antichi Fenici, principalmente per realizzare manifesti pubblicitari».
Alla risposta delle ragazze si è aggiunta quella di Andrea Marino, il grafico ha realizzato i diversi loghi di “Ammostro”. Quest’ultimo ha voluto evidenziare che ciò che è nato dalla serigrafia antica è il riuscire a trasmettere su un telaio la riproduzione di un’immagine.
Candida Semeraro: «con Andrea collaboriamo dato che, spesso, elabora grafiche e insieme ci occupiamo della parte serigrafica».
Cosa significa occuparsi della parte serigrafica?
«Per esempio nel periodo natalizio abbiamo realizzato dei taccuini e dei prodotti di settore per una fiera ad Amsterdam. Principalmente abbiamo realizzato i taccuini con la copertina in sughero con su la stampa serigrafata e l’interno con i fascicoli di carte alimentari perché prestiamo molta attenzione alla materia prima.
L’attenzione per le materie prime di origine naturale, non si limita alla carta e ai colori ma anche all’uso dei tessuti infatti prediligiamo il cotone, la canapa e l’ortica. Parliamo di piante che generano fibre alternative a quelle usate generalmente nel fast fashion».
L’evoluzione dei loghi Ammostro
La prima collaborazione con il collettivo femminile, ha spiegato il grafico definitosi “vagabondo”, è avvenuta quando le artiste avevano bisogno del logo. «In meno di otto ore creammo il primo logo che era inerente l’idea alla base del progetto di serigrafia condivisa quindi di un posto in cui qualsiasi persona del quartiere si sarebbe potuta ritrovare per stampare delle cose con l’aiuto delle professioniste». Successivamente ne è stato creato un secondo.
Qual è la differenza tra il primo e il secondo?
«Il primo, secondo la costumista, segue uno stile più street invece il secondo è più stilizzato perché lo creammo per una collezione che portammo a Berlino e in Vietnam nel 2018».
*A sinistra il Primo logo e a destra il Secondo logo Ammostro per la collezione con pigmenti naturali Berlino/Vietnam
Candida Semeraro ha voluto aggiungere che ci sono stati diversi cambiamenti, delle sperimentazioni e delle evoluzioni nel loro progetto: «Siamo partite come “serigrafia condivisa” ma poi abbiamo iniziato a realizzare delle collezioni quindi facevamo dei prodotti legati ad una specifica tematica usando i colori naturali. Di conseguenza, in quel periodo, abbiamo avuto la necessità di semplificare il nostro logo per renderlo il più semplice possibile. Ora, al contrario, siamo ritornate all’origine perché sentiamo il primo più adatto a noi e quel che principalmente facciamo adesso è la formazione. Abbiamo abbandonato l’idea di avere ritmi di produzione di collezione perché inevitabilmente si è legati ad una cadenza diversa».
Immagino che si riferisca al non voler tenere i ritmi ed i tempi frenetici ed estenuanti della “grande moda”.
«Esatto, stiamo andando oltre questo in modo da realizzare delle grafiche quando abbiamo voglia. Parliamo difatti più di capsule collection essendo serie limitate per poter avere il tempo di focalizzarci sulla formazione. Riusciamo così a tramandare ad altre persone, a diffondere e condividere le nostre conoscenze. Stiamo già collaborando con delle scuole e organizzando dei corsi aperti dai tre anni in su».
A proposito di sostenibilità e impatto ambientale dovuto al comparto della moda, Maria Martinese ha rivolto un pensiero alle persone più giovani: «con i ragazzi svolgiamo un vero e proprio lavoro di sensibilizzazione cercando di frenare un mondo in cui vanno avanti le grandi aziende del fast fashion dove tutto costa pochissimo ma non si parla di cosa c’è dietro queste aziende di moda che sfruttano i lavoratori e le lavoratrici. Sono migliaia e il nostro intervento invece porta i ragazzi più sul riciclo degli abiti, sul restyling e sul stimolare la creatività con i materiali che mette a disposizione direttamente la natura».
Avete collaborato con quelle aziende che già producono materiali riciclati, per esempio, dalle scorze della frutta, dalla plastica ritrovata negli oceani o altro?
«No, non ancora ma abbiamo coadiuvato con un’azienda di moda già avviata che ha voluto focalizzare la sua ultima collezione sulla sostenibilità. Con questa sua prima collezione naturale ha voluto sperimentare lavorando con il tessuto in cotone biologico, la tintura con colori naturali e la stampa, sempre realizzata da noi, con pigmenti naturali».
Oltre la “serigrafia”
«Fin ora abbiamo parlato di “nostro” laboratorio ma l’obiettivo è sempre stato quello di aprirsi e condividere quindi siamo diventate un coworking. Al momento, all’interno del nostro spazio ci sono due progetti: la “Sala Prove AmmostROOM” ed il “Southern sofa film factory” – produzioni audiovisive».
Fabio Savino lavora nel merchandising di artisti internazionali ma non avrebbe mai pensato di poter aprirsi e gestire collettivamente una sua sala prove: «in questa sede dell’associazione Ammostro, quando sono giunto, era ancora un ibrido, non si sapeva come sarebbero stati divisi gli spazi ma soprattutto era il primo laboratorio che prendeva vita in zona Porta Napoli. Insomma, dopo tante vicissitudini, in fondo a questa struttura, era rimasto un magazzino dismesso che ho adibito non in una sala prove professionale e asettica ma in uno spazio caldo e accogliente che in tanti anni, in giro per il mondo, ho visto ma non ho mai trovato a Taranto».
Sulla pagina Instagram della sala prove è possibile consultare tutte le informazioni per poter accedere alla sala prove aperta ad ogni tipologia di persona volenterosa e musicista.
“Southern sofa film factory”
Marco Cardellicchio e Lavinia Del Croce ci raccontano che la loro produzione è nata nel 2017. Si sono incontrati sul set del cortometraggio “Il volere di D(io)” in cui lei girava per dei suoi studi ad Amsterdam. «Dopodiché – ha proseguito Cardellicchio – abbiamo fondato un’Aps e di lì abbiamo cercato di mischiare quelle che sono le nostre esperienze lavorative. Io vengo dal mondo del giornalismo mentre lei ha svolto studi prettamente artistici».
In cosa si differenzia, dalle altre, la vostra produzione audiovisiva?
«Solitamente nella realizzazione dei nostri set non utilizziamo il polistirolo, la schiuma, il legno e il ferro ma la carta. Purtroppo quest’ultima non è un bene facilmente reperibile, in questo momento storico, soprattutto perché ha un costo non indifferente quindi stiamo attenti al riciclo e ai vari ritagli».
Lavinia Del Croce: «praticamente noi utilizziamo la carta per realizzare i set dei video che i clienti e le clienti ci commissionano. Per adesso ci stiamo dedicando principalmente ai social e agli spot pubblicitari».
- A sinistra Marco Cardellicchio e Lavinia Del Croce.
- Esempi di oggetti in carta utilizzati sui set.










