Storie di sopravvissuti

 

Nella giornata della memoria, un deportato nei campi di concentramento nazisti raccontato dalla figlia che oggi ha ricevuto un'onorificenza dal Prefetto di Taranto
Posted on 27 Gennaio 2025, 17:36
7 mins

Le drammatiche testimonianze di chi è stato deportato nei campi di concentramento e ha toccato con mano fino a che punto può giungere l’orrore e l’inutilità della guerra.

Racconti del passato, moniti per il futuro. Perchè le nuove generazioni sappiano quanto è accaduto tra quelle mura e non trattino con superficiale leggerezza le matrici di quei fenomeni politici e culturali che hanno portato all’Olocausto. 

Sono queste le principali motivazioni per cui occorre continuare a celebrare, con rinnovato impegno, il “Giorno della Memoria”, istituito nel 2005 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, per ricordare quel 27 gennaio 1945 in cui le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nell’operazione Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

“Quando mio padre è tornato a casa, la sua famiglia non l’ha riconosciuto: non era più lo stesso”. Inizia così il racconto di Teresa Iazzi, che questa mattina ha ritirato, presso la Prefettura di Taranto, la medaglia d’onore alla memoria di Antonio Iazzi, di Avetrana.

Insieme ad altri 35 famigliari di altrettanti cittadini, militari e civili, del Tarantino deportati presso i lager nazisti durante la seconda guerra mondiale e destinati al lavoro coatto di guerra, la donna ha ricevuto l’onorificenza dalle mani del Prefetto, Paola Dessì e dei sindaci dei Comuni della provincia ionica.

“Mio padre era nato il 4 febbraio del 1920 – racconta Teresa al termine della consegna – A soli 19 anni era stato chiamato ad arruolarsi come tutti i giovani della sua epoca e fu imbarcato con il Petrella (un piroscafo francese, poi passato agli italiani e infine ai tedeschi, ndr) e imbarcato a Rodi Egeo: era nel 51° Reggimento Fanteria. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale viene trattenuto al presidio del posto e diventa caporale. Dopo la fuga del re Vittorio Emanuele III e l’armistizio di Badoglio, gli italiani diventano nemici dei tedeschi e mio padre si trova ad essere testimone dell’eccidio di Cefalonia: fu un massacro vero e proprio, di cui papà conservava ricordi terribili, inclusi i cadaveri fatti a pezzi dei propri commilitoni, molti dei quali suoi amici”.

Ha difficoltà a riprendere il discorso Teresa, tace qualche minuto, emozionata: ripensa alle sensazioni provate dal padre, al dolore con cui ha trovato la forza di raccontare ai propri cari quanto vissuto.

“Papà viene catturato dai tedeschi e imbarcato, il 4 febbraio 1944, sul Petrella: era insieme ad altri tremila soldati italiani nella stiva, nella quale ogni tanto i tedeschi buttavano qualche sacchetto di pane per sfamarli, trattandoli come bestie da macello. Dopo 4 giorni di permanenza nella Baia di Souda a causa delle condizioni meteorologiche avverse, il comandante del piroscafo decide di partire ma viene bombardato dal sommergibile inglese Sportsman. L’imbarcazione, tuttavia, in un primo momento non affondò; i soldati tedeschi, vista la situazione disperata, decisero di uccidere i prigionieri nella stiva e cominciarono a tirare bombe a mano lì dove era rinchiuso mio padre con altri soldati. A chi tentava di risalire dalle scalette venivano spezzate le ossa delle mani con i calci delle armi, altri venivano mitragliati e i loro corpi cadevano sugli altri fuggitivi”.

“Al secondo bombardamento da parte del sommergibile inglese, il Petrella affonda e mio padre riesce a salvarsi buttandosi in mare: nelle acque gelide di febbraio, nuotava con un solo braccio perchè con l’altro stringeva l’amico che era riuscito a portare in salvo e che non sapeva nuotare. Il mare era pieno di cadaveri, una scena orribile: intanto, le motovedette tedesche sopraggiunte cercavano di colpirli con le mitragliatrici e spesso erano costretti a nascondersi tra i corpi dei compagni morti per salvarsi. In una di queste incursioni, l’amico di mio padre perse la vita: lui, invece, riuscì ad aggrapparsi miracolosamente ad un pezzo di legno e ad indossare un berretto tedesco, sfuggendo ai colpi mortali dei nemici. Quando i tedeschi, infatti, videro il berretto con i colori del proprio esercito, trassero in salvo il superstite: una volta a bordo, tuttavia, si resero conto che mio padre era italiano e per lui si spalancarono le porte del campo di concentramento di Jasenovac, in Croazia”.

Se la crudeltà della guerra aveva già segnato profondamente l’animo e la psiche del giovane Antonio, l’esperienza vissuta nel più grande lager costruito all’epoca nei Balcani  fu il colpo finale.

“Fame estrema, lavori forzati, fughe notturne per mangiare gli avanzi dei soldati, come le bucce di patate, ma senza farsi scoprire o per loro era morte certa. Tutto quello che accadeva in quel campo di concentramento era colpa degli italiani – spiega Teresa – perciò ogni mattina i prigionieri venivano puniti con la decimazione. Quando chiesi a papà cosa fosse mi raccontò qualcosa di agghiacciante: i prigionieri erano schierati in file da 10 e l’ultimo veniva fucilato”.

“Quando papà tornò a casa era un’altra persona – conclude Teresa con le lacrime agli occhi – tutto quello che aveva visto e sofferto lo aveva cambiato per sempre”.

La sopravvivenza fisica dei superstiti fa a pugni con i traumi subiti, con le ferite incise definitivamente nella propria mente. Sono passati 80 anni da allora ed il rischio che le atrocità commesse possano essere dimenticate e perpetrate nuovamente non può e non deve costituire una possibilità.

 

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